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Parler, il social senza censura che piace a Trump e ai sovranisti

Un social network senza censura che tratta di politica, sport e intrattenimento. Stiamo parlando di Parler (dal francese parlare), il social network fondato nel 2018 da due imprenditori informatici statunitensi John Matze e Jared Thompson e che sta spopolando nelle ultime settimane.

Come funziona

Il social sembra aver acquisito una certa fama soprattutto tra gli attuali esponenti di destra americani che l’hanno considerato una valida alternativa a Twitter.

Infatti, il modello del nuovo social appare molto simile a quello di Twitter ma con la netta differenza che Parler si autoproclama social senza censura e a favore della libertà di parola.

Così come su Twitter, anche su Parler, si possono pubblicare messaggi fino a mille caratteri, “votando” o condividendo con i propri follower quelli degli altri.

I termini di servizio sui contenuti permessi sono un po’ vaghi e contraddittori, ma in generale la politica di Parler è di non rimuovere né segnalare quelli che diffondono bufale, lasciando semmai il compito di smentirle agli altri utenti.

A testimonianza di ciò, le parole del senatore statunitense Ted Cruz che si dichiara orgoglioso di farne parte “Parliamo liberamente e mettiamo fine alla censura della Silicon Valley”.

Parler: da 4,5 a 8 milioni di utenti in pochi giorni

Dopo le elezioni presidenziali americane che hanno visto la vittoria del democratico Joe Biden, Parler ha visto aumentare vertiginosamente i download sul Play e App Store.

Il social è passato da 4,5 a 8 milioni di iscritti in pochi giorni.

Twitter nelle settimane precedenti alle elezioni americane, ha “etichettato” i tweet di Donald Trump che diffondono falsità e accuse non provate, con un avviso che ne segnala l’infondatezza.

Parler è stato creato proprio per questo: negli ultimi anni, Twitter ha cercato di limitare la diffusione di messaggi d’odio e violenti sospendendo alcuni account dell’estrema destra particolarmente influenti, per esempio quello dell’opinionista Milo Yiannopoulos o del divulgatore di teorie complottiste Alex Jones.

Il caso di Steve Bannon cacciato da YouTube, Facebook e Twitter

Trump deve decapitare Fauci e Wray e impalare le teste ai cancelli della Casa Bianca”. Lo ha dichiarato qualche settimana fa Steve Bannon, ex consigliere elettorale di Donald Trump nel corso di una puntata del suo podcast The War.Steve Bannon,

Bannon, politologo, giornalista ex banchiere di Goldman Sachs arrestato nel 2020 per frode e poi rilasciato su cauzione per 5 milioni di dollari. Antisemita vicino ai movimenti neonazisti americani e a quelli dei suprematisti bianchi, è uno dei maggiori sostenitori del movimento sovranista negli Stati Uniti. Nazionalista, ammiratore di Mussolini e Hitler, ha condotto campagne contro i movimenti per i diritti degli afroamericani. Seguace di Putin, è il teorico del populismo di ultradestra mondiale. Ultracattolico, antifemminista e antigay, insomma

La proposta di “decapitare” Anthony Fauci è costata a Steve Bannon una sospensione da parte di YouTube e Facebook e la cancellazione del suo account Twitter @WarRoomPandemic, per violazione delle regole contro la violenza.

YouTube ha rimosso il video per l’incitamento alla violenza e ha emesso un avvertimento contro l’account da cui non potranno essere caricati video per almeno una settimana.

Stessa linea da Facebook che ha rimosso due video dalla sua pagina ufficiale mentre Twitter ha definitivamente chiuso l’account.

Il tecnofascismo e la campagna Twexit To Parler

Questo è uno dei tanti motivi per cui numerosi esponenti e simpatizzanti di estrema destra, convinti che i social media attuano nei confronti dei loro leader atti di censura, stanno iniziando ad utilizzare Parler.

Il social network lo scorso giugno ha pubblicato una vera e propria dichiarazione di indipendenza di internet contro il “tecnofascismo” e i tiranni della tecnologia come Twitter, colpevoli, secondo la dichiarazione di indipendenza, di calpestare le libertà degli individui attraverso le censure e accusandoli di non essere più una piazza per il popolo ma soltanto degli editori.

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