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Lettera ANESTI: la ‘Great Rotation’ continua la sua corsa. Ora si rischia anche la caduta del comparto azionario

Italia


Prosegue con la pubblicazione della quarta ‘Lettera ANESTI’ la collaborazione tra Key4biz ed Eutimio Tiliacos, un analista di grande esperienza internazionale che conosce molto bene l’Italia e con cui cercheremo di maneggiare di volta in volta le migliori chiavi di lettura per comprendere meglio le dinamiche che stanno riformulando i ranking internazionali tra economia, finanza, manifatturiero, conoscenze e istituzioni internazionali. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui.

 

 

The Great Rotation ossia la “grande rotazione” annunciata nel numero di Marzo di Lettera ANESTI (Leggi Articolo Key4biz) e poi puntualmente verificatasi nei mesi successivi con la discesa dei corsi dei titoli a reddito fisso e con una mini-fuga di risorse finanziarie verso l’azionario, continua la sua corsa, ma avendo il fenomeno andamento circolare, esso rischia ora di coinvolgere nei prossimi mesi anche il comparto azionario in una caduta che affonda le sue radici in tre fattori:

 

a)         il primo di natura strategica a seguito dei sommovimenti politici nel mondo arabo imputati da alcuni anche ad una carente capacità di lettura delle forze in gioco da un punto di vista strategico e diplomatico (“The US administration misread the impact that its chosen strategies would have on relations with Israel and Saudi Arabia—and underestimated just how miserable those two countries can make America’s life in the Middle East if they are sufficiently annoyed. The break with Israel came early.. …The breach with Saudis came later and this one also seems to have caught the White House by surprise. By aligning itself with Turkey and Mr. Morsi’s Egypt, the White House was undercutting Saudi policy in the region and siding with Qatar’s attempt to seize the diplomatic initiative from its larger neighbor”. Many Americans don’t understand just how much the Saudis dislike the Brotherhood and the Islamists in Turkey. Not all Islamists are in accord; the Saudis have long considered the Muslim Brotherhood a dangerous rival in the world of Sunni Islam. Prime Minister Erdogan’s obvious hunger to revive Turkey’s glorious Ottoman days when the center of Sunni Islam was in Istanbul is a direct threat to Saudi primacy. That Qatar and its Al Jazeera press poodle enthusiastically backed the Turks and the Egyptians with money, diplomacy and publicity only angered the Saudis more. With America backing this axis—while also failing to heed Saudi warnings about Iran and Syria—Riyadh wanted to undercut rather than support American diplomacy. An alliance with the Egyptian military against Mr. Morsi’s weakening government provided an irresistible opportunity to knock Qatar, the Brotherhood, the Turks and the Americans back on their heels”, The Wall street Journal August 24, 2013 By WALTER RUSSELL MEAD)

 

b)        il secondo legato alla contrazione di redditività di un numero crescente di attività in quanto è sempre più difficile individuare buone opportunità di investimento anche in settori non dominati da sovrapproduzione strutturale (“Falling aircraft demand hits US durable goods orders”, 53% decline in orders in July for civilian aircraft, Financial Times  August 27 2013);

 

c)         il terzo di natura finanziaria dovuto all’effetto che la maggiore moderazione attesa riguardo alla sottoscrizione da parte della Federal Reserve USA di titoli di prossima emissione da parte del Tesoro americano sta provocando sul mercato, in particolare nei paesi ad economia emergente (quali Brasile o India) o di quelli le cui economie dipendono in modo significativo dalla domanda di materie prime da loro esportate verso mercati di consumo e quindi in definitiva sensibili al tasso di crescita della economia globale e alla disponibilità di liquidità sul mercato a sostegno di tale crescita ( Indonesia, Australia, Sud Africa, Perù, di nuovo Brasile).

 

