privacy e democrazia

Palantir passa all’ICE una lista di 20 milioni di americani da sorvegliare

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Una lista di 20 milioni di americani diventati target della ICE, la polizia per il controllo dell’immigrazione, che Palantir ha fornito direttamente sugli iPhone degli agenti. Ma come sono stati racconti tutti questi dati?

Palantir usato per la sorveglianza di massa ‘data driven’ dell’ICE

Negli Stati Uniti l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), la potente agenzia federale incaricata del controllo dell’immigrazione e delle espulsioni, sta ampliando la propria capacità operativa grazie ai sistemi sviluppati da Palantir, la società americana specializzata nell’analisi massiva dei dati fondata dal controverso imprenditore, ‘oscuro profeta’ del digitale apocalittico, Peter Thiel.

Durante il Border Security Expo (la fiera delle tecnologie più avanzate per “difendere i confini da ogni minaccia”, in particolare, sembra, quella dei migranti), tenutosi nei giorni scorsi a Phoenix, un alto funzionario dell’ICE ha descritto con sorprendente franchezza la portata di questa trasformazione. Secondo quanto riportato dalla piattaforma media indipendente 404, proprio grazie a Palantir, gli agenti ICE avrebbero oggi accesso direttamente dai loro iPhone a un archivio di circa 20 milioni di persone potenzialmente individuabili, localizzabili e tracciabili.

Questo è un punto cruciale su cui soffermarsi, non solo per la gravità dell’informazione, ma anche perchè, come hanno scritto Betty Gedlu e Cindy Cohn sul sito di Electronic Frontier Foundation, Palantir su questo è ambigua, afferma spesso il contrario, ma sono gli stessi agenti e funzionari ICE che più volte hanno confermato questa collaborazione.

Al di là della retorica securitaria e delle cifre che meritano cautela, il punto centrale è un altro: l’uso delle piattaforme Palantir sta rendendo l’apparato di controllo migratorio statunitense molto più rapido, capillare e invasivo. Non si tratta soltanto di software amministrativi o di strumenti investigativi tradizionali. Siamo di fronte a un modello tecnologico che cambia la natura stessa dell’enforcement migratorio, trasformandolo in un sistema di sorveglianza data-driven capace di aggregare, in maniera opaca, enormi quantità di informazioni personali e convertirle in obiettivi operativi.
Attenzione, però, perché tale sistema non riguarda o riguarderà solo una fascia sfortunata di persone, ma tutti i cittadini americani.

Gli algoritmi che aiutano gli agenti ICE a profilare esseri umani, con un tasso di successo dell’80%

Palantir non produce direttamente banche dati. La sua forza consiste nel mettere in relazione archivi pubblici e privati che normalmente rimarrebbero separati: dati amministrativi, registri telefonici, informazioni sanitarie, indirizzi, precedenti giudiziari, movimenti finanziari, profili sociali, documenti governativi e database commerciali.

Attraverso algoritmi di correlazione e sistemi di visualizzazione avanzata, queste informazioni vengono fuse in un’unica interfaccia interrogabile dagli operatori. In pratica, la piattaforma costruisce profili dettagliati delle persone, individua connessioni, suggerisce indirizzi probabili e attribuisce livelli di “affidabilità” o “rischio” alle informazioni raccolte.

Secondo quanto riportato da 404, l’ICE avrebbe dichiarato che grazie a Palantir il tasso di successo nell’individuazione delle persone da arrestare sarebbe passato da circa il 27% a quasi l’80%. Un’indagine che prima richiedeva ore, sostengono i funzionari, oggi può essere completata in pochi minuti.

Questo salto di efficienza è reso possibile dall’accesso simultaneo a decine di database differenti e dalla capacità della piattaforma di trasformare dati dispersi in mappe operative immediatamente utilizzabili sul campo.

Con il sistema ELITE gli agenti ICE hanno sempre una mappa aggiornata delle persone da ‘colpire’ e deportare

Tra gli strumenti sviluppati per l’ICE c’è anche ELITE, acronimo di Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement, già rivelato nei mesi scorsi da alcune inchieste giornalistiche americane.

Il sistema consente agli agenti di visualizzare su una mappa le persone considerate potenziali target di deportazione, accedere a dossier individuali e ottenere un “confidence score”, cioè una valutazione automatica sulla probabilità che una persona si trovi realmente a un determinato indirizzo.

Le informazioni proverrebbero da fonti molto diverse, incluse banche dati sanitarie e prodotti commerciali di data brokerage, come CLEAR di Thomson Reuters.

