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Negoziato sul Nafta, Truppe americane in Afghanistan, Uragano Harry, Attentato Barcellona, Brexit

finestra sul mondo

Nafta, il Messico si prepara al nuovo negoziato “nell’incertezza”

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – Inizia oggi il nuovo round per il negoziato sul Nafta (North American Free Trade Agreement), il trattato di libero commercio dei paesi nordamericani che il presidente Usa Donald Trump continua a mettere al centro delle critiche. Il tema, da mesi nei posti caldi dell’agenda politica continentale, ha agitato la politica messicana, principalmente impegnata a far fronte alle scorribande verbali dell’inquilino della Casa Bianca. Il secondo round inizia “in un clima di incertezza e con la minaccia” di una sua chiusura, segnala il quotidiano “El Universal”. La prima parola, ricorda la testata, spettera’ ai capi delle equipe negoziali, ma in caso di stallo, “i ministri entreranno in azione” con l’obiettivo di sciogliere i nodi e arrivare a un accordo nel volgere di sette sessioni, obiettivo ritenuto ambizioso dalla stampa messicana. I lavori si aprono sotto i non benefici auspici delle minacce via twitter di Trump, secondo cui Washington continua a non scartare l’ipotesi di abbandonare l’accordo. Il Messico continua ad avere negli Usa il principale partner economico e commerciale e per questo, riassume il quotidiano spagnolo “El Pais”, il negoziato del Tlcan (questo l’acronimo in spagnolo), “e’ diventato in fretta un rompicapo per il governo” di Citta’ del Messico. “I peggiori fantasmi sono affiorati in meno di quindici giorni, il tempo trascorso tra la fine del primo round e l’inizio del secondo”. Il governo messicano ha promesso di non rispondere alle provocazioni e di non voler trattare il tema attraverso i social, ma ha avvertito che potrebbe abbandonare il negoziato, nel caso rimanesse vigente la minaccia di abbandono del trattato da parte degli Usa. Di piu’, il ministro dell’Economia Ildefonso Guajardo ha parlato apertamente di “un piano B”, per riequilibrare le partite commerciali nel caso dovesse fallire il negoziato: sarebbe “irresponsabile” sedersi a un tavolo senza un piano alternativo, ha detto Guajardo non escludendo che la sessione che si apre oggi possa risolversi in un nulla di fatto. “Diversi analisti”, segnala “El Pais”, “ritengono sia arrivato il momento che il Messico batta un colpo e dica a chiare lettere che, in caso di fine dei negoziati, non solo si chiudera’ l’accordo commerciale ma che dovra’ anche esserci un cambio nella cooperazione in materia di migrazione e sicurezza”, capitoli nei quali la partecipazione del Paese a sud della frontiera e’ considerata cruciale.

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Afghanistan, gli Usa inviano altre truppe e bloccano gli aiuti militari al Pakistan

