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Odiens, nei talk show di ieri tensioni sociali e scontri di classe

Tor Sapienza

#Odiens è una rubrica a cura di Stefano Balassone, autore e produttore televisivo, già consigliere di amministrazione Rai dal 1998 al 2002, in collaborazione con Europa.
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Pubblicato su Odiens, Europa il 14 novembre 2014

Ieri sera la tv generalista ha messo in scena la crisi dei “confini”: fra i paesi, fra le classi. Prima a Otto e mezzo (4,5%) e poi a Virus (5,2%) con le glosse agli scontri di Tor Sapienza, dove è chiaro che il razzismo c’entra poco, mentre si ha a che fare con lo scontro per i posti a sedere fra marginali autoctoni e marginali globali che viaggiano nello stesso carro merci, nello stesso ‘sconfinato’ pianeta.

E anche ad Anno Uno (4,5%) col dialogo impossibile fra Landini (‘incazzatevi col sindacato, ma fate il sindacato altrimenti con chi vi incazzate?’) e i ragazzi che in sostanza dichiaravano la non influenza del sindacato, visto che la controparte, nel mondo più che mai globale, è inafferrabile. Al punto che, tutte le conquiste “antimeritocratiche” che servono a ridurre la concorrenza distruttiva fra i lavoratori, venivano denunciate come altrettante catene che impediscono ai giovani dell’oggi di farsi ipercompetitivi.

Unica via che vedono per garantirsi un futuro.

E con questo ti saluto i confini del lavoro salariato versus il capitale.

Così, riguardo ai confini territoriali, stiamo tornando alle relazioni internazionali fra città (modello Italia dei comuni e pianura mesopotamica ai tempi di Abramo). Senza gli stati a circoscrivere le sovranità e controllare i movimenti delle persone. Da cui la collisione fra quelli di qui e quelli, per lo più a mal partito, che arrivano da là (e hai voglia a dire –concione di Porro – che è stato da sprovveduti mettere insieme i nostri penultimi sociali con gli ultimi arrivati, a meno che presto i centri di accoglienza non spuntino in via Condotti o ai Parioli. O magari vicino a casa di Porro). I confini sociali invece più che svanire si verticalizzano e sfuggono alla vista, come in una foresta equatoriale di crescenti diseguaglianze dove le alte cime e i cespugli non si toccano, non si vedono e vivono in sub sistemi estranei. Ed è per questo che se non si vuole restare in basso, l’unica via pare l’arrampicata reclamata dai giovani, altro che la buona vecchia solidarietà.

Ce n’è in questo mondo da Hunger Games (i profeti da tempo abitano a Hollywood) di carne che i talk show possono mettere al fuoco.

Altro che crisi del genere.

Ma certo che serve una forza culturale che chissà se è già matura, e non solo nei corridoi delle tv.

In ogni caso, questo è affare da tv generalista (ancor più se è un erede del Servizio pubblico, perché generalisti sono i problemi e se ne può parlare solo radunandosi, ognuno nel proprio canalino o nel proprio Video on demand).

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