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Morto Marco Aurelio Garcia (Brasile) stratega di Lula, Maxi sanzione USA a Exxon, Caso Russiagate, La Brexit e le Frontiere, Macron

finestra sul mondo

Brasile, scompare Marco Aurelio Garcia, lo stratega della politica estera di Lula

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – Un infarto ha messo fine improvvisa alla morte di Marco Aurelio Garcia, figura chiave della politica estera brasiliana dell’ex presidente Inacio Luis Lula da Silva. Aveva 76 anni ed era stato, oltre che consigliere speciale della presidenza, uno dei fondatori di quel Partito dei lavoratori (Pt) cui tanta parte si attribuisce nella crescita dei movimenti e dei governi di centrosinistra che hanno caratterizzato buona parte dell’America Latina a cavallo dei primi due decenni del millennio. L’ufficio che ha occupato per 13 anni, ricorda “O globo” era al terzo piano di Planalto, a pochi metri dall’ufficio del presidente. Docente universitario di storia, a riposo, Garcia era conosciuto dai funzionari come “il professore”. “Entusiasta delle alleanze Sud-Sud, e’ stato un difensore della creazione del cosiddetto Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica)” oltre che di organismi di integrazione latinoamericani come “le oggi dimenticate Unasur o Celac”, scrive l’edizione brasiliana di “El Pais” parlando degli scenari nei quali si consacro’ “la proiezione internazionale di Lula”. Durante il suo mandato “non appena scoppiava una crisi politica rilevante in Sud America, il consigliere di Lula si materializzava con gli occhiali sulla montatura di tartaruga, che erano il suo simbolo e che ricordava con orgoglio di aver trovato in una bancarella a Parigi”. E aiutando a trovare l’intesa con le altre capitali regionali, Garcia ha spinto il Brasile alla guida di un movimento internazionale che ha fatto la fortuna del Partito dei lavoratori ma ha anche attirato le critiche di un eccesso di “ideologizzazione della politica estera”. Brasilia era per esempi accusata di “eccessiva condiscendenza con il Venezuela di Hugi Chavez o la Bolivia di Evo Morales”, ricorda ancora “El Pais”. “Qual e’ l’argomento a favore della condiscendenza?”, si chiedeva Garcia: “Noi non parliamo a voce alta con la Bolivia e dolcemente con gli Stati Uniti. Noi parliamo allo stesso modo con tutti i paesi del mondo”. Anzi, ricorda il quotidiano “Folha de Sao Paulo” in una nota firmata da Clovis Rossi, l’accusa di “antiamericanismo” e’ “paradossale”: tra gli altri, uno degli interlocutori piu’ assidui di Garcia era il generale Jim Jones, consigliere speciale per la Sicurezza nazionale in gran parte del mandato di George W. Bush alla Casa Bianca. Garcia faceva esercizio di realismo e mai avrebbe pensato che Washington e Brasilia dovessero smettere di comunicare. Risultato, scrive Rossi, “la relazione con gli Stati Uniti, durante il governo Lula, e’ diventata la migliore di tutti i tempi”.

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Usa, il Tesoro chiede 2 miliardi a Exxon per gli affari con la Russia