Questa estate che si avvia oramai alla conclusione ha visto ingenti deflussi di capitali dai paesi emergenti verso le piazze finanziarie dei paesi sviluppati e fortissime svalutazioni dei cambi con il dollaro e l’euro delle valute dei paesi interessati da tale fuga. Al momento gli effetti sull’economia italiana sono ancora poco visibili a giudicare dai dati delle esportazioni verso quelle aree e paradossalmente in una certa misura (e per brevi periodi) i riflessi sono stati addirittura positivi vista la riduzione degli spread dovuta al fatto che masse di “denaro caldo” stanno riversandosi dall’Asia e dall’America Latina verso gli USA e l’Europa, in modo indistinto fra Nord e Sud del continente europeo. La situazione favorevole riguardante l’interscambio con l’estero potrebbe durare ancora per qualche tempo poiché gli importatori dei paesi interessati da prospettive prolungate e crescenti di svalutazione hanno interesse ad anticipare gli acquisti pagabili in valuta per non dover acquistare gli stessi volumi di merci col trascorrere del tempo a un controvalore più alto.  Tuttavia gli effetti negativi non tarderanno a farsi sentire perché oltre un certo limite questa inerzia positiva si affievolisce sino a venir meno e ad arrestarsi. La Banca d’Italia ha pubblicato il 22 Agosto scorso i dati riguardanti la bilancia dei pagamenti italiana dei dodici mesi trascorsi sino al 30 Giugno 2013 con questo commento: “In giugno il saldo di conto corrente cumulato sui dodici mesi è ulteriormente migliorato, segnando un avanzo di 4,7 miliardi. Come nei mesi precedenti, vi ha contribuito soprattutto l’aumento del surplus mercantile, che ha raggiunto i 30,2 miliardi (sempre in termini cumulati); sono migliorati anche il saldo dei servizi (tornato in avanzo dal mese precedente) e quello dei trasferimenti, mentre si è lievemente ampliato il deficit nei redditi“. (Statistiche Banca d’Italia)

 

Il documento della Banca d’Italia faceva seguito alla pubblicazione a fine Giugno da parte dell’ISTAT dei dati disaggregati per area dell’interscambio commerciale italiano nella prima parte del 2013: “Nei primi cinque mesi del 2013 il saldo commerciale con i paesi extra Ue è pari a +5,5 miliardi a fronte di un disavanzo di 6,7 miliardi nello stesso periodo del 2012. I mercati più dinamici all’export sono: Giappone (+19,9%), Russia (+14,2%), MERCOSUR (+11,9%), ASEAN (+11,5%) e Cina (+10,9%). Svizzera (-15,7%) e Stati Uniti (-5,6%) sono invece in marcata flessione” (Dati ISTAT).

 

Com’è possibile osservare la quota più consistente della crescita del nostro export ha riguardato nei 12 mesi in esame aree mondiali che stanno entrando in crisi mentre scema l’export verso USA e Svizzera. Saggezza vorrebbe che da una lungimirante analisi della situazione scaturissero provvedimenti urgenti per attenuare l’impatto di un nuovo fronte di crisi proveniente dai paesi emergenti. In senso più generale e proiettato nel medio-lungo periodo ci riferiamo all’opportunità che ogni crisi offre di ridefinire le politiche industriali quando esse mostrano delle crepe, senza ricorrere a palliativi che equivalgano a spremere limoni oramai secchi quando c’è ancora un intero albero carico di frutti da cogliere. 

 

Nell’esercito persiano all’epoca della battaglia delle Termopili -nel 480 avanti Cristo- esisteva un corpo di élite chiamato “Gli Immortali” composto da diecimila  uomini della fanteria pesante così definiti anche dallo storico greco Erodoto ( “Athanatoi” ) non perché fossero individualmente realmente immortali ma perché, man mano che andavano all’assalto e venivano uccisi, il loro posto era immediatamente rimpiazzato  da altri combattenti, così che al nemico la formazione sembrasse avere sempre la stessa consistenza e di conseguenza egli si scoraggiasse ritenendo inutile opporsi all’avanzata persiana. Sfortunatamente per noi contemporanei e in particolare per noi italiani la pratica degli Immortali è sopravvissuta sino ai giorni nostri. Non perché l’allungarsi della vita media renda meno immediatamente mortali le generazioni di ultra sessantenni in pensione, ma perché si ha la tendenza ad eludere la vera natura dei problemi nascondendola sotto una coltre di iniziative volte a ignorare più che a risolvere alla radice i fattori di crisi che nel caso italiano non riguardano l’assetto pensionistico ma la assenza di politiche industriali coerenti.

 

Esattamente un anno fa, nell’Agosto 2012, Lettera ANESTI faceva l’elenco delle crisi finanziarie che avevano colpito il mondo dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso sino ai giorni nostri dicendo “In termini di durata la crisi della prima guerra del Golfo andò dal 3 Agosto 1990 al 17 Gennaio 1991, quella asiatica andò dal 27 Ottobre 19997 al 9 Gennaio 1998, la crisi russa dal 4 Agosto 1998 al 28 Ottobre dello stesso anno, e ancora: la crisi delle torri gemelle dal 7 Settembre 2001 (cominciò nel campo della finanza prima del giorno 11) al 5 Novembre 2001, infine la crisi Enron e poi a seguire la seconda guerra del Golfo andarono dal 3 Luglio 2002 al 7 Aprile 2003” (rif: Lettera ANESTI, Agosto 2012). All’elenco faceva seguito l’osservazione che ciascuna di quelle crisi non aveva avuto durata superiore all’anno mentre  l’attuale, iniziata ufficialmente il 9 Agosto 2007, era oramai entrata nel suo sesto anno  (settimo in questi giorni dell’Agosto 2013) > Lettera ANESTI.

