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Odiens, talk show in crisi ‘senza Berlusconi’

Talk Show italiani

#Odiens è una rubrica a cura di Stefano Balassone, autore e produttore televisivo, già consigliere di amministrazione Rai dal 1998 al 2002, in collaborazione con Europa.
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Pubblicato su Odiens, Europa il 19 novembre 2014

Se fossimo al letto di un infermo diremmo che si registrano segni di miglioramento, ma la prognosi resta riservata. L’infermo, va da sé è il talk show politico che, come l’Italia col Pil, stenta a uscire dalla recessione. Anche se qualche segnale farebbe ben sperare. A partire da domenica, quando il caravanserraglio de La Gabbia è riuscito a salire fino al 3,5%, dopo tante puntate inchiodate attorno al 2,5%. E per di più avendo a che fare per quasi tutto il tempo con la partita della Nazionale contro la Croazia.

Ma attenzione!

L’auditel è un modo complicato dove quel che ti ammazza a volte ti resuscita. Stavolta può essere che il surplus di ascoltatori della serata e cioè i patrioti-tifosi, visto che si erano comunque risolti a stare a casa, abbiano riempito l’attesa tra un fumogeno e l’altro buttando uno sguardo su Paragone, tanto più trovandovi lo stesso grado di pacatezza e riflessività della curva croata.

Così si è generata, supponiamo, una molteplicità di brevi-ascolti individuali (quelli che i tecnici chiamano “contatti”) che, nonostante lo stile mordi e fuggi (da cui il basso dato della permanenza) messi insieme hanno creato una inusuale, finora, massa auditel.

Ecco, è con queste riserve che dobbiamo sottolineare l’exploit de La Gabbia e che ci tratteniamo dal proclamare una vera svolta per il talk della domenica sera. Meno prudenti siamo rispetto alla tenuta dei talk show del lunedì.

Del Debbio (5,76%) e Formigli (5,01%) hanno raccolto entrambi due platee di ampiezza simile a quelle dell’anno passato, quando di crisi del talk show ancora non si parlava. E ciascuno dei due sta lavorando su contenuti e linguaggi. Del Debbio con l’invenzione per l’esterna del conduttore-picchiatore. Formigli risciacquando il parterre degli ospiti (Della Loggia non è la fine del mondo, ma almeno non è il consumatissimo Belpietro o il noto Sallusti) e piazzando servizi particolarmente intensi. Come quello su Tor Sapienza, con immagini scoperte e voci nascoste o rubate che informavano, eccome, lunga sul perché e sul per come di tanta mobilitazione agitatoria; per di quella somma di problemi talmente reali da essere permeabilissimi alle più elementari pulsioni agitatorie.

Aggiungiamo che venerdì scorso Crozza, con una serata puntellata dalla riesumazione del personaggio Napolitano oltre che dall’inaffondabile Razzi, ha riagguantato il 7% (nonostante le incertezze della scrittura e il tirar via delle battute, tranne il pezzo, apprezzabile assai, sul “perché non possiamo non dirci fascisti”, ognuno di noi, almeno due minuti al giorno e comunque appena ce se ne presenta l’occasione A Tor Sapienza o ai Parioli).

Quel che ricaviamo è la conferma che ai talk show, come anche alla satira politica, si è consumato, per la eclisse di Berlusconi, il posizionamento sul quale hanno a lungo contato prendendosi beffe di una politica tanto buffa quanto vuota. Ma anche che a trovare altre posizioni e altre misure ci stanno faticosamente provando, con tanto olio di gomito perché fare tv è un lavoro operaio.

Può darsi che un po’ di bufera sociale (la stessa che si è appena mangiata nove punti di popolarità per Renzi) li possa aiutare a rastrellare spettatori d’occasione che cercano dove rispecchiare le loro rabbie e angosce.

Ma c’è da sperare che le rendite temporanee non interrompano lo sforzo di rinvigorimento. E a navigare di bolina, ovvero contro i venti contrari, che si diventa talk show di lungo corso.

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