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha imposto al colosso petrolifero Exxon Mobil Corp. una sanzione da due miliardi di dollari, contestandogli la “sconsiderata noncuranza” per le sanzioni Usa a carico della Russia. La sanzione apre uno scontro all’interno del governo Usa: le violazioni del regime sanzionatorio contestate a Exxon, infatti, risalgono al 2014, quando era amministratore delegato della compagnia l’attuale segretario di Stato Usa, Rex Tillerson. Questi, ricorda la stampa Usa, a inizio 2014 aveva intensificato la partnership di lungo corso della major petrolifera con il Cremlino a dispetto delle sanzioni che Washington aveva appena imposto a Mosca in risposta all’annessione russa della Crimea. nel maggio di quell’anno, sostiene il Tesoro, Exxon firmo’ otto documenti relativi a progetti di sfruttamento delle risorse russe di petrolio e gas; i documenti vennero sottoscritti anche da Igor Sechin ad del colosso petrolifero di Stato russo Pao Rosneft. Stando al Tesoro, quegli accordi violano apertamente le sanzioni imposte dagli Usa a Sechin, ex funzionario dell’intelligence russa e figura assai vicina al presidente russo Vladimir Putin. Il Tesoro ha deciso di imporre ad Exxon la massima sanzione applicabile sulla base della normativa vigente; un portavoce della compagnia ha definitola decisione del tesoro “oltraggiosa”, ed ha annunciato che la compagnia intende contestare ogni addebito: la lettura degli accordi del 2014 fornita dal Tesoro, sostiene il portavoce, e’ diametralmente opposta rispetto alle linee guida fornite dall’amministrazione Obama quando le sanzioni alla Russia entrarono in vigore. L’Office of Foreign Assets Control, agenzia del Tesoro che vigila sul rispetto delle sanzioni, aveva segnalato gli accordi di Exxon come una possibile violazione gia’ nel 2015; gia’ allora, l’azienda aveva replicato che le relazioni con Sechin erano state espressamente consentite dal Tesoro e dalla casa Biacna di barack Obama, se di natura prettamente professionale e non personale. Ieri Exxon ha presentato un esposto presso la corte federale distrettuale del Nono distretto, nel Texas, nel tentativo di far revocare l sanzione ai suoi danni. Il tesoro no ha commentato l’azione legale della compagnia, ma in un comunicato smentisce quanto sostenuto dalla major: “Nessun materiale emesso dalla Casa biacna o dal dipartimento di Stato stabilisce un’eccezione di ordine professionale per le persone sanzionate, ne’ alcun materiale suggerisce che persone Usa possano continuare a intraprendere affari con tali individui”, recita un comunicato diffuso ieri dal Tesoro. Quando ha assunto l’incarico di segretario di Stato, lo scorso anno, Tillerson ha promesso di ricusarsi per un anno da qualunque questione riguardante la compagnia petrolifera che ha amministrato. Ieri il dipartimento di Stato Usa si e’ limitato a ribadire il proprio sostegno alle sanzioni contro la Russia.

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Usa, “Russiagate”: la Casa bianca verso la resa dei conti con il procuratore speciale Mueller

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – La commissione investigativa speciale chiamata a chiarire il ruolo della Russia nelle elezioni presidenziali Usa dello scorso anno, e le ipotetiche relazioni tra il Cremlino e la campagna del presidente Usa Donald Trump, ha annunciato di aver avviato indagini a carico dell’ex manager di quella campagna, Paul Manafort, con l’ipotesi di riciclaggio di denaro. Manafort, un repubblicano che in passato ha lavorato come consulente per un partito pro-russo ucraino, e’ anche al centro delle indagini sulla presunta collusione Trump-Russia delle commissioni Intelligence di Camera e Senato Usa; l’ex manager della campagna di Trump ha chiesto per mesi di poter testimoniare di fronte a queste commissioni, e potra’ finalmente farlo la prossima settimana, assieme al figlio di Trump, Donald Trump Jr, sulla graticola per un incontro di 20 minuti con un avvocato russo, nel giugno dello scorso anno. Non e’ chiaro quanto le presunte transazioni illecite abbiano effettivamente a che fare con il “Russiagate”: stando alle indiscrezioni, infatti, le transazioni contestate al funzionario riguardano compravendite di immobili a New York effettuate nell’arco dell’ultimo decennio, che il diretto interessato, tramite il suo legale, ha definito “investimenti personali in immobili di natura del tutto ordinaria”. La commissione investigativa guidata dal procuratore speciale Robert Mueller, pero’, ha un potere di indagine del tutto discrezionale, che questi sembra deciso a estendere a questioni per nulla inerenti lo scandalo “Russiagate”. Tra Mueller e la Casa bianca di Donald Trump, che definisce le accuse di “collusione” a suo carico una “caccia alle streghe”, ed ha contestato sin dal principio la nomina del procuratore speciale, sembra pero’ avvicinarsi il momento della resa dei conti. Stando a indiscrezioni di fonti anonime citate dal “New York Times” e dalla “Washington Post”, infatti, la Casa Bianca starebbe raccogliendo quante piu’ informazioni possibili sui membri della commissione investigativa di Mueller, diversi dei quali sono contributori e sostenitori dichiarati del Partito democratico; i collaboratori del presidente Trump starebbero anche valutando le relazioni personali tra Mueller, ex direttore dell’Fbi, e il suo “protetto” e successore alla guida di quell’agenzia, James Comey, il cui licenziamento da parte di Trump ha innescato proprio la nomina del procuratore speciale. L’obiettivo della Casa bianca sarebbe quello di costringere parte dei membri della commissione a ricusarsi per conflitto d’interessi, o addirittura quello di giustificare la revoca del mandato di Mueller da parte del presidente; questi ha formalmente l’autorita’ di porre fine alle indagini del procuratore speciale, ma cosi’ facendo si esporrebbe ad attacchi ancor piu’ duri da parte di chi, sinora senza riscontri concreti, accusa Trump di collusione con la Russia.