 

E’ pertanto evidente che stiamo vivendo qualcosa di assolutamente eccezionale per natura e durata della crisi e che la soluzione al problema non consiste semplicemente nello spalmare l’esistente fra varie classi anagrafiche e nella demolizione di diritti acquisiti che uno stato di diritto non dovrebbe nemmeno lontanamente mettere in discussione, pena la sua credibilità. La soluzione risiede nel comprendere dove stia andando il mondo e attrezzarsi per far parte della competizione globale senza esserne scartati e senza sfigurare. In una parola occorre avviare una politica industriale che definisca le aree prioritarie di interesse del paese indispensabili alla sua sopravvivenza economica e valutare attraverso quali sforzi e risorse sia possibile conseguire nel più breve tempo possibile dei risultati. Un esempio di politica industriale lungimirante è quello cinese nel campo delle applicazioni satellitari (rif: InsideGNSS, July August 2013).

 

Analogamente a quanto avvenuto con i sistemi di navigazione assistiti da satelliti americani (GPS), europei (GALILEO) e russi (GLONASS), anche i cinesi hanno messo in orbita la loro costellazione di satelliti per navigazione, ma poiché in quel paese il mercato degli utilizzatori dei servizi satellitari è ancora in parte non sviluppato, stanno stanziando fondi per creare un sistema di infrastrutture, in particolare nelle aree urbane, che valorizzino e facciano uso dei segnali satellitari in tante applicazioni civili quotidiane, anche non legate esclusivamente all’uso dell’automobile, che possono andare dal controllo di dove siano localizzati in quel momento bambini sfuggiti al controllo della madre e vecchi smemorati privi di badante, ad applicazioni nel settore del turismo, dei trasporti e della logistica urbana.

 

Un altro esempio di politica industriale (mancata) è quella del trasporto merci per ferrovia. Veniamo informati (rif: ItaliaMondo, Logistica e Intermodalità, Luglio 2013) che persino i turchi hanno in corso di realizzazione una galleria ferroviaria sotto i Bosforo per collegare la loro rete con le repubbliche centro-asiatiche, l’Iraq e l’Iran e che gli svizzeri (che sciocchini non sono) continuano a perforare montagne per far passare carri merci ferroviari, mentre in Italia si discetta ancora sull’utilità o meno di completare la TAV su un tracciato, quello che va dall’Italia alla Francia, dove attualmente transitano annualmente nelle due direzioni, attraverso i tre valichi (Monte Bianco, Frejus e Ventimiglia), 2.360.046 (avete letto bene: milioni!) di mezzi pesanti pieni e 281.425 mezzi pesanti vuoti (ghiaccio, neve, frane e incidenti permettendo). Il nostro che è un paese di trasformazione ed esportazione di merci più che di esportazione di servizi ha ancora convogli ferroviari merci lunghi al massimo appena 550 metri contro i 750 metri di lunghezza dei concorrenti nord europei e quel che più conta ha ancora moltissime gallerie ferroviarie con sagoma limitata che impediscono il carico e il trasporto sui treni merci di semirimorchi di altezza 4m come prevede il codice della strada europeo e banchine portuali di accosto dotate in molti casi di binari cortissimi  dove per fare un trasbordo merci da una nave da carico ad un treno completo bisogna realizzare due o tre tratte con relative manovre e impiegare il doppio o triplo del tempo necessario per svolgere le stesse operazioni che si effettuano a Rotterdam o ad Anversa o ad Amburgo.

 

Eppure il nostro interscambio con l’estero viaggia prevalentemente via terra (e in Europa). Infatti i dati dell’interscambio commerciale italiano con l’estero forniti dall’ISTAT e riferiti all’ultimo anno disponibile quanto a rilevazione disaggregata per aree, il 2011, ci raccontano che oltre due terzi (il 69,3 % ) delle merci esportate dall’Italia va in Europa e in particolare verso i paesi della Unione Europea (il 56,0 % per esattezza). Per il trasferimento sul territorio europeo si usano prevalentemente trasporti terrestri. L’incidenza sul totale delle nostre esportazioni dirette nell’America Settentrionale è per contro del 6,8 % e quello verso la Cina appena del 2,6 %. In totale esportiamo un controvalore di 375.850 milioni di di merci: di esse ben 260.592 milioni verso l’Europa, di cui 210.482 milioni diretti alla sola Unione Europea (rif: ISTAT “Compendio statistico italiano 2012”).    

 

 

 

Eutimio Tiliacos

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