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – Il dipartimento della Difesa Usa ha avviato le operazioni per il rafforzamento del contingente militare statunitense di stanza in Afghanistan, come anticipato dal presidente Usa, Donald Trump, la scorsa settimana, al termine di una revisione strategica della linea adottata dal suo predecessore, Barack Obama, per contrastare l’insurrezione in quel paese centro-asiatico. Il segretario alla Difesa Usa, Jim Mattis, ha confermato ieri, nel corso di una conferenza stampa al Pentagono, che gli ordini relativi al rafforzamento del contingente in Afghanistan sono stati firmati, e le operazioni sono gia’ in corso. Il segretario ha rifiutato ancora una volta di fornire indicazioni precise in merito all’entita’ dell’accresciuta presenza militare Usa sul suolo afgano; fonti del Pentagono citate dai principali quotidiani Usa sostengono che all’attuale contingente si uniranno altri 3.900 effettivi. Mattis ha precisato che i militari statunitensi manterranno un ruolo di supporto alle operazioni militari dell’Esercito afgano. “Si tratta perlopiu’ di consentire alle forze afgane di combattere in maniera piu’ efficace”, ha spiegato il segretario. Mercoledi’ scorso Mattis ha confermato che il contingente Usa in Afghanistan ha contato sino ad oggi su un totale di 11 mila uomini, piu’ degli 8.400 citati per mesi dai funzionari del Pentagono. Nelle prossime settimane, dunque, il contingente Usa arrivera’ a contare almeno 15 mila effettivi. Sempre ieri, il dipartimento di Stato Usa ha riferito al Congresso federale l’intenzione di “congelare” aiuti militari al Pakistan per un importo complessivo pari a 255 milioni di dollari, sino a quando Islamabad non avra’ intrapreso “misure concrete” per fugare i timori di Washington in merito ai porti franchi offerti ai terroristi nel territorio di quel paese. La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva annunciato l’intenzione di adottare una linea piu’ dura nei confronti del Pakistan, nel tentativo di ostacolare la creazione di roccaforti estremistiche al confine tra quel paese e l’Afghanistan. La decisione del presidente Trump di autorizzare una rafforzamento della presenza Usa sul suolo afgano e’ stata interpretata da molti come una sua personale sconfitta politica e un cedimento ai vertici delle Forze armate: durante la campagna elettorale dello scorso anno, infatti, Trump era stato sostenitore di una linea di politica estera marcatamente non interventista, che almeno a parole ha ribadito anche la scorsa settimana: lo scopo dell’impegno militare Usa all’estero, ha puntualizzato, non sara’ piu’ la promozione di “cambi di regime” in senso democratico, ma la mera tutela della sicurezza dei cittadini Usa dalle minacce terroristiche internazionali.

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Usa, situazione ancora critica in Texas dopo l’uragano Harry, esploso stabilimento chimico

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – Il Texas, e in particolare l’area di Houston, e’ teatro da giorni di un’emergenza gravissima, dopo il passaggio dell’uragano Harry, il piu’ violento abbattutosi sugli Stati Uniti dal 2005, quando l’uragano Katrina devasto’ new Horleans. Diverse aree dello Stato del Texas restano allagate a quasi una settimana dal passaggio dell’uragano, che ha gravemente danneggiato 87 mila abitazioni e ne ha distrutte quasi 7 mila all’interno dello Stato, causando sinora 32 vittime accertate. A preoccupare le autorita’, ora, sono i rischi ambientali e per la salute: le acque fetide che hanno semi-sommerso le cittadine costiere e grandi citta’ come Houston sono una melma tossica composta di rifiuti, acque reflue e sostanze liberate da raffinerie, stabilimenti chimici e industriali. Una serie di esplosioni si sono verificate presso uno stabilimento chimico allagato alle porte di Houston, a causa dei danni subiti dai sistemi elettrici e di sicurezza. I residenti nelle zone limitrofe sono stati evacuati, ma 15 ufficiali sono stati ricoverati dopo aver inalato fumi tossici. Un rapporto sulla sicurezza pubblicato nel 2014 dall’azienda proprietaria dello stabilimento, Arkema, delinea uno scenario gravissimo: alla peggio, le esalazioni e le sostanze rilasciate dallo stabilimento potrebbero minacciare la salute di un milione di persone entro un raggio di 23 miglia. Sempre a Houston, i due principali aeroporti internazionali stanno tentando di tornare gradualmente all’ordinaria operativita’, mentre le autorita’ scolastiche della citta’ hanno comunicato che le lezioni non riprenderanno per almeno due settimane. Altrove nello Stato, la cittadina di Beaumont si trova del tutto priva dell’approvvigionamento idrico, mentre oltre 200 soccorritori sono impegnati a Meyerland, una delle zone piu’ colpite dall’uragano, alla ricerca di diversi dispersi. Sinora 325 mila persone si sono rivolte all’agenzia federale Fema per ricevere assistenza; l’agenzia ha reso noto di aver gia’ distribuito aiuti individuali per un totale di 57 milioni di dollari. Dopo aver imperversato per diversi giorni sul Texas, Harvey e’ stato declassato a “depressione tropicale”, ma continuera’ ad imperversare su diverse aree della Louisiana, del Tennessee e del Kentucky almeno sino alla serata di venerdi’. Il segretario dell’Energia Usa, Rick Perry, ha annunciato l’invio di 500 mila barili di petrolio da una riserva emergenziale nel tentativo di evitare un’esplosione dei prezzi dei carburanti alla pompa. Frattanto, il presidente Usa Donald Trump e il Congresso federale stanno discutendo un piano di emergenza che autorizzerebbe lo stanziamento di quasi 6 miliardi di dollari per le aree colpite dal devastante uragano. La Casa Bianca potrebbe inviare una richieste specifica per il finanziamento del piano emergenziale nella giornata di oggi (venerdi’), stando a fonti dell’amministrazione presidenziale citate dalla “Washington Post” e da “Bloomberg”. Stando alle fonti, il piano prevede lo stanziamento di 5,5 miliardi di dollari per il Disaster Relief Fund, le cui disponibilita’ finanziarie sono attualmente pressoche’ inesistenti. Il fondo e’ gestito dalla Federal Emergency Management Agency (Fema), l’agenzia federale incaricata di gestire la risposta di emergenza a disastri come uragani e alluvioni. Altri 450 milioni di dollari verrebbero destinati invece al sostegno alle piccole e medie imprese colpite dal disastro ambientale, tramite lo Small Business Administration’s Disaster Loan Program. Stando a “Bloomberg”, il presidente Trump sarebbe intenzionato ad allegare al provvedimento per gli stanziamenti emergenziali la misura periodica di autorizzazione allo sforamento del debito federale, cosi’ da garantire il finanziamento delle attivita’ del governo federale tra il 30 settembre e la fine dell’anno fiscale corrente. Cosi’ facendo, la Casa Bianca conta di garantire alla misura un passaggio piu’ agevole al congresso, evitando dibattiti e stalli sul debito che potrebbero causare ricadute negative sui mercati.

