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Meta usa l’AI per selezionare i dipendenti da licenziare. L’accusa: “Penalizzati congedi e disabilità”

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Decine di lavoratori accusano la società di aver usato sistemi automatizzati per selezionare chi tagliare, penalizzando chi aveva chiesto congedi protetti, maternità o accomodamenti per disabilità. Meta respinge le accuse: “Decisioni prese da persone, non dall’AI”.

Meta finisce in tribunale per l’uso dell’intelligenza artificiale nella gestione dei licenziamenti. Secondo quanto riportato dal Guardian, decine di dipendenti hanno fatto causa alla società accusandola di aver utilizzato strumenti AI e sistemi di monitoraggio interno per individuare i lavoratori da inserire nella lista dei tagli.

La causa è stata depositata lunedì presso una corte federale del distretto settentrionale della California e riguarda la riduzione di circa 8mila posti annunciata da Meta all’inizio dell’anno.

Secondo i dipendenti, l’azienda avrebbe usato una serie di sistemi interni di intelligenza artificiale, punteggi di performance automatizzati e dati di monitoraggio dell’attività dei dipendenti per classificare, ordinare e selezionare i lavoratori da licenziare.

L’accusa: penalizzati congedi e disabilità

Il punto più delicato riguarda i criteri usati dagli strumenti interni. I lavoratori sostengono che i sistemi AI abbiano penalizzato chi aveva chiesto congedi protetti, maternità, permessi medici o accomodamenti per disabilità.

La logica contestata è questa: se un sistema valuta produttività, attività al computer, presenza digitale, messaggi, input o performance quantitative, chi è assente per un congedo medico o familiare produce meno dati o dati meno favorevoli. Per i dipendenti con disabilità, alcuni parametri potrebbero risultare ridotti o non comparabili con quelli degli altri lavoratori.

Secondo la denuncia, il risultato sarebbe stato una selezione sproporzionata di persone che avevano esercitato diritti tutelati dalla legge. In pratica, non sarebbero stati licenziati per una valutazione manageriale diretta del lavoro svolto, ma per punteggi automatizzati incapaci di tenere conto del contesto.

I casi citati nella causa

La causa elenca 26 lavoratori. Tra i casi citati c’è una ricercatrice che si trovava in congedo pre-parto autorizzato e che avrebbe ricevuto la comunicazione di licenziamento due giorni prima di partorire.

Un altro ricorrente, ingegnere, sostiene di aver ricevuto una valutazione più bassa a causa del tempo di assenza dovuto a un infortunio. Un manager in congedo medico afferma invece di essere stato licenziato 16 giorni dopo l’inizio del periodo di assenza.

I ricorrenti chiedono al tribunale un provvedimento preliminare per fermare la finalizzazione dei licenziamenti mentre la causa procede. Chiedono inoltre misure che potrebbero includere reintegro, arretrati, recupero di equity persa, benefit e altri risarcimenti.

L’AI usata per monitorare i dipendenti: il programma di Zuckerberg sospeso dopo le polemiche

Meta contesta la ricostruzione dei dipendenti. Un portavoce della società ha dichiarato al Guardian che le accuse “non hanno fondamento” e non sarebbero basate sui fatti. Secondo Meta, le decisioni sulla gestione della forza lavoro e sull’organizzazione aziendale sarebbero state prese da persone, non dall’intelligenza artificiale.

Secondo la causa, Meta avrebbe introdotto all’inizio dell’anno un programma di monitoraggio dei dipendenti basato sull’AI. Il sistema sarebbe stato progettato per raccogliere dati su battute alla tastiera, attività del mouse, cronologia del browser, messaggi, email e posizione sui dispositivi aziendali.

Mark Zuckerberg avrebbe spiegato internamente che l’obiettivo era addestrare i sistemi AI di Meta osservando il comportamento dei dipendenti. L’idea, secondo quanto riportato, era far imparare i modelli dalle attività delle persone più competenti dentro l’azienda.