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Spagna, l’assalto di Atlantia scatena gli appetiti su Abertis

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – L’offerta pubblica d’acquisto lanciata dalla italiana Atlantia sta mettendo la compagnia spagnola Abertis sempre piu’ al centro degli appetiti di grandi gruppi delle infrastrutture, fuori e dentro la penisola iberica. Il primo a scoprire le carte e’ stato Aena, l’ente controllato dal ministero delle Finanze che opera nella gran parte degli aeroporti del paese. Il tentativo di controffensiva e’ stato stoppato dal governo causando irritazione nel primo socio privato dell’azienda, la britannica Tci. Ma su Abertis sta mettendo gli occhi anche il gruppo Acs, proprieta’ di quel Florentino Perez che e’ anche presidente del Real Madrid. L’azienda ha segnalato la propria intenzione alle autorita’ del mercato affaristico locale: “Acs conferma che sta studiando, con l’appoggio di consulenti esterni e senza che sia stato interessato il consiglio di amministrazione, una possibile contro opa sulla societa’ Abertis, senza che sinora sia stata presa alcuna decisione al riguardo”. L’eventuale acquisto – scrive il quotidiano “Expansion” che da giorni e’ il piu’ informato sui movimenti attorno ad Abertis -, darebbe vita a un “nuovo gigante mondiale delle infrastrutture” con un fatturato congiunto pari a 36,911 miliardi di euro (cifre del 2016) e un ebidta di 5,263 miliardi. Per mandare in porto l’operazione, Acs starebbe pensando a diverse strategie, una delle quali assegna alla tedesca Hoctief (posseduta al 72 per cento dal gruppo spagnolo), il compito di fare l’offerta. Impresa “ammiraglia” di Acs all’estero, Hochfield corre a vele spiegate e i risultati della “profonda ristrutturazione” operata dallo staff di Perez si vedono anche in Borsa: ieri il gruppo ha chiuso le quotazioni con un incremento del 44 per cento rispetto al prezzo delle azioni battuto un anno fa. “Per Acs si tratterebbe di un’operazione ambiziosa ma in sintonia con le aspettative del governo spagnolo che dal primo momento” si e’ manifestato contrario al passaggio di Abrtis nelle mani di un gruppo straniero, scrive “Expansion”. Gli italiani finirebbero per mettere indirettamente le mani anche su Hispasat, azienda aerospaziale ritenuta strategica da Madrid. Il governo spagnolo non ha pero’ ritenuto interessante il tentativo di contro offerta avanzato da Aena, operatore degli principali scali aeroportuali del paese. La decisione avrebbe irritato non poco il fondo britannico Tci, secondo maggior azionista del gruppo (12,11 per cento del capitale) e regista dell’operazione. Aena ha cosi’ rinunciato alla possibilita’ di trasformarsi “nel piu’ grande soggetto pubblico nella gestione di infrastrutture in Europa”, scrive il quotidiano “Abc” raccontando l’irritazione dei titolari di Tci, che tornano a chiedere a Madrid di aprire il mercato a quote superiori al 49 del cento di azioni.

