computational thinking

People&Tech. Il pensiero computazionale, quale consapevolezza?

Il pensiero computazionale rappresenta uno strumento utile per lo sviluppo del pensiero critico, superando così la diffidenza derivata dal timore che questo si associ ad una meccanizzazione delle persone.

di Isabella Corradini - psicologa sociale, Presidente Centro Ricerche Themis |

People&Tech, la rubrica settimanale a cura di Isabella Corradini, psicologa sociale e Presidente Centro Ricerche Themis, propone riflessioni su aspetti umani e sociali nell’epoca digitale. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Da qualche anno a questa parte tra i termini che dall’ambito informatico sono entrati nel linguaggio scolastico comune, c’è quello di “pensiero computazionale” (computational thinking). Con tale espressione, secondo la studiosa Jeannette Wing che l’ha resa popolare, si indica “come pensa un informatico”. Il che non vuol dire pensare come i computer, ma conoscere il nucleo scientifico dell’informatica. Il termine “computational thinking” è stato utilizzato per la prima volta dal matematico e pedagogista Seymour Papert negli anni ottanta nel suo libro Mindstorms. Bambini computers e creatività e, nonostante le diverse definizioni emerse fino ad oggi, non c’è convergenza su una specifica formulazione. Tuttavia, le varie definizioni hanno in comune il fatto che il pensiero computazionale viene essenzialmente visto come un modo di pensare, ovvero un processo mentale, per la risoluzione di problemi.

 

Riprendendo alcune considerazioni del Prof. Enrico Nardelli dell’Università di Roma Tor Vergata, il pensiero computazionale rappresenta uno strumento utile per lo sviluppo del pensiero critico, superando così la diffidenza derivata dal timore che questo si associ ad una meccanizzazione delle persone. Le quali, invece, sono e devono restare centrali rispetto a qualunque tecnologia.

 

Occorre partire dal presupposto che, rispetto all’uso delle tecnologie digitali, l’individuo deve avere un ruolo attivo e non essere relegato a semplice consumatore passivo. Un presupposto importante, dal momento che siamo e saremo sempre più immersi in una società marcatamente digitale. Diventa quindi indispensabile sviluppare l’educazione ad una cultura dell’informatica, e a quel “nucleo scientifico” che è rappresentato appunto dal pensiero computazionale. Peraltro, anche nel documento di indirizzo del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD), si sollecitano i docenti a promuoverne lo sviluppo nelle scuole.

 

Ma quanto si sentono preparati gli insegnanti a tale compito? E come supportarli?

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Programma il Futuro, il progetto MIUR-CINI che ha l’obiettivo di diffondere la cultura dell’informatica nelle scuole, ha attivato una linea di ricerca sul tema, grazie al prezioso contributo fornito dai docenti che partecipano numerosi all’iniziativa.

 

Al momento due sono i lavori presentati nel corso di importanti convegni scientifici internazionali.

 

Il primo si è svolto a Bologna dal 3 al 5 luglio: nel corso della 22-ma conferenza internazionale dell’ACM (Association for Computing Machinery) sull’innovazione e le tecnologie per l’educazione informatica (ITICSE – Innovation and Technology in Computer Science Education) sono stati presentati i risultati dei primi due anni del progetto.

 

Un approfondimento di alcuni aspetti del progetto è stato presentato in un secondo convegno tenutosi negli Stati Uniti, a Seattle, nel periodo tra il 18 e il 20 agosto, dove si è svolta la 13-ma edizione della conferenza internazionale dell’ACM dedicata alla ricerca sull’educazione informatica (ICER – International Computing Education Research).

 

Nel corso di questa conferenza gli autori hanno presentato i risultati di un’analisi su larga scala (972 soggetti) della concezione che gli insegnanti italiani della scuola primaria hanno sul pensiero computazionale. Stimolati a fornire una definizione di pensiero computazionale, quasi la metà ha incluso alcuni dei suoi elementi fondamentali, anche se solo un po’ più del 10% è stato in grado di fornire una definizione sufficientemente completa. Tuttavia, la maggioranza è ben consapevole che il pensiero computazionale non è caratterizzato dal cosiddetto “coding” termine mediaticamente attraente ma differente concettualmente dal pensiero computazionale, in quanto facente riferimento essenzialmente alla programmazione informatica, che è certamente una parte importante di questa disciplina ma, appunto, solo una parte.

 

Dallo studio emerge inoltre l’importanza di intervenire con iniziative adeguate, formazione in primis, considerato che solo il 2,6% si sente molto preparato su tale tematica. Altre iniziative suggerite riguardano la necessità di disporre di linee guida metodologiche e di tecnologie.

 

 

 

Tabelle tratte da: Corradini I., Lodi M., Nardelli E. (2017) “Conception and Misconception about Computational Thinking among Italian Primary School Teachers”, in Proceedings of ICER ’17, Tacoma, WA, USA, August.

 

La sfida è aperta, e Programma il Futuro, al suo quarto anno consecutivo, sta preparandosi ad affrontarla con nuovi strumenti ed iniziative.

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