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Spagna, infuria la polemica per l’allarme mai raccolto sull’attentato a Barcellona

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – A maggio gli Stati Uniti avevano avvertito della possibilita’ di un attentato nella Rambla di Barcellona, ma le autorita’ locali avrebbero sostanzialmente sottostimato la portata dell’allarme. La notizia, lanciata dal “Periodico de Catalunya”, e’ oggi protagonista indiscussa della stampa spagnola, un peso accentuato dall’intrecciarsi della polemica con le tensioni politiche tra l’esecutivo centrale e il governo della Catalogna, la Generalitat. Gia’ all’indomani degli attentati, il “Periodico” aveva parlato di un avvertimento proveniente da oltre oceano, ma non aveva prodotto le carte. Documenti pubblicati ieri e che portano la firma del National Counterterrorism Center (Nctc), fronte della lotta antiterrorista cui appartiene anche la Cia. La nota su un possibile attacco estivo contro interessi turistici a Barcellona – concretamente “nelle Ramblas” – era stata trasmessa in forma riservata a Madrid il 25 maggio. Nel corso di una agitata conferenza stampa, l’assessore catalano alla sicurezza Joaquim Form ha pero’ smentito che l’allarme avrebbe potuto impedire gli attacchi che il 17 agosto provocarono la morte di 16 persone e decine di feriti. I giorni successivi all’attentato, ricorda Forn “lo Stato ha detto che nessuno degli avvisi ricevuti aveva relazione con l’attacco”. E inoltre, scrive il quotidiano “El Pais” ricostruendo tramite fonti investigative la seconda ragione per cui l’allarme non sarebbe stato comunque efficace, la cellula responsabile dell’attentato aveva originariamente in animo di attaccare la cattedrale della Sagrada Familia e che l’azione sulle Ramblas era solo il “piano B”, forzato dall’esplosione fortuita della dinamite preparata per colpire l’obiettivo principale. La nota della Ntct avvertiva di informazioni tutte da verificare ma la stampa nazionale insiste sul fatto che a lungo Barcellona ha smentito di aver ricevuto informazioni dagli Usa. Forn ha finalmente ammesso di essere stato informato ma non dalla Cia perche’, come spiegava il presidente della Generalitat Carles Puigdemont, le agenzie di intelligence parlano solo con le agenzie di intelligence. Puigdemont, “ha occultato la verita’ quando ha assicurato che il suo governo o i Mossos d’Esquadra (la polizia autonoma, ndr), non avevano ricevuto da parte della Cia o dell’esecutivo di Madrid un’avvertenza sull’attentato”, scrive il quotidiano “El Mundo”. Il riconoscimento tardivo del governo catalano, attacca “El Pais” in un lungo editoriale, rende piu’ grave l’accusa che i vertici della polizia locale aveva lanciato con il “Periodico”, il cui vicedirettore era stato tacciato di “togliere prestigio ai Mossos” per uno scoop. Ed e’ ancora piu’ grave, prosegue l’editoriale, rovesciare su Madrid la responsabilita’ di non aver dato peso all’allarme. “La Spagna ha avuto la disgrazia di vedere come il peggior attenato della sua storia”, la strage di Atocha del 2004, “si trasformasse in un campo di battaglia politico. Scongiurare questo pericolo dovrebbe essere una priorita’ ineludibile e una responsabilita’ di prim’ordine che pero’ non si intravede nell’azione della Generalitat”.