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Brexit, i temi che dividono le parti

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – Dopo il secondo round di negoziati a Bruxelles sulla Brexit, il Regno Unito e l’Unione Europea, riferiscono i quotidiani britannici “The Guardian” e “The Times”, restano distanti su molti punti. Il tema piu’ spinoso e’ il costo del divorzio, che potrebbe ammontare a 75 miliardi di euro, facendo una media delle stime: il paese uscente ha riconosciuto di avere degli obblighi finanziari, ma non ha fornito ulteriori chiarimenti, sollecitati esplicitamente dal capo negoziatore della Commissione europea, Michel Barnier. Altra questione controversa e’ la giurisdizione della Corte europea di giustizia (Cgue), che riguarda molte aree di un accordo di uscita, ma soprattutto la cittadinanza: secondo l’Ue solo la Cgue puo’ garantire i diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna dopo la Brexit. Il nodo principale per i cittadini comunitari e’ la liberta’ di circolazione, ma ce ne sono anche altri, come il diritto di voto nelle elezioni locali e i ricongiungimenti familiari. A cio’ si aggiungono le divergenze sui controlli dei precedenti giudiziari e sulle espulsioni dei condannati per alcuni tipi di reati. C’e’ distanza, infine, anche sull’assistenza sanitaria: il Regno Unito vorrebbe mantenere l’attuale sistema: la tessera europea di assicurazione malattia, che prevede il rimborso dei costi da parte degli Stati di appartenenza degli assistiti; la Commissione europea sta ancora approfondendo il tema. Il settimanale “The Economist” osserva che l’Ue offre al paese uscente diversi menu’, ma nessuno a’ la carte. Le opzioni sono sei. La prima, respinta dal referendum britannico dell’anno scorso, e’ la piena appartenenza. La seconda e’ l’appartenenza allo Spazio economico europeo (See), come la Norvegia, l’Islanda e il Liechtenstein, che pero’ richiede l’accettazione delle quattro liberta’ di circolazione. La terza e’ l’opzione svizzera: l’Associazione europea di libero scambio (Aels), che prevede l’accesso privilegiato al mercato unico per le merci (non agricole), ma non per la maggior parte dei servizi, con la libera circolazione delle persone e il pagamento di un contributo al bilancio dell’Ue. La quarta, quella della Turchia, di San Marino e di Andorra, e’ l’unione doganale (agricoltura esclusa), che eviterebbe le tariffe e il ritorno di una frontiera irlandese, ma impedirebbe la conclusione di nuovi accordi. La quinta possibilita’ e’ quella preferita dalla premier, Theresa May: un ampio accordo di libero scambio, i cui precedenti sono ravvisabili in quelli con l’Ucraina, il Canada e il Giappone. L’ultimo scenario e’ il regime dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) in mancanza di alcun accordo tra le parti.

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Regno Unito, la frontiera potrebbe restare aperta per due anni dopo la Brexit

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – Dopo quattro giorni di negoziati a Bruxelles sulla Brexit tra il Regno Unito e l’Unione Europea, il segretario britannico per l’Uscita dall’Ue, David Davis, ha espresso soddisfazione per i progressi e il capo negoziatore della Commissione europea, Michel Barnier, ha dichiarato che le parti si stanno muovendo “in una direzione comune”, pur sottolineando che restano “fondamentali divergenze” su molte questioni. Per il quotidiano “The Times”, la premier britannica, Theresa May, e’ pronta a offrire ai cittadini comunitari la frontiera aperta per due anni anni dopo la Brexit, una proposta elaborata dal cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, mentre Bruxelles vorrebbe restringere la liberta’ di circolazione dei cittadini britannici: manterrebbero il diritto di restare nello Stato membro in cui risiedono, ma non avrebbero automaticamente anche quello di vivere o lavorare in altri Stati. Per il “Financial Times” la trattativa ha registrato un tentativo di avvicinamento tra gli interlocutori sui diritti dei cittadini: secondo il quotidiano, ci sono 22 punti di accordo, 14 di disaccordo e otto che necessitano di ulteriori chiarimenti. Il Regno Unito potrebbe concedere ai cittadini europei il diritto di tornare nel caso in cui lasciassero il paese per piu’ di due anni; in cambio i britannici residenti in altri paesi membri dell’Ue potrebbero godere della liberta’ di circolazione all’interno dell’Ue. In gioco c’e’ il futuro di oltre quattro milioni di persone: tre milioni di cittadini comunitari che vivono in Gran Bretagna e 1,2 milioni di britannici residenti in altri Stati membri. Tra i punti piu’ controversi i ricongiungimenti familiari e l’espulsione dei colpevoli di alcuni tipi di reati. Londra, inoltre, vuole un controllo sistematico dei certificati penali dei milioni di cittadini comunitari residenti in Gran Bretagna e interessati alla residenza permanente e accetterebbe lo stesso trattamento per i britannici che risiedono in altri paesi membri. La proposta non e’ gradita all’Ue, perche’ va oltre il diritto comunitario esistente: i controlli andrebbero fatti solo in caso di ragionevoli sospetti. Dissenso anche sulle condizioni per l’espulsione: il piano britannico la prevede in caso di reati con condanne detentive a partire da dodici mesi; l’Ue e’ per un approccio meno restrittivo. Sulla strada di un possibile compromesso resta, soprattutto, l’ostacolo della giurisdizione della Corte europea di giustizia.

