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#Cashless: il denaro contante, vitale solo per chi si muove nell’illegalità

#Cashless è una rubrica settimanale promossa da Key4biz e Waroncash.org.
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Italia


Tutti i dati che abbiamo avuto modo di illustrare nel precedente articolo dedicato alla Scandinavia spiegano bene come nei paesi più moderni, efficienti e socialmente equi il denaro contante sia visto per ciò che realmente è: un retaggio del passato, costoso e poco sicuro, che favorisce un’economia opaca, a livello macro, e furti e rapine, a livello micro. E noi italiani dovremmo saperlo meglio degli altri dato che, anche a causa della grande quantità di moneta circolante, viviamo una realtà fatta di zone grigie ben oltre la soglia della legalità: una criminalità organizzata che con i suoi 600 Mld annui di fatturato è, di fatto, la prima impresa del paese, un’economia sommersa stimata tra il 15% e il 20% del Pil nazionale e un’evasione fiscale che sottrae risorse alla collettività per circa 150 Mld all’anno.

 

La grande differenza culturale tra i paesi del Sud Europa e del Nord sta proprio nella maggiore consapevolezza dei problemi legati al contante che vengono ignorati o sottaciuti per interesse. Il vantaggio del cash è il suo essere anonimo, qualità che lo rende vitale per chi opera nell’area dell’illegalità, ma ciò non dovrebbe mettere in allarme coloro che sono attenti (giustamente) alle libertà civili e che temono un nuovo Grande Fratello alle porte che renda tutti i cittadini assoggettati a forme di controllo da parte di soggetti pubblici e privati. Dave Birch, uno dei teorici della nuova frontiera cashless, ha recentemente chiarito che “dobbiamo puntare a sostituire il contante con qualcosa che ci fornisca non l’anonimato, ma quella privacy che è necessaria in una società civilizzata“.

Kai Olsen, Professore dell’Università di Molde (Norvegia), sostiene da tempo che l’eliminazione, o la forte riduzione del cash, limiterebbe enormemente l’elusione tributaria non solo da un punto di vista tecnico, ma anche per una questione psicologica perché spesso gli evasori si giustificano con la diffusione del fenomeno. Ma in una società dove tutti sono costretti, volenti o nolenti, a pagare i tributi, la pressione sociale permetterebbe di innescare una sorta di onestà virale che spingerebbe tutti a diventare fedeli contributori e quindi anche ad abbassare le aliquote. E questo arricchirebbe la società nel suo complesso, cosi come invece la situazione attuale “in paesi come l’Italia e la Grecia, dove il sommerso e l’evasione sono forti, ha contribuito a distruggere l’economia“. Ma una società priva di cash offrirebbe ai paesi del Nord anche un’immensa opportunità di business: la Scandinavia sarebbe vista come un’apripista da seguire e copiare e quindi potrebbe vendere al resto del mondo le proprie soluzioni tecnologiche, imporre standard, essere al centro dell’innovazione globale.

 

I progetti per accelerare e facilitare il passaggio ad una società cashless sono già in avanzata fase di elaborazione. Si pensa di togliere dalla circolazione le banconote di grande taglio (come già fatto dal Regno Unito che ha sostanzialmente impedito la circolazione del pezzo da 500) e di convincere le istituzioni norvegesi e danesi a concedere agli operatori commerciali la libertà di rifiutare pagamenti in contanti (opzione già esistente per i commercianti svedesi e finlandesi). Inoltre, si pensa di rafforzare il mobile per diffondere anche i micro-pagamenti che per essere efficaci devono per forza di cose essere molto veloci e informali e che potrebbe consentire anche i pagamenti tra privati in tempo reale, limitando fortemente la necessità di ricorrere al cash per regolare i propri conti con gli altri. L’opinione pubblica locale sembra più pronta all’innovazione del ceto politico, con personaggi pubblici che si sono apertamente schierati in favore della società cashless, come Bjorn Ulvaeus, membro dello storico gruppo ABBA, talmente convinto della necessità di diffondere i pagamenti elettronici da aver imposto che il museo dedicato alla pop band non accettasse nessuna forma di pagamento in denaro materiale.

 

Inoltre, sono allo studio soluzioni che permettano di rendere percepibili per i consumatori i costi occulti del cash imponendo una tassa su ogni operazione di prelievo al bancomat e vietando pagamenti cash oltre un certo ammontare. In questo caso noi italiani potremmo fornire un valido supporto ai paesi del Nord perché da tempo si parla anche da noi di soluzioni di questo tipo. La prima ad aprire il dibattito fu Milena Gabanelli che in una puntata del 2012 di Report (Contanti saluti al nero) propose all’allora Premier Monti una tassazione sui prelievi contanti del 33% che fu apprezzata, a parole, ma non recepita, nei fatti. L’on. Boccadutri è andato oltre, formalizzando e dando veste istituzionale a una soluzione di questo tipo con la sua proposta di legge in favore dei pagamenti elettronici del gennaio di quest’anno che prevede (art.1) limiti all’utilizzo del contante e, dal 2017, un aumento delle commissioni sui prelievi al fine di scoraggiarne l’utilizzo. I limiti ai pagamenti cash previsti dalla proposta Boccadutri sono molto stringenti (500 a regime) e vanno oltre ciò che prevede l’attuale legislazione nazionale (limite di 1.000 introdotto da Monti) e quelle dei paesi a noi vicini: in Spagna il limite è di 2.500, in Francia 3.000 e anche nell’avanzata Danimarca esiste un limite più elevato del nostro attuale (circa 1.300). Almeno su questo punto potremmo essere noi a fornire uno schema legislativo utile ai virtuosi scandinavi.

 

I paesi del Nord abbracciano senza timore il nuovo che avanza e sono un modello di efficienza, trasparenza ed equità che tutto il continente dovrebbe seguire, senza esitazioni e rimpianti per il passato millenario del denaro materiale perché, come dice Bjorn Ulvaeus, “quando c’è un miglioramento non c’è nessun bisogno di essere presi dalla nostalgia“. Nemmeno per il caro vecchio “Money money money“. 

 

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