La causa sostiene però che il programma sia stato avviato senza un reale consenso dei lavoratori. Meta avrebbe informato i dipendenti attraverso un post interno poco visibile, pubblicato da un ingegnere e non da un dirigente di vertice. In alcuni team, secondo i ricorrenti, non ci sarebbe stato alcun messaggio di consenso o riconoscimento, e inizialmente non sarebbe stata prevista una possibilità di opt-out.

La protesta interna

Il programma ha provocato una forte reazione interna. Più di 1.600 dipendenti hanno firmato una petizione sostenendo che il monitoraggio violasse la loro privacy. Dopo le proteste, Zuckerberg avrebbe annunciato a giugno la sospensione del programma.

Nella causa depositata lunedì, gli avvocati dei lavoratori chiedono anche un audit indipendente sugli strumenti AI di Meta. Secondo i ricorrenti, solo una verifica esterna potrebbe chiarire perché i dipendenti in congedo o con accomodamenti per disabilità siano stati inclusi nei tagli.

Gli avvocati chiedono inoltre che i ricorrenti possano restare anonimi per timore di ritorsioni e che il tribunale preservi il loro status occupazionale mentre procede l’arbitrato. Secondo la loro ricostruzione, i lavoratori resterebbero formalmente dipendenti fino al 22 luglio, data in cui dovrebbe iniziare la cessazione del rapporto.

Il nodo dei danni irreversibili

La causa insiste anche sugli effetti immediati dei licenziamenti. Una volta finalizzate le separazioni, sostengono gli avvocati, i danni potrebbero diventare irreversibili: perdita della copertura sanitaria durante gravidanza, post-parto o cure mediche attive, decadenza di diritti legati ai congedi, perdita di equity non ancora maturata e possibili conseguenze sull’immigrazione per i lavoratori con visto.

Il punto è particolarmente delicato negli Stati Uniti, dove l’assicurazione sanitaria è spesso legata al datore di lavoro e dove la perdita del posto può avere effetti diretti anche sullo status migratorio.

AI sul lavoro, cresce il controllo dei regolatori

Il caso Meta si inserisce in un dibattito più ampio sull’uso dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro. Sistemi automatizzati di valutazione, monitoraggio della produttività, analisi comportamentale e ranking dei dipendenti sono sempre più diffusi, ma sollevano problemi di bias, privacy, trasparenza e fiducia.

Negli Stati Uniti, diversi Stati, tra cui California, Colorado e Illinois, hanno introdotto negli ultimi anni norme o regolamenti per proteggere i lavoratori da discriminazioni collegate all’AI e ai sistemi decisionali automatizzati.

La domanda è ormai centrale per tutte le grandi aziende tecnologiche: l’AI può assistere la gestione del personale, ma quando incide su carriera, valutazioni e licenziamenti diventa uno strumento ad alto rischio. Soprattutto se i dipendenti non sanno come vengono raccolti i dati, quali metriche vengono usate e quanto peso abbiano gli algoritmi rispetto al giudizio umano.

Una causa che può fare scuola

La causa contro Meta potrebbe diventare un precedente importante. Non perché dimostri già che l’azienda abbia violato la legge — sarà il tribunale a stabilirlo — ma perché porta in giudizio una delle questioni più sensibili della nuova organizzazione del lavoro: l’uso dell’AI per prendere decisioni che incidono direttamente sulla vita dei dipendenti.

Il caso mostra anche il limite dei sistemi di valutazione basati sui dati. Se un algoritmo misura attività, produttività o presenza senza comprendere congedi, maternità, malattia o disabilità, può trasformare un diritto tutelato in un segnale negativo.

Meta sostiene che le decisioni siano state prese da persone. I lavoratori accusano invece l’azienda di aver usato strumenti AI per costruire le liste dei licenziamenti. In mezzo c’è il tema che nei prossimi anni diventerà sempre più difficile evitare: chi risponde quando una decisione aziendale viene presa, o anche solo orientata, da un sistema automatizzato?

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