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People&Tech. Le tecnologie a prova di hacker e la falsa percezione di sicurezza

Qualche giorno fa ha destato scalpore la notizia di un bambino che, a soli 10 anni, ha superato il blocco di sicurezza dell’iPhone di sua madre, costituito dal Face ID, la tecnologia basata sul riconoscimento del volto dell’utente. Anche se madre e figlio presentavano una forte somiglianza, non è certo motivo di vanto per questa tecnologia l’essere caduta in errore in un caso così banale.

L’episodio ha destato preoccupazioni, dal momento che se un bambino riesce a superare involontariamente le protezioni biometriche, figuriamoci esperti pirati informatici. Sbloccare uno smartphone significa oggi accedere a molto di più che una rubrica in quanto, per facilità di utilizzo, molti sono coloro che scaricano sul proprio dispositivo le app per i più svariati usi, come ad esempio quelle per effettuare i pagamenti.

È ormai noto che qualsiasi protezione si decida di mettere in campo, nessuna può definirsi completamente sicura. Se qualcuno l’ha progettata, ci sarà sempre qualcun altro che penserà ad aggirarla, e che prima o poi ci riuscirà.

È invece importante riflettere sugli effetti della disperata corsa all’immissione sul mercato di dispositivi mobili che per essere attrattivi, oltre ad un raffinato design, vengono dotati di funzioni avanzatissime e tecnologie di accesso sempre più sofisticate, dall’impronta digitale, al riconoscimento facciale al certamente prossimo sensore dell’iride. Solo a pronunciarne i nomi, si direbbe che tali tecnologie dovrebbero tenere lontani hacker e malintenzionati di ogni tipo. Ma la domanda è: sono davvero così necessarie (marketing a parte)? Il fatto che si tratti di dispositivi tecnologicamente evoluti non costituisce di per sé una garanzia di sicurezza, se è vero che, come continuano a ripetere gli esperti operanti in questo campo, la sicurezza assoluta non esiste. Nulla è impenetrabile e non di rado una falsa percezione di sicurezza produce effetti indesiderati. Tanto per citare un drammatico episodio della storia, anche del Titanic si pensava fosse inaffondabile, ma le cose purtroppo andarono diversamente, con tragiche conseguenze.

Va da sé che più si va avanti nel fornire all’utente soluzioni sofisticate, più diventa difficile tornare indietro. Se si ha la possibilità di avere uno smartphone che si avvia e funziona con il riconoscimento facciale o con l’impronta digitale, chi si sognerebbe di tornare al vecchio pin? Non è smart, soprattutto per le nuove generazioni che non conoscono, perché non le hanno vissute, le modalità di funzionamento dei cellulari di una volta, ormai considerate preistoriche pur collocandosi in un arco temporale non lontanissimo da oggi.  Certo, anche un pin o una password possono essere rischiosi, perché tutto dipende dalle impostazioni e dall’uso che ne fa l’utente.

Il punto cruciale non è cosa si sceglie, ma quanto si è consapevoli dei rischi ai quali si va incontro optando per una determinata soluzione. Ed è qui che entra in gioco, da un lato, il ruolo dell’informazione sulle opportunità delle novità commerciali e, dall’altro, quello della sensibilità degli utenti verso il tema della protezione dei propri dati e della sicurezza. È necessario creare il giusto equilibrio tra il far conoscere le nuove funzionalità che un dispositivo rende disponibili ed il far riflettere le persone sui comportamenti che ne possono assicurare un uso sicuro e protetto. Altrimenti il rischio è quello di far crescere una società fatta di individui che possono sì vantarsi di possedere prodotti di ultima generazione in grado di accendere a distanza un termostato o aprire una porta, ma che poi non conoscono tutte le implicazioni di queste azioni nel mondo digitale.

E senza questa conoscenza, come possono essere utenti consapevoli?

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