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In Parlamento serve una Commissione ad hoc per l’Agenda digitale

Italia


#PAdigitale è una rubrica settimanale a cura di Paolo Colli Franzone promossa da Key4biz e NetSquare – Osservatorio Netics.  Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

 

Interessante la proposta di Paolo Coppola (parlamentare del PD) di istituire una Commissione parlamentare ad-hoc (diventerebbe la quindicesima a Montecitorio) sui temi dell’Agenda Digitale.

La proposta è fortemente sensata, e anche “migliorativa” rispetto a proposte di costituzione di una “bicamerale digitale” (Antonio Palmieri) la quale avrebbe il limite della “potestà limitata” (le commissioni bicamerali hanno esclusivamente funzioni consultive).

Con 230 firme raccolte da Paolo Coppola, viene da essere ottimisti: vedi mai che davvero ce la si faccia?

 

Auguriamocelo.

 

L’attuale frammentazione delle competenze in Parlamento di certo non aiuta un processo di “presa in carico” dell’agenda digitale da parte di qualcuno che lo possa fare “a tempo pieno” configurandosi come unica interfaccia nei confronti del governo e dell’Agenzia, ma anche (speriamo) come punto di raccordo tra il potere legislativo centrale e i poteri legislativi regionali dato che – prima o poi – bisognerà pur rendersi conto che le “agende digitali regionali” non possono rimanere documenti ratificati da delibere di giunta e che è necessario iniziare ad immaginare delle leggi regionali in tema di innovazione tecnologica e di promozione dell’economia digitale.

Anche le lobby (sembrerà superfluo, ma vorrei sottolineare che mi riferisco alla lobby “pulita e trasparente”, quel “sano” confronto tra stakeholder e istituzioni) sentono profondamente la necessità di relazionarsi con una Commissione regolarmente costituita e operativa.

 

Da inguaribile ottimista, provo a immaginare un esito positivo (e rapido!) della proposta di modifica del regolamento della Camera e la costituzione della XV commissione.

Bene, benissimo.

 

Un compito interessante per questa neonata commissione sarebbe rappresentato da una “call” indirizzata all’offerta ICT, e a tutti gli stakeholder, finalizzata a produrre un insieme nutrito a piacere di “sotto-agende” settoriali: sanità, giustizia, scuola, trasporti, agricoltura, eccetera. Ciascun settore prova a immaginare sé stesso in un contesto di “full digitalization” e si assegna un piano preciso e circostanziato (cosa, come, quando, con quali risorse).

La sintesi dei piani settoriali diventa il “Master Plan”, incorporando “in premessa” i grandi programmi infrastrutturali: connettività, razionalizzazione dei data center pubblici, identità digitale, basi dati strategiche, eccetera.

Il Master Plan viene “benedetto” dal Governo e dalle Regioni, e diventa lo strumento esecutivo dell’Agenda.

 

Questa della “settorializzazione” è, a mio parere, la vera chiave per giungere in tempi non biblici a un piano integrato finalizzato a tradurre in pratica una teoria ormai sin da troppo tempo rimasta tale.

Facilitando, tra l’altro, la possibilità di innescare circuiti virtuosi di partenariato pubblico-privato alla ricerca della soluzione al problema della sostenibilità economico-finanziaria di un piano di digitalizzazione capace una buona volta di riportare l’Italia nel club dei Paesi al passo coi tempi e coi bisogni dei loro cittadini.

 

Una settorializzazione da affrontare sin da subito – lo ripeto nel caso non fossi stato sufficientemente chiaro prima – mettendo intorno al mitico “tavolo” tutti gli stakeholder: gli enti, i fornitori ICT, ma soprattutto i privati “utenti” dei vari sottosistemi (avvocati per la giustizia, medici e farmacisti per la sanità, e così via).

Lavorando sin da subito insieme, si eviterà di costruire mondi paralleli incomunicanti.

In questo senso, il cloud rappresenta un elemento di notevole facilitazione: possiamo immaginare (e costruire) “nuvole di settore” che mettono insieme sin da subito tutti i vari portatori di interessi e utenti, pubblici o privati che essi siano.

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