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Minions4Italy. Deresponsabilizzazione costante che paralizza l’Agenda Digitale italiana

Andrea Lisi

Friederich Nietzsche suggeriva che è “meglio non saper niente che saper molte cose a metà”. L’Italia, suo malgrado, è riuscita ad applicare benissimo questo principio, per quanto riguarda l’attesissima “rivoluzione digitale”, della quale nulla si sa e quel (poco) che ci è dato conoscere, viene divulgato a metà e in modo peraltro confuso.

Proviamo a riflettere insieme e con l’aiuto di qualche esempio sul male che affligge da tempo la digitalizzazione del nostro Paese, annunciata ogni anno, ma mai pienamente realizzata.

FOIA

Iniziamo dal “Freedom of Information Act (Foia), un istituto mutuato da altri ordinamenti molto diversi dal nostro, che con un’operazione di frettoloso maquillage è stato introdotto nel nostro complesso ordinamento giuridico (che la trasparenza amministrativa online l’aveva già faticosamente prevista con il D. Lgs. 33/2013). Abbiamo già diverse volte commentato il caos generato da questo fantozziano “copia-incolla” giuridico e ci rallegriamo del fatto che finalmente anche la ministra Marianna Madia inizi a rendersene conto. Del resto come si poteva immaginare che un istituto giuridico introdotto per la prima volta negli Stati Uniti nel 1966, in Francia dal 1978, (e nel Regno Unito dal 2000) potesse trovare applicazione in Italia 50 anni dopo come se nulla fosse e in una società completamente cambiata? Oggi la trasparenza è e deve essere completamente online e non affidata alle contorsioni burocratiche di normative anche importanti, ma pensate per il mondo analogico.

Chi ha combinato questo pasticcio giuridico?

Chi sono i responsabili?

È giusto che in questo Paese non si conoscano gli autori reali delle ultime riforme che sono scritte con i piedi e che fanno rivoltare nella tomba illustri giuristi come Francesco Carnelutti o Aldo Moro, i quali probabilmente ci guardano in questi giorni da lassù in modo imbarazzato e rassegnato?

Codice degli appalti

Per non parlare dell’ultima riforma del Codice degli Appalti, la quale è un incredibile esempio di sciatteria giuridica, anche dal punto di vista dell’utilizzo degli strumenti digitali.

Chi ha combinato questo pasticcio?

Qualcuno conosce i singoli responsabili di questa riforma?

Nuovo CAD

Perché poi non sferrare il colpo di grazia, sottoponendo all’ennesima modifica il Codice dell’amministrazione digitale (CAD), che – pare – dovrebbe essere partorita ufficialmente proprio questa settimana, dopo (l’ennesimo) intervento, datato settembre 2016.

Chiediamoci, ancora una volta, chi ha partecipato alla riforma precedente?

Chi sono i responsabili di quelle modifiche apportate in fretta e furia, che oggi devono essere “ritoccate”?

Intanto la PA italiana è rimasta paralizzata dalla Riforma settembrina del CAD (contenuta – lo si ricorda – nel D. Lgs. 179/2016) con la quale si è pensato di dare la sensazione che tutti gli obblighi fossero sospesi in attesa di nuove regole tecniche. Ed è ormai inutile spiegare che giuridicamente non è sospeso nulla. Il dado è tratto e la stagnazione sembra piacere a questo strano Paese che da anni annuncia rivoluzioni digitali, senza mai realmente perseguirle.

Qualcuno, a parte dedicarsi all’ennesima modifica del CAD, si sta occupando delle regole tecniche in questo frangente?

Non si sa. Evidentemente la tanto sbandierata ed infinita luce della trasparenza non filtra nelle misteriosissime stanze dei bottoni.

Team Digitale

Stessa cosa sembra accadere nel meraviglioso mondo di Diego Piacentini. C’è un Commissario Straordinario, con il suo Team, al timone dei cambiamenti digitali del Paese. Egli risponde solo alla Presidenza del Consiglio nell’adempimento dei suoi compiti. Sappiamo realmente di cosa si sta occupando in questi giorni e di cosa si è occupato a ormai un anno dal suo insediamento?

Purtroppo no, perché ciò che manca davvero oggi sono delle strategie condivise e a lungo termine. E si continua ad arrancare, navigando a vista.

Anagrafe Unica

Sappiamo, ad esempio, che sino a poco più di due mesi fa il nostro Commissario aveva annunciato la mirabolante “furia francese” del progetto ANPR (Anagrafe Nazionale Popolazione Residente), al grido di: “Anagrafe Unica, in un anno e mezzo metà dei Comuni in rete!”.

Salvo poi in questi giorni battere un’autentica “ritirata spagnola”, dal momento che il progetto, così come disegnato, era completamente sballato: “Contrordine compagni, si passa al decentramento!”. Ovvio che, ancora una volta, non è possibile risalire ai responsabili diretti, tra i quali sicuramente non può essere annoverato Piacentini.

Eppure chiediamo a gran voce, da tempo, sanzioni per i dirigenti che sbagliano. Forse, dovremmo prima di tutto pretendere trasparenza e responsabilizzazione per chi disegna (o dovrebbe disegnare) strategie da concretizzare in norme scritte bene.

C’è davvero bisogno, ad esempio, per digitalizzare l’Italia di un Commissario Straordinario (pur grande manager, bravissimo e competente) con il suo Team di informatici?

Oppure l’Italia avrebbe disperato bisogno di un’Agenzia forte, autorevole e rappresentativa e che non si chieda ogni giorno con chi confrontarsi per sviluppare il cambiamento?

C’è bisogno di Team multidisciplinari o di sviluppatori di software?

Di piattaforme centralizzate o di una rete interoperabile ed efficiente di amministrazioni pubbliche digitalizzate?

E prima ancora della digitalizzazione c’è bisogno di semplificazione o di un po’ di storytelling efficace?

A queste e tante altre domande dobbiamo (dovremmo) essere in grado di rispondere prima di avventurarci in ulteriori riforme.

 

Legittima difesa

Intanto, ci rendiamo conto che il male che affligge il nostro Paese sembra non riguardare solo l’Agenda Digitale, ma anche altre ultime riforme come l’istituto della legittima difesa. È un’amara constatazione e di certo non ci rallegra.

E allora chiediamo a gran voce una legittima difesa per il nostro ordinamento giuridico che meriterebbe un po’ di riposo. Forse questo già sarebbe un buon cambiamento.

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