la sentenza

Meta deve pagare gli editori italiani. Corte giustizia UE dà ragione ad Agcom

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Meta incassa una sconfitta davanti alla Corte di giustizia dell’Ue, che giudica compatibile con il diritto comunitario il sistema italiano sull’equo compenso agli editori per l’utilizzo online delle notizie, rafforzando il ruolo di Agcom nelle trattative tra piattaforme digitali e stampa.

Aveva ragione l’Agcom, Meta deve pagare gli editori italiani

La Corte di giustizia dell’Unione europea (Ue) dà il via libera all’equo compenso per gli editori di giornali quando i loro contenuti vengono utilizzati online dalle grandi piattaforme digitali. Con una decisione destinata ad avere un impatto rilevante sui rapporti tra Big Tech e industria dell’informazione, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il diritto riconosciuto agli editori a ottenere una remunerazione per l’uso digitale delle pubblicazioni giornalistiche è compatibile con il diritto europeo, purché quel compenso rappresenti il corrispettivo economico dell’autorizzazione concessa all’utilizzo online dei contenuti.

La pronuncia arriva al termine della controversia avviata da Meta Platforms, la società proprietaria di Facebook e Instagram, contro la disciplina italiana introdotta per dare attuazione alla direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale.

Al centro dello scontro vi sono i criteri elaborati dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) per determinare l’equo compenso dovuto agli editori da parte delle piattaforme digitali che utilizzano online estratti, anteprime e snippet di articoli giornalistici.

Agcom e normativa italiana compatibili con il diritto Ue

L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni esprime forte apprezzamento per la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea nella causa C-797/23 | Meta Platforms Ireland (Equo compenso), pubblicata oggi“, si legge in una nota dell’Agcom.

Meta aveva proposto un ricorso contro la normativa italiana di recepimento dell’articolo 15 della Direttiva Copyright e il Regolamento Agcom in materia di determinazione dell’equo compenso per l’utilizzo online delle pubblicazioni di carattere giornalistico (delibera n. 3/23/CONS): “La Corte europea ha stabilito che la normativa italiana e il regolamento Agcom sono compatibili con il diritto dell’Unione, a condizione che tale remunerazione costituisca il corrispettivo economico dell’autorizzazione all’utilizzo online delle loro pubblicazioni“.

La Corte, si legge ancora nella nota, ha confermato anche il ruolo dell’Agcom “nel definire i criteri di riferimento da utilizzare per determinare l’equo compenso e quantificarne l’importo in caso di mancato accordo tra le parti, nonché a vigilare sul rispetto dell’obbligo di informazione gravante sui prestatori e imporre sanzioni in caso di inosservanza di tale obbligo“.

La sentenza, che interviene in un momento particolarmente significativo per il futuro dell’editoria – ha dichiarato Giacomo Lasorella, Presidente di Agcom – segna un passaggio importantissimo a tutela del pluralismo dell’industria editoriale e dei valori costituzionali“.

Il ricorso di Meta e l’evoluzione del diritto d’autore europeo al tempo delle Big Tech

Meta sostiene che il sistema italiano sarebbe incompatibile con il quadro normativo europeo perché attribuirebbe all’Agcom un potere eccessivo nella definizione delle condizioni economiche tra piattaforme ed editori, alterando l’equilibrio delineato dalla direttiva europea sul copyright.
La società statunitense aveva quindi impugnato davanti al Tar del Lazio il regolamento adottato dall’Autorità italiana. I giudici amministrativi, ritenendo necessaria un’interpretazione del diritto dell’Unione