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Non ci sarà un’altra guerra di Troia. Jean Baudrillard e l’agonia del potere

Qualcuno, nelle segrete stanze, s’illude che questa sia una nuova guerra di Troia. In preda alle allucinazioni, scambia l’invasione del paese del grano e delle grandi pianure per un novello ratto di Elena. Ma Paride, in questa moderna sceneggiatura hollywoodiana, non è più calmierato da un Priamo e da un Ettore. È un uomo solo al comando, ben saldo nel suo bunker dalle cupole d’oro. Non c’è nessuno a sedare il suo pensiero fisso: lavare l’onta subita da chi avrebbe voluto circondare in un cappio mortale Troia. Il Paride di oggi non è il giovane seducente e irresponsabile del poema omerico. Egli si crede, invece, forgiato nel fuoco dell’inferno: non ha (non ha mai avuto) alcun rispetto per la vita degli altri, ed è strano che in tanti se ne accorgano solo ora, dopo essersi rimpinzati ben bene alla sua corte, come i Proci ad Itaca. Figurarsi se usa la buona educazione quando fa la guerra! E del resto, Paride, il cinismo e la “maleducazione” li ha appresi proprio dai suoi antagonisti, quando questi stessi sventravano città, violentavano donne, bruciavano villaggi, facendo, insomma, tutto ciò che si è sempre fatto nelle guerre d’ogni tempo: non c’è mai stata una guerra buona, cavalleresca, senza spargimento di sangue innocente, come crede qualcuno imbonito dai canti dei moderni aedi nei talk show. Benché un umile sacerdote vestito di bianco tenti di farglielo capire tutti i giorni.

E Paride, prima di organizzare il ratto, questa volta s’è assicurato di avere al suo fianco più di mezza umanità, che è padrona di risorse, economie, tecnologie, mercati, armi e soldati in misura più che sufficiente da rendere questo nuovo blocco indipendente dall’altro. Quando Paride ha deciso di rapire Elena, insomma, lo ha fatto perché sapeva che la sua voglia di opporre al mondo degli Achei un altro mondo era condivisa da altri come lui. Troia non è più una piccola città fortificata dell’Ellesponto. La Troia di oggi è un paese immenso, che può contare su altre nazioni amiche. E queste nazioni – grandi e ricche o piccole e povere che siano – sono accomunate da un’idea fissa: resistere al tentativo della globalizzazione di fagocitarle; opporsi alla “egemonia”, come la chiamò, quale sostituta post-moderna dell’antica ed obsoleta “dominazione”, il filosofo Jean Baudrillard (1929/2007) in una conferenza dal titolo “L’agonia del potere” tenuta a Madrid il 23 novembre del 2005, oggi raccolta in un piccolo libro edito da Mimesis.

Per Baudrillard l’egemonia di fonda “sull’interiorizzazione del padrone da parte del servo emancipato e, di conseguenza, su un paradosso: quello della liberazione totale, di una risoluzione dei conflitti, di una libera disposizione di sé attraverso cui cadiamo sotto il giogo dell’ordine egemonico mondiale.”

È proprio questo destino apparentemente ineluttabile che vuol rimettere in dubbio il gesto del nuovo Paride, non altro. Mentre al tentativo di inverare forzatamente quel destino si inscrive la risposta, uguale e contraria dei nuovi Achei. Ancora Baudrillard: “[…] è il Male assoluto che nasce paradossalmente dal tentativo di sradicarlo. […] Il sistema entra in una strategia fatale di sviluppo e crescita, non può impedire al proprio destino di realizzarsi e insieme di precipitare, attraverso i suoi implacabili meccanismi di riproduzione, in una sorta di autodistruzione. Si potrebbe dire che cannibalizza sé stesso.” Esattamente come rischiano di cannibalizzarsi i nuovi Achei, alimentando l’illusione di un’altra guerra di Troia a distanza di tre millenni.

Ma la lega achea ha troppi prìncipi senza scettro, prigionieri dei loro veri padroni, obnubilati da un delirio smisurato di onnipotenza. Prìncipi, attenzione, non re! E tutti insieme, quei prìncipi, sono vassalli di un re messo a nudo dalla sua ingordigia. Che crede che Troia possa essere presa senza che lui e i suoi si degnino di attraversare il mare oceano, senza far indignare Poseidone, senza che i suoi soldati si sporchino le scarpe nel fango dei pantani semighiacciati dove fallirono Napoleone ed Hitler. Il nuovo Menelao confida, però, in un piccolo Achille da lui armato, cui ha promesso tesori mirabolanti, palazzi d’oro, ricchezze sconfinate. Lo ha talmente sedotto, che Achille non vede né distruzioni né morti, ma solo un “necessario” rito sacrificale collettivo. E non si scorge, all’orizzonte, un Ulisse così astuto da ottenere che Paride apra le porte di Troia o che qualcuno dei suoi cortigiani si venda al nemico.

Ecco perché Menelao s’illude che possa riscrivere l’Iliade. Ma parafrasando Baudrillard, potremmo dire: “[La guerra in Europa] non è la radicalizzazione delle lotte tradizionali. È un fenomeno originale strettamente relazionato con l’originalità dell’egemonia. È una forma di sfida reale, di violenza irreale che risponde, sul proprio terreno, alla confisca, da parte del potere mondiale, non solo delle ricchezze economiche, ma anche della realtà stessa. Confisca generalizzata, della sovranità e della guerra, dei desideri e delle volontà segrete, della sofferenza e della rivolta stesse in una immensa simulazione, in un immenso reality show in cui non siamo altro che vergognose comparse.”

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