È qui che il problema smette di essere soltanto tecnologico e diventa profondamente politico e democratico. L’uso di Palantir da parte dell’ICE non rappresenta semplicemente un aumento dell’efficienza amministrativa: segna un salto di qualità nella capacità dello Stato di vedere, correlare e colpire. Quando un’agenzia di questo livello dispone di strumenti che aggregano dati eterogenei e trasformano individui in “bersagli operativi” (come accade tragicamente in Ucraina e in Iran, o a Gaza), il confine tra investigazione e sorveglianza di massa diventa estremamente fragile.

Privacy vittima del data repurposing, quando i dati raccolti per un motivo vengono poi usati per altri scopi. E tu non lo sai

Il primo rischio riguarda la privacy. In un ecosistema di questo tipo, informazioni raccolte originariamente per finalità completamente diverse possono essere riutilizzate per operazioni di enforcement. Dati sanitari, amministrativi o commerciali finiscono così dentro un’infrastruttura di controllo senza che le persone coinvolte abbiano reale consapevolezza del processo.

La logica è quella del data repurposing: ciò che era stato fornito per ottenere assistenza medica, registrarsi a un servizio o completare una pratica burocratica viene trasformato in uno strumento di identificazione e localizzazione.
In questo modo sempre l’ICE, grazie ad un accordo di condivisione dei dati tra il Dipartimento della Sicurezza Interna e i Centri per i Servizi Medicare e Medicaid, ha passato al setaccio i dati personali di quasi 80 milioni di cittadini americani.

Il secondo nodo riguarda il due process e le garanzie democratiche. Sistemi di questo tipo funzionano attraverso correlazioni probabilistiche e inferenze algoritmiche, non attraverso certezze assolute.

Anche quando vengono presentati come strumenti “oggettivi”, possono produrre errori, falsi positivi e decisioni opache difficili da contestare. Una persona può essere identificata erroneamente come target sulla base di dati incompleti, obsoleti o associati in modo scorretto.
Eppure, nel momento in cui l’algoritmo accelera le operazioni sul campo, il tempo per verificare e correggere gli errori si riduce drasticamente.

Questo problema è aggravato dalla scarsissima trasparenza che circonda tali sistemi. Le agenzie federali raramente spiegano nel dettaglio quali dataset vengano utilizzati, come funzionino i modelli di correlazione o quali meccanismi di supervisione indipendente esistano realmente.

Il risultato è uno spostamento del potere decisionale verso infrastrutture tecnologiche difficili da scrutinare da parte dei giudici, dei parlamenti e dell’opinione pubblica. La promessa dell’efficienza investigativa rischia così di prevalere sul principio fondamentale della contestabilità delle decisioni pubbliche.

Ambienti sorvegliati che producono paura e insicurezza, come cambiano i nostri comportamenti

Esiste poi un ulteriore effetto, meno visibile ma forse ancora più profondo: il cosiddetto chilling effect. Quando comunità migranti, attivisti o semplici cittadini percepiscono di vivere dentro un ambiente di monitoraggio permanente, cambiano i comportamenti sociali e politici.

Le persone evitano proteste, riducono la partecipazione pubblica, limitano gli spostamenti o interrompono relazioni considerate rischiose. La sorveglianza non agisce soltanto attraverso l’arresto o la deportazione: produce conformismo, paura e autocensura.

Il caso dell’ICE mostra con chiarezza una tendenza ormai globale. Le tecnologie di analisi predittiva e integrazione massiva dei dati stanno ridefinendo il rapporto tra cittadini e istituzioni. Sistemi nati per migliorare l’efficienza amministrativa vengono progressivamente trasformati in infrastrutture permanenti di controllo. E quando queste capacità si concentrano nelle mani di apparati securitari con ampi margini operativi e limitati obblighi di trasparenza (quello che Trump ha voluto per l’ICE), il rischio non riguarda più soltanto i migranti. Riguarda l’equilibrio stesso tra sicurezza, libertà e democrazia.

La questione Palantir-ICE è di fatto un precedente che interroga direttamente il futuro delle società democratiche: fino a che punto siamo disposti ad accettare che lo Stato utilizzi infrastrutture digitali capaci di trasformare ogni traccia informativa in uno strumento di sorveglianza?
Dove finiscono e come vengono utilizzati i nostri dati?
Noi, oggi, siamo ormai (diventati) anche un cluster di dati. Trovare queste risposte equivale a garantirci sicurezza e libertà personali. E soprattutto, è necessario capire chi davvero raccoglie, usa e controlla i nostri dati? Chi realmente (lo Stato o le grandi corporation del settore tecnologico?) stabilisce le regole di questa sorveglianza di massa e con quali scopi?

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