NO STEREOTIPI

People&tech. Donne, stereotipi e violenze: è sempre il momento giusto per parlarne

'Sarebbe stato meglio non dover imporre le cosiddette quote rosa, ma d’altro canto da qualcosa bisogna pur iniziare. Se l’approccio culturale non è sufficiente, la normativa può dare un contributo e una spinta all’azione'.

di Isabella Corradini - psicologa sociale, Presidente Centro Ricerche Themis |
Isabella Corradini

People&Tech, la rubrica settimanale a cura di Isabella Corradini, psicologa sociale e Presidente Centro Ricerche Themis, propone riflessioni su aspetti umani e sociali nell’epoca digitale. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

Ci si avvicina alla fatidica data dell’8 marzo, giornata internazionale dedicata alle donne, nella quale vengono celebrate le conquiste sociali ed economiche ottenute, ma anche ricordati i pregiudizi e le violenze alle quali sono tuttora sottoposte. Tante sono le questioni da affrontare, e molta è la strada ancora da fare.

Si dice che la battaglia vada combattuta soprattutto sul piano culturale, e questo è in gran parte vero.

Nel caso della questione femminile, ad esempio, il problema di fondo da affrontare è quello degli stereotipi che ne limitano le opportunità in ambito lavorativo e sociale. La caratteristica degli stereotipi è la “generalizzazione”, ovvero vengono attribuiti a interi gruppi sociali, senza cogliere le differenze individuali. Si tratta dunque di atteggiamenti sociali che hanno una forte origine culturale, radicati al punto che è quasi impossibile non apprenderli: chi non conosce, ad esempio, lo stereotipo della presupposta pericolosità delle donne che guidano espresso attraverso il famoso detto “donne al volante, pericolo costante?”. Capita non di rado di trovarmi a parlare di questi argomenti in aule di formazione, e riportando alcuni esempi per far comprendere cos’è uno stereotipo, vedo assentire e sorridere molti partecipanti, senza distinzione di genere. Apparentemente scherzosi ma non banali, alcuni detti come quello citato fanno emergere quella che è la rappresentazione sociale della donna in un certo contesto.

Ma si possono fare altri esempi legati alle differenze di genere in ambito lavorativo.

Nonostante la massiccia presenza delle donne nel mondo del lavoro, prevale ancora oggi la credenza che loro siano maggiormente portate per la cura degli altri (dei figli in particolare) determinando minori attese nei loro confronti. In tali contesti, infatti, ci si aspetta il successo più dagli uomini che dalle donne; di conseguenza, gli uomini sono giudicati più severamente se falliscono, mentre per le donne un fallimento non è poi visto in modo così grave, considerato che il focolare rimane comunque una scelta socialmente approvata. La mancata costruzione di una famiglia viene vista in modo molto più negativo per la donna che per l’uomo. Si fa inoltre fatica a riconoscere che il successo di una donna sul lavoro sia attribuibile alle sue competenze, imputandolo il più delle volte alla fortuna e al caso.

Per non parlare poi delle opportunità nel raggiungimento di posizioni apicali nelle organizzazioni. Siamo dovuti ricorrere ad una legge, la 120/ 2011, per far sì che le donne avessero maggiore accesso ai consigli di amministrazione delle società pubbliche e di quelle quotate in Borsa, in modo da favorire l’equilibrio tra i generi. Certo, sarebbe stato meglio non dover imporre le cosiddette quote rosa, ma d’altro canto da qualcosa bisogna pur iniziare. Se l’approccio culturale non è sufficiente, la normativa può dare un contributo e una spinta all’azione.

 

C’è poi tutto il discorso della rappresentazione sociale delle donne nei media. Un ambito che merita approfondimenti a parte, sui quali consiglio vivamente la visione del video-documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, Marco Chindemi e Cesare Cantù, analisi esemplare di come nella televisione italiana l’immagine delle donne sia presentata in modo fortemente stereotipato, tutta incentrata sui soli aspetti fisici.

Insomma, qualunque sia il settore considerato, il problema dello stereotipo permane, perfino rafforzato dai messaggi culturalmente inadeguati da parte di chi dovrebbe e potrebbe esercitare un’importante azione educativa.

 

Un punto di riflessione riguarda proprio le giornate dedicate ai temi delle donne: indispensabili, ma non bisogna limitarsi a parlare di discriminazioni e di violenze solo quando ci sono specifiche ricorrenze. Io stessa ho partecipato come esperta ad un evento promosso dal Comitato Unico di Garanzia dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) il 25 novembre scorso, in occasione della giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. È stato un importante momento di approfondimento sulla questione delle differenze di genere, sulle diverse forme violenza, da quella fisica a quella psicologica a quella sessuale, che coinvolgono i diversi contesti, dalla famiglia ai luoghi di lavoro.

 

Rischi psicosociali nell’ottica di genere

 

Anche l’8 marzo sarà una giornata piena di eventi dedicati al mondo femminile.

 

Si tratta di iniziative necessarie a percorrere la strada della sensibilizzazione e del confronto. Ma bisogna fare di più: si deve andare oltre le ricorrenze. Le battaglie culturali non possono essere combattute “ad intermittenza”. Ogni giorno è la giornata delle donne. Ed ogni giorno è buono per combattere stereotipi, discriminazioni e violenze, chiunque ne sia vittima.

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