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Francia, Macron tenta di rassicurare i militari e rinvia il dibattito sulle missioni all’estero

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – All’indomani della traumatica sostituzione del capo di stato maggiore delle Forze armate francesi, il generale Pierre de Villiers, ieri giovedi’ 20 luglio il presidente Emmanuel Macron ha voluto effettuare una visita ad Istres, la base delle forze aeree strategiche per la dissuasione nucleare, con l’obbiettivo di rassicurare i militari: lo riferisce, tra gli altri, il quotidiano economico “Les Echos”. Nella forma, scrive “Les Echos”, il presidente ha ostentato attenzione e comprensione, con una vena di paternalismo; nella sostanza pero’ Macron non ha ceduto di un centimetro sulle sue posizioni: quest’anno, ha infatti ribadito, il bilancio della Difesa sara’ amputato di 850 milioni di euro. In compenso, il presidente francese ha ribadito la promessa di un aumento di 1,8 miliardi di euro per il budget militare del 2018, confermando l’ambizione di avvicinarlo al 2 per cento del Pil secondo l’impegno preso con la Nato e con gli Stati Uniti: il ministero della Difesa sara’ il solo l’anno prossimo a vedere il suo portafoglio gonfiarsi invece di ridursi. Quanto alla spinosa questione del gap tra le risorse finanziarie messe a disposizione ed il mantenimento delle missioni delle Forze armate francesi, in patria ed all’estero, cioe’ la materia del contendere che ha portato alle dimissioni del generale De Villiers, il presidente ha preferito rinviare il dibattito al risultato della revisione strategica in corso che sara’ presentata nel mese di ottobre dalla ministra della Difesa, Florence Parly; ma soprattutto Macron ha incaricato il nuovo capo di stato maggiore, il generale François Lecointre, di presentargli entro l’autunno prossimo delle opzioni per una profonda modifica dell’operazione anti-terrorismo “Sentinelle”, in base alla quale 7 mila soldati pattugliano regolarmente strade e punti sensibili per assicurare la sicurezza delle citta’ francesi: si tratta di una operazione costosa ed assai contestata dagli alti ranghi militari, perche’ nuoce all’addestramento degli uomini e delle donne in divisa, ne sfinisce la fibra fisica e psicologica e depaupera le risorse materiali e finanziarie dell’Esercito; e tutto cio’ a fonte di risultati anti-terrorismo quantomeno incerti.

