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#Cashless, obbligo di Pos azzoppato dalla mancanza di sanzioni

#Cashless è una rubrica settimanale promossa da Key4biz e Waroncash.org.
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Italia


Sono in molti a sostenere che la chiave per superare l’ePayment divide italiano sia lo smartphone. La penetrazione della telefonia cellulare di ultima generazione in Italia è stata veloce e potente: in meno di 10 anni i telefoni con la potenza di un computer sono diventati oggetti di uso comune e alla portata di qualunque consumatore (il costo minimo è di 50-60), anche in un paese che in fatto di innovazione tende ad essere piuttosto impermeabile. Secondo una recente indagine già oggi in due terzi delle famiglie italiane si trova uno smartphone attivo (contro il 49% dello scorso anno) e un italiano su due possiede un tablet (l’anno scorso era uno su tre). Il trend è poi ulteriormente confermato dalla ricerca di Audiweb dello scorso marzo da cui emerge che negli “utenti esclusivi”, che cioè accedono al web con un unico device, vi è stato il sorpasso: 7,4 Mil usano solo strumenti mobile per collegarsi alla rete, mentre quelli che usano esclusivamente il PC sono 5,3 Mil. Il dato diventa ancor più interessante se messo in relazione all’età degli utenti: tra gli over 50 ben il 58% usa solo i computer per navigare, mentre tra i giovani 18-24 appena il 2% (praticamente nessuno) usa solo i pc tradizionali. Insomma, il trend pare assolutamente nitido: il futuro è mobile, e forse il futuro è già adesso.

 

Ma non tutto ciò che luccica è oro. Perché l’mPayment si imponga e aiuti il paese a colmare il gap con le economie più moderne e sviluppate c’è bisogno di efficienza e di costi contenuti. In questi giorni i giornali sono pieni delle polemiche relative all’obbligo di pos scattato il 30 giugno e contenuto in un decreto legge del Governo Monti del 2013 che impone a tutti i soggetti che possono ricevere pagamenti (commercianti, artigiani, professionisti) di dotarsi dello strumento. Molte associazioni di categoria sono scese sul piede di guerra lamentando i costi eccessivi dei pos e i vari centri studi stanno facendo calcoli (con ampi arrotondamenti) per dimostrare come essi rischino di aumentare le difficoltà del commercio. La CGIA ha per esempio calcolato che un’azienda dal fatturato di 100.000 potrebbe avere costi supplementari per 1.200. I calcoli che vengono presentati in questi giorni hanno spesso la pecca di essere partigiani perché vogliono sostenere posizioni preconcette di categoria. Per esempio includono costi di attivazione, che spesso non vengono addebitati a chi è già cliente della banca o della posta.

Il vero problema della normativa entrata in vigore in questi giorni è proprio nel suo non essere norma. Qualunque testo di teoria del diritto spiega, infatti, come una norma sia composta essenzialmente di due parti: un dispositivo, o precetto, che impone o proibisce un certo comportamento e una sanzione che punisce chi trasgredisce. Nel caso del pos manca del tutto la sanzione e questa lacuna, frutto di una politica che anche quando sa che strada prendere, non ha il coraggio di intraprendere il cammino, rende l’innovazione debole. Nessuno qui auspica punizioni draconiane per chi non si doti di pos, ma sarebbe bastata una piccola sanzione di carattere civile a rendere la riforma più efficace: il cliente che non ha possibilità di pagare come dovrebbe con carta o altro strumento ha diritto alla merce o alla prestazione, ma pagherà in un secondo momento, una volta ricevuta la fattura presso il proprio domicilio. Soluzione logica e sensata, immediatamente suggerita da Federconsumatori.  

 

Ridurre i costi per gli operatori economici è comunque possibile tenendo conto delle innovazioni di cui parlavamo all’inizio: già oggi sono presenti sul mercato diverse soluzioni di pos mobile che hanno costi fissi e di gestione inferiori a quelli degli strumenti tradizionali, offerti sia dalle banche che dagli operatori telefonici. E’ qui che l’Italia, grazie alla popolarità degli strumenti mobile, può correre anziché camminare e recuperare parte del terreno perduto. Si prevede infatti che nel giro di pochissimi anni (entro il 2019) i pos mobili saranno il 46% del totale. Ma la corsa è appena agli inizi: nell’avanzatissimo Regno Unito, in cui meno della metà delle transazioni sono in contanti, i pos di nuova generazione sono ancora utilizzati da appena il 2% delle piccole aziende, che poi sono quelle che più si giovano dei minori costi del sistema.

 

La corsa è appena iniziata e in questo settore l’Italia può correre meglio degli atri e guadagnare terreno, l’importante è che ognuno faccia ciò che deve: gli operatori economici con scelte oculate, le aziende a puntare su soluzioni efficienti in grado di abbattere i costi e il legislatore a produrre norme vere che aiutino concretamente il paese a superare il suo ritardo nei pagamenti elettronici. 

 

 

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