Key4biz

Minions4Italy. L’Agenda Digitale Italiana sembra Matrix

matrix

“Noi siamo principi liberi e abbiamo altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto coloro che hanno cento navi in mare” (Samuel Bellamy)

 

“Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.

Facciamo un esercizio, prendete questa bellissima citazione di Morpheus, sostituite la parola “Matrix” con “Agenda Digitale Italiana”, rileggete la frase: “L’Agenda Digitale Italiana è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità”.


Ora sta a voi scegliere: mandare giù la pillola blu e continuare a credere che l’Agenda Digitale Italiana sia un progetto ben definito che sta portando come d’incanto il Paese alla completa e perfetta digitalizzazione, oppure ingoiare la pillola rossa e continuare a leggere quest’articolo per scoprire la verità.
Partiamo dal tanto decantato SPID, che è stato presentato dal Dipartimento della Funzione Pubblica come un progetto compiuto, già disponibile, che ha avuto il suo (ennesimo) battesimo lo scorso 8 marzo 2015.
Andando a fondo si scopre però che i provider accreditati sono solo tre, il servizio sarà gratuito solo per due anni e dopo chi lo sa, il sistema di sicurezza di terzo livello non è ancora disponibile e quando lo sarà si dovrà pagare per poterne usufruire, senza contare che inizialmente solo pochissime Pubbliche Amministrazioni saranno abilitate.
Le idi di marzo vedranno sorgere un lavoro fatto a metà, ma che si cerca di farci credere già realtà.
Continuando a farci ispirare dal capolavoro dei fratelli Wachowski, il mondo virtuale che hanno creato per tenerci buoni si compone di un’apprezzabile apparenza.
Anche il nuovo design dei siti web della PA è una bellissima cornice, ma il dubbio è che sia l’ennesimo espediente per distrarre i cittadini dal fatto che oltre la forma ci sia poca sostanza.
Quelli che spesso vediamo passare sotto i nostri occhi sono strumenti che restano in cantiere per anni e che al momento del varo risultano già obsoleti. Così è successo anche con il Processo Civile Telematico, lasciato parcheggiato in una normativa generale che attendeva le sue regole tecniche, le quali, quando dopo una decina di anni sono arrivate, prevedevano inevitabilmente un’infrastruttura che tutti oggi riconosciamo come obsoleta. Ma questa è solo un’altra triste storia.
L’Italia corre a due velocità. C’è un mercato digitale, in cui operano i privati, che adotta strumenti tecnologicamente avanzati – faccio l’esempio di Yoox, diventata nel settore e-commerce un caso di eccellenza a livello internazionale – e poi c’è il settore pubblico che arranca dietro a una digitalizzazione che non riesce a decollare.
In verità, ciò che manca sono proprio i servizi nella PA digitale. Questa è l’unica e vera differenza con un e-marketplace privato. Fino a quando le PA tra loro non dialogheranno in lingua digitale e non offriranno basi di dati interrogabili tra loro a servizio di cittadini utenti (e non utonti come sono adesso), allora tutto ciò di cui parliamo rischia di essere solo fuffa digitale: dalla decertificazione ai SUAP (sportelli unici per le attività produttive), dai fascicoli sanitari elettronici alla ricetta medica digitale.

Senza reali servizi digitali questi strumenti di accesso non servono a nulla. E, quindi, senza digitalizzazione reale nelle PA non ha molto senso costruire mirabili architetture abilitative. E per digitalizzare davvero la PA italiana non ci sono scorciatoie: è necessario costruire competenze digitali multidisciplinari che sappiano davvero mettere in discussione i burocrati della carta e ne abbiano anche i poteri (oltre che le relative responsabilità). E ci vogliono anche investimenti, oltre che una strategia capace di guardare lontano, senza essere messa in discussione in ogni finanziaria.

Ma andiamo oltre. Proviamo per un attimo a immaginare che tutte le funzionalità dei nuovi strumenti digitali, SPID, CIE, CNS… possano realmente essere messe al servizio dei cittadini, sarebbero realmente sicure dal punto di vista informatico?
Ricordiamoci anche che l’Europa ci obbligherà ad adeguarci al nuovo “Regolamento generale sulla protezione dei dati” che impone agli enti di assicurare la continua riservatezza, integrità, disponibilità e resilienza dei sistemi e dei servizi che trattano i dati personali e di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati in caso di incidente fisico o tecnico.
E l’Italia come risponde a questo? Con la proposta di eliminare l’art. 50-bis del Codice dell’Amministrazione Digitale in cui si impone alle pubbliche amministrazioni di adottare i piani per la continuità operativa e il disaster recovery!

Qualcosa non torna. Eppure pochi decidono di ingoiare la pillola rossa e scoprire quant’è profonda la tana digitale del bianconiglio.

Il video di Morpheus in ‘Matrix’ 

Exit mobile version