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Allarme fra gli imprenditori tedeschi per le sanzioni statunitensi alla Russia

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – I dirigenti aziendali tedeschi sono preoccupati dal nuovo disegno di legge del Congresso Usa che prevede sanzioni piu’ dure per le aziende che collaborano con la Russia, e che potrebbe avere gravi ripercussioni sulla loro attivita’. Il disegno di legge, approvato quasi all’unanimita’ dal Senato federale degli Stati Uniti, potrebbe essere approvato anche dalla Camera prima dell’inizio della pausa estiva, scrive la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”. Il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel (Spd), assieme al premier austriaco Christian Kern, avevano aspramente criticato le nuove sanzioni un mese fa, dopo la loro approvazione da parte del Senato Usa: “L’approvvigionamento energetico dell’Europa e’ una questione europea e non degli Stati Uniti d’America. Siamo noi a stabilire chi ci debba fornire l’energia e come, in base a regole trasparenti di mercato e di libera concorrenza”, avevano scritto i due ministri in un comunicato congiunto. S’era detto d’accordo con tale dichiarazione anche il portavoce del cancelliere tedesco Angela Merkel (Cdu) Steffen Seibert. Che gli statunitensi non vogliano solo ottenere obiettivi politici, ma anche economici – sottraendo quote di mercato europeo del gas naturale alla Russia – e’ chiaro a molte aziende tedesche. D’altra parte, lo stesso provvedimento sostiene che “la politica degli Stati Uniti e’ quella di continuare ad opporsi al gasdotto Nord Stream 2 a causa del suo impatto dannoso sulla sicurezza energetica dell’Unione europea, lo sviluppo del mercato del gas nell’Europa orientale e centrale, nonche’ le riforme dell’energia in Ucraina”. In pratica la legge Usa potrebbe sanzionare tutte le aziende tedesche o straniere coinvolte nella costruzione di oleodotti o gasdotti russi. Il capo del progetto Nord Stream 2, Matthias Warnig, ha ribadito al quotidiano “Handelsblatt”: “Le sanzioni potrebbero effettivamente avere un impatto sull’intera fornitura di petrolio e gas”, coinvolgendo anche i progetti in cui le aziende russe siano soltanto partner minoritari. Inoltre la legge non e’ limitata solo al settore energetico, ma anche a quello estrattivo, ferroviario, navale della produzione dell’acciaio e della lavorazione dei metalli. “I piani delle sanzioni del Senato degli Stati Uniti sono profondamente allarmanti e fondamentalmente una minaccia per l’economia europea e tedesca”, ha affermato Wolfgang Buechele, capo del Comitato dell’industria tedesca orientale, che rappresenta gli interessi delle aziende tedesche in quella regione. “Gli Stati Uniti vogliono aprire il mercato internazionale ai loro fornitori e a scapito dei posti di lavoro europei”, ha denunciato. Anche Wolfgang Ischinger, capo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, cosi’ si e’ espresso sul “Wall Street Journal”: “Se la legge non verra’ significativamente modificata, mettera’ in pericolo le relazioni di sicurezza energetica europee e provochera’ danni tra Stati Uniti ed Europa. Il beneficiario di tale dinamica sarebbe solo la Russia”.

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La lotta per il gas in Europa