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Barnier, dal Regno Unito un approccio alla Brexit “nostalgico e irrealistico”

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – In una tesa conferenza stampa congiunta a Bruxelles, dopo il terzo round di negoziati sulla Brexit, il capo negoziatore della Commissione europea, Michel Barnier, riferisce il quotidiano britannico “The Guardian”, ha criticato l’approccio del Regno Unito, sostenendo che ha evidenziato “una sorta di nostalgia sotto forma di richieste specifiche per poter continuare a godere dei vantaggi del mercato unico e dell’adesione all’Ue senza piu’ farne parte”. Il politico francese ha lamentato la mancanza di “progressi decisivi”, in contrasto con la controparte, il segretario britannico per l’Uscita dall’Unione Europea, David Davis, che ha parlato invece di progressi “concreti”. Lo stallo riguarda soprattutto il conto del divorzio e i diritti dei cittadini comunitari. Per Barnier occorre affrontare tali questioni per costruire la fiducia tra le parti e discutere della relazione futura. “Il Regno Unito vuole riprendere il controllo per adottare i propri standard e regolamenti, ma vuole anche che questi standard siano riconosciuti automaticamente nell’Ue. Non si puo’ stare fuori dal mercato unico e dare forma al suo ordinamento giuridico”, ha detto il rappresentante dell’Ue. Davis ha ammesso che le posizioni giuridiche sono diverse e che ci sono ancora “significative differenze”, anche se a suo parere e’ stata costruita una “comprensione reciproca”. Non ha nascosto la frustrazione per la condizione dell’Ue di risolvere prima le questioni finanziarie e ha ribadito che molte potrebbero essere affrontate “con un occhio rivolto a come funzionera’ la nuova relazione”. Il ministro ha riconosciuto anche che il paese uscente ha degli “obblighi morali” e legali, ma ha precisato che tali obblighi “devono essere ben specificati, devono essere reali” e che e’ doveroso nei confronti dei contribuenti esaminare attentamente le richieste europee. Nei quattro giorni di colloqui, comunque, non e’ stato fatto alcun passo avanti sui costi dell’uscita; qualche limitato progresso si e’ registrato sul trattamento dei pensionati residenti all’estero, sull’assistenza sanitaria, sulla tutela dei lavoratori transfrontalieri e sul confine irlandese: per Davis c’e’ stata una discussione positiva sul mantenimento di una frontiera aperta tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda; anche a questo proposito, pero’, fonti europee sono state piu’ caute parlando di “messaggi rassicuranti”, ma sottolineando che permangono molte divergenze.

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Regno Unito, May in Giappone cerca di rassicurare Abe sulla Brexit

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – La premier del Regno Unito, Theresa May, riferisce il “Financial Times”, in visita in Giappone, ha incontrato il suo omologo giapponese, Shinzo Abe, offrendogli rassicurazioni sui rapporti tra i due paesi dopo la Brexit. In una conferenza stampa congiunta, Abe ha dichiarato esplicitamente che mille aziende nipponiche operano in Gran Bretagna, considerandola “una porta d’accesso all’Unione Europea”, e di aver chiesto a Londra “una maggiore trasparenza e prevedibilita’” per minimizzare i danni dell’uscita dall’Ue. May ha replicato di aver risposto alle preoccupazioni del governo di Tokyo “in modo molto forte”, pur non entrando nei dettagli sulle garanzie offerte. La leader di Downing Street ha espresso lo stesso concetto in un incontro col presidente di Hitachi, Hiroaki Nakanishi; il presidente di Toyota, Takeshi Uchiyamada, e l’amministratore delegato di Nissan, Hiroto Saikawa, concordando sulla necessita’ di fare la massima chiarezza possibile sul processo della Brexit. Secondo l’esecutivo britannico la visita e’ stata un “successo” e ha posto le basi per l’impegno a lavorare “rapidamente” a una nuova partnership economica. Piu’ caute le dichiarazioni giapponesi, nonostante la disponibilita’ alla “cooperazione”; per il paese asiatico la “priorita’ immediata” rimane la conclusione dell’accordo commerciale con l’Ue, dopo l’intesa di principio raggiunta a luglio.

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Francia, una riforma del Lavoro su misura per il padronato

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – Natale e’ arrivato in anticipo per il padronato francese: cosi’ il quotidiano di sinistra “Libe’ration” commenta i cinque decreti attuativi per riformare il Codice del lavoro presentati ieri giovedi’ 31 agosto dal primo ministro Edouard Philippe e dalla ministra del Lavoro Muriel Pe’nicaud. Ieri sera lo champagne e’ dovuto scorrere a fiumi nella sede della Medef, la Confindustria francese: in appena tre mesi dall’insediamento del nuovo esecutivo Macron-Philippe, l’organizzazione padronale e’ riuscita a far passare una lista impressionante di rivendicazioni, alcune richieste da lunga data: allargamento della contrattazione aziendale e degli accordi di cantiere, maggiore autonomia dei singoli settori economici in materia di regole di utilizzo dei contratti a tempo indeterminato, fusione e riduzione delle rappresentative sindacali sui posti di lavoro; a cui si aggiungono l’accorciamento dei tempi per i licenziamenti ed il tetto alle indennita’ concesse per i licenziamenti illegittimi. Per contro, scrive “Libe’ration”, ai sindacati vengono offerti ben miseri contentini: qualche risorsa in piu’ per le rappresentanze locali ed un aumento del 25 per cento delle liquidazioni in caso di licenziamenti legittimi dei lavoratori. A questo punto, prevede il giornale, si aprira’ nel paese una battaglia per la conquista dell’opinione dei francesi: una battaglia che sara’ combattuta tra una maggioranza presidenziale decisa a far passare la sua svolta liberale ed un’opposizione sociale anch’essa assai risoluta ma profondamente divisa al suo interno da rivalita’ spesso incomprensibili. Protagonisti di questa “guerra fredda” a sinistra sono il sindacato di ispirazione comunista Cgt, che ha gia’ indetto una manifestazione contro la riforma del Codice del lavoro per il 12 settembre prossimo, e la coalizione “La France insoumise” (“La Francia non sottomessa”, ndr) dell’ex candidato presidenziale Jean-Luc Me’lenchon che ha invece convocato per il 23 prossimo una giornata in cui “tutto il popolo francese”, e non soltanto i lavoratori dipendenti, e’ chiamato a raccolta per protestare contro le politiche liberiste del duo Macron-Philippe. E’ prevedibile, anticipa “Libe’ration”, che gli occhi saranno puntati sull’ampiezza della partecipazione ai due eventi: e’ sui numeri che comunisti e “non-sottomessi” si giocheranno la partita dell’egemonia sulla sinistra francese.

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Francia, una riforma che “cambia lo spirito” del Codice del lavoro

01 set 11:05 – (Agenzia Nova) – Il dado e’ tratto ed in meno di un mese la Francia avra’ un nuovo Codice del lavoro: il primo ministro Edouard Philippe e la ministra del Lavoro Muriel Pe’nicaud ieri giovedi’ 31 agosto hanno presentato i cinque decreti attuativi con cui il governo intende riformare il diritto del lavoro, in una conferenza stampa di cui da’ ampio conto tutta la stampa transalpina ed in particolare il quotidiano economico “Les Echos” che ha sostenuto sin dall’inizio la vittoriosa cavalcata del neo presidente Eemmanuel Macron. Ieri dunque il premier ha ripetuto per ben cinque volte che si tratta di una riforma “ambiziosa”, invitando analisti e commentatori ad andare aldila’ dei suoi aspetti piu’ tecnici e sottolineando come essa sia solo il primo stadio di quel “piano di trasformazione” del paese promesso da Macron sin dal suo arrivo al palazzo dell’Eliseo. Secondo Philippe, la riforma e’ lo strumento giusto per “riparare” i guasti provocati nel paese da decenni di disoccupazione di massa e costituisce una rottura della tradizionale visione delle relazioni sociali che si e’ finora imposta in Francia: “Nessuno puo’ seriamente sostenere che il nostro diritto del lavoro oggi come oggi favorisca le assunzioni ed aiuti le imprese a crescere”, ha sostenuto il primo ministro; l’obbiettivo della riforma e’ quello di “cambiare lo spirito del Codice del lavoro”, ha ribadito a sua volta la ministra Pe’nicaud. Per il governo francese uscito dalla lunga stagione elettorale della scorsa primavera, dunque, la priorita’ non e’ piu’ difendere la supposta vulnerabilita’ dei lavoratori, quanto assicurare alle imprese la liberta’ di svilupparsi. Anche se la riforma non e’ quella “rivoluzione copernicana” promessa, scrive l’editorialista Jean-Francis Pecresse del quotidiano “Les Echos”, il contenuto dei decreti rappresenta pur sempre un rinnovamento profondo e senza precedenti in Francia. Una svolta che il nuovo esecutivo ha preparato scrupolosamente nel corso dell’estate e che ieri e’ stata accompagnata dalla pubblicazione di un’intervista-fiume concessa dal presidente Macron al settimanale “Le Point”: con la sua popolarita’ in caduta libera nei sondaggi, il neo presidente francese non puo’ certo permettersi un passo falso con la prima importante riforma del suo quinquennato. Il cammino della riforma del lavoro dovrebbe andare speditamente a livello istituzionale: i decreti saranno adottati dal Consiglio dei ministri il 22 settembre prossimo e definitivamente approvati dall’Assemblea Nazionale entro la fine dell’anno. Quanto alle parti sociali, mentre la Medef (la Confindustria francese, ndr) ha accolto con favore la riforma, la vera opposizione sara’ invece nelle piazze: una prima manifestazione di protesta e’ stata gia’ organizzata per il 12 prossimo dal sindacato Cgt di ispirazione comunista, seguita da un’altra il 23 settembre convocata dalla coalizione di estrema sinistra de “La France insoumise” (“La Francia non sottomessa”, ndr): tutto sta a vedere se il movimento di protesta riuscira’ ad assumere l’ampiezza registrata dalle manifestazioni che nella primavera del 2016 portarono all’affossamento dell’analoga riforma tentata dall’allora governo socialista.

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