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#eJournalism, per il digitale vale la nuova regole delle cinque ‘C’

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#eJournalism è una rubrica settimanale promossa da Key4biz e LSDI (Libertà di stampa, diritto all’informazione). Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

 

 

“Per il giornalismo il percorso verso il digitale non rappresenta solo un “upgrade”, un semplice aggiornamento tecnologico, ma una trasformazione completa nel suo stesso modo di essere concepito e realizzato”: traduco così il bel titolo di un articolo firmato Mathew Ingram che parla del lungo elogio dell’open journalism che Katharine Viner del Guardian ha fatto recentemente in un suo speech.

 

La frase/titolo è perfetta per sintetizzare anche un approccio (una filosofia) che può ben rappresentare il lavoro che molti stanno facendo nel campo giornalistico in questo periodo di transizione (al Guardian ma non solo ovviamente).

 

C’è insomma chi pensa che questo passaggio non si possa realizzare “semplicemente” con un’ottimizzazione (o poco più) di quello che fino ad oggi è stato fatto per adattarlo poi ai nuovi formati. C’è chi ribadisce che in questa transizione, già ampiamente in atto peraltro, sia necessario fare molto di più, rimettere in gioco quasi tutto e ripensare molti dei parametri con i quali si è fatto giornalismo fino ad oggi: approcci, idee, attori coinvolti, non ultimo lo stesso processo produttivo.

 

Ovvero come dice la stessa Viner in un passaggio fondamentale del suo intervento The rise of the reader: journalism in the age of the open web:

 

“Digitale non vuol dire adeguare il tuo articolo al web. Si tratta fondamentalmente di ridisegnare la relazione tra noi giornalisti e il nostro pubblico, cosa pensiamo dei nostri lettori, come percepiamo il nostro ruolo nella società, il nostro status“.

 

Quindi la transizione non si realizza passando dal formato carta a quello digitale, perché l’utilizzo delle piattaforme digitali non può significare fare “più o meno” le stesse cose e alla fine del processo premere il bottone “online” invece di quello “stampa”. Il digitale non è quindi, di per sé, nemmeno indice di reale cambiamento perché c’è ancora molta difficoltà nell’immaginarsi qualcosa di diverso e gli “oggetti” con i quali ci si misura oggi nel web spesso sono sempre gli stessi: l’articolo tradizionale, l’inseguimento delle breaking news dando voce sempre alle stesse fonti. Eppure i nuovi formati dovrebbero essere (anche) una straordinaria occasione per raccontare storie diverse con modalità diverse.

 

E non è detto che nel ripensare debba essere buttato via tutto. Anzi. Molto esperienze ci dicono che proprio questo approccio è un ottima occasione per i giornali per riappropriarsi di cose (molto importanti) perse per strada in questi ultimi anni: ad esempio il rapporto più stretto e proficuo con i propri lettori. Da noi in Italia su questo argomento ne ha scritto spesso e bene Mario Tedeschini Lalli, rimando alla lettura in particolare del suo articolo: Il digitale è una cultura, non una tecnica: il giornalismo e le dieci leggi dell’universo digitale.

 

 

Cinque sfide per il giornalismo digitale

 

Qualche settimana fa ho salvato nel mio deliciuos questo articolo che Josh Sterns ha postato nel suo blog Groundswell, sempre molto interessante da seguire: From Journalism’s Five W’s to Journalism’s Five C’s , dal giornalismo delle cinque W a quello delle cinque C. E quelle “C” si riferiscono a: contesto, conversazione, cura, comunità e collaborazione, che secondo Josh oggi nei nuovi contesti, ogni redazione deve tenere di conto nell’attività di newsgathering  (la selezione e la verifica delle notizie). Intendiamoci, ovviamente le cinque “doppievù” restano un caposaldo (ci mancherebbe e, Sterns lo precisa subito. Il suo elenco però, mi sembra, mette in risalto anche obiettivi che rappresentano cinque sfide fondamentali sulle quali misurare concretamente quanto il giornalismo possa essere fattore di cambiamento nel modo di fare informazione nel futuro oggi (ed è la vera ragione per la quale lo metto qui a conclusione di questi appunti sparsi).

 

Come al solito traduco, sintetizzo e mi prendo qualche libertà di aggiungere qualcosa (per il resto vi consiglio la lettura dell’articolo originale):

 

Contesto: Il web dovrebbe essere prima di ogni altra cosa un portentoso strumento per aiutarci a dare un senso al mondo, per capire meglio i tempi e i luoghi nei quali viviamo. Ma le notizie si frammentano sempre più e il ritmo dai continui aggiornamenti richiesti dall’online ci portano a consumare le notizie senza contesto. Abbiamo un mare di aggiornamenti ma ancora poca connessione capace di darci una visione più ampia di ogni singola notizia.

Conversazione: Il web dovrebbe essere una nuova piazza digitale, ma sappiamo tutti che la maggior parte delle sezioni di commento sono terre desolate di abusi e spam, e quando le conversazioni diventano interessanti troppo spesso risultano essere ingabbiate in “silos” nelle singole piattaforme private (Facebook, Twitter eccetera) senza creare reciprocità. Serve curare queste conversazioni e riuscire a darne valore sia per le redazioni che per i lettori.

Cura (dei contenuti): Il flusso continuo di informazioni è una sfida per chi le notizie le consuma ma è anche un’opportunità per le redazioni che possono rafforzare il loro ruolo di curatori degni di fiducia per l’accuratezza che mettono nel vagliare, verificare e tessere insieme le informazioni più interessanti a disposizione.

Comunità: Per decenni, molti giornali hanno goduto della loro posizione pressoché monopolistica a livello cittadino, garantendogli sostanziose entrate dalla pubblicità. E questo li ha portati a preoccuparsi molto poco della loro comunità di riferimento. Una realtà alla quale molte redazioni devono ancora adattarsi e capire come coinvolgere davvero le comunità dei lettori che oggi, tra l’altro, hanno un ruolo sempre più attivo nel raccogliere le notizie.

Collaborazione: Per come oggi la notizia si è strutturata la collaborazione tra giornalisti, redazioni e cittadini è sempre più un elemento critico. Riduzione dei budget e tagli del personale complicano ancora di più il quadro. Questo ha portato molte redazioni piccole e grandi a collaborare con startup innovative (qui ovviamente Josh parla della realtà americana, cosa molto meno vera per noi in Italia). Queste collaborazioni non sono in merito ai soldi e alle risorse ma anche, con l’aiuto di nuove piattaforme, nel raccontare le storie in modo diverso. La sfida è quindi anche nel creare e valorizzare nuove forme di collaborazione tra tra chi a vario titolo si occupa di informazione: redazioni, giornalisti freelance, nuove professioni e non ultimi, cittadini.

 

Possiamo aggiungere altro? sicuramente sì (a me vengono in mente “trasparenza” e “precisione” sì lo so non cominciano con “C”, ma chi se ne importa…) comunque, come sempre, ogni altro suggerimento è il benvenuto.

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