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – Gli esperti prevedono per i prossimi anni un significativo aumento della domanda di gas naturale in Europa. Nel 2025 l’Unione europea, stimano gli analisti della banca UniCredit, potrebbe consumare tra i 40 e i 60 miliardi di metri cubi di gas. La Germania da sola ha importato 80 miliardi di metri cubi all’anno. Cio’ che non e’ chiaro e’ da dove verra’ e portato da chi. “La battaglia per la quota di mercato in Europa e’ in pieno svolgimento”, afferma Kirsten Westphal, che osserva il mercato globale dell’energia presso l’Istituto di Berlino per gli affari internazionali e la sicurezza (Swp). Il transito del gas russo frutta alla societa’ ucraina Naftogaz quasi un miliardo di dollari, ma ora due nuovi gasdotti minacciano questo business: il Nord Stream 2 e il Turkish Stream, che bypasserebbero l’Ucraina a vantaggio esclusivo di Gazprom. I progetti preoccupano anche la Polonia, giacche’ il Nord Stream 2 farebbe della Germania un Hub per il gas russo. Cio’ ha chiamato in causa la Commissione europea che vorrebbe avere un mandato da parte dei Paesi membri per dettare le regole per il nuovo gasdotto, cosa questa che non piace a Mosca. Altre regioni da cui puo’ arrivare il gas sono la Norvegia, gli Stati del Golfo, la regione del Caspio e il Nord America. Le grandi societa’ del gas, ossia Wintershall, Engie, Uniper, Omv e Shell hanno contribuito al finanziamento del Nord Stream 2 e vorranno utilizzarlo, ma c’e’ anche la linea che dalla penisola anatolica, attraverso la Grecia e l’Albania, puo’ portare il gas in Italia. Questa linea e’ gia’ in costruzione ed entro il 2020 portera’ la fornitura di gas, anche se in quantita’ minore rispetto al Nord Stream 2. Sul Gnl fa affidamento anche la Polonia, che Varsavia vuole diventare indipendente dal gas russo con un nuovo terminale a Swinoujscie. Gli Stati Uniti hanno aumentato considerevolmente la loro produzione di petrolio e gas negli ultimi anni, grazie alla fratturazione idraulica (fracking), ed ora puntano a divenire uno dei principali esportatori mondiali. “E’ sorprendente il ritmo con cui sono state messe da parte tutte le preoccupazioni ambientali”, commenta l’esperto dell’Swp Kirsten Westphal. “Chiaramente la nuova amministrazione gioca d’anticipo in modo tale che il gas americano possa guadagnare rapidamente quote di mercato. Fra le misure messe in atto ci sono anche piu’ severe sanzioni alla Russia” che colpiscono le aziende che fanno affari con quest’ultima, sottolinea. Le sanzioni potrebbero avrebbe conseguenze di vasta portata, non solo per il Nord Stream 2, ma anche per tutti i gasdotti russi esistenti attorno alla cui manutenzione gravitano molte aziende occidentali. Sara’ una coincidenza, scrive la “Sueddeutsche Zeitung”, ma anche il Qatar sta soffrendo per le sanzioni imposte dai suoi vicini. Se prevalesse il gas liquefatto statunitense, pero’ – sostiene il quotidiano – il prezzo per i consumatori di sicuro aumenterebbe.

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Fincantieri, il moderno Machiavelli dell’industria degli armamenti

21 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – Fincantieri e’ il Machiavelli dei tempi moderni dell’industria degli armamenti: cosi’ esordisce sul quotidiano economico “La Tribune”, molto vicino agli ambienti del complesso militare-industriale francese, l’articolo in cui l’analista Michel Cabirol stigmatizza le strategie di mercato del gruppo italiano della cantieristica navale. L’autore, un esperto di questioni militari e dell’industria internazionale della Difesa, in sostanza lancia un vero e proprio “siluro” contro Finacantieri, nel momento in cui la societa’ italiana sta negoziando con lo Stato francese l’acquisizione dei cantieri Stx France di Saint Nazaire dopo il fallimento della casa-madre sud-coreana Stx Shipbuildign. La definizione utilizzata di “moderno Machiavelli dell’industria degli armamenti” si riferisce all’intenzione di Fincantieri di fare affari con paesi che sono tra loro storicamente nemici: in particolare, ricorda l’articolista della “Tribune”, la societa’ italiana agli inizi di luglio ha consegnato all’Iraq due corvette rimaste bloccate nel porto di La Spezia da vent’anni a causa dell’embargo imposto dall’Onu a causa della Prima Guerra del Golfo con l’Iran; salvo poi proporre proprio all’Iran una partnership per la costruzione di navi civili di grande tonnellaggio. Similmente, scrive “La Tribune”, Fincantieri in associazione con Leonardo (ex Finmeccanica) l’anno scorso hanno firmato un protocollo di accordo per la vendita al Qatar di sette navi da guerra, un ordine il cui valore stimato si aggira attorno ai 5 miliardi di euro; subito dopo la ministra della Difesa italiana Roberta Pinotti si reco’ a Riad per proporre all’Arabia Saudita la vendita di quattro corvette in concorrenza con la Spagna, ma inutilmente: tuttavia Fincantieri non ha sprecato tempo e sforzi nel Regno wahabita, perche’ e’ partner di Lockheed Martin che fornira’ quattro fregate della classe “Freedom” per 11,5 miliardi di dollari. Dopo aver messo insieme questi dati assai disparati, l’articolo del quotidiano francese conclude citando per l’azienda italiana un antico detto latino: “Pecunia non olet” (“Il denaro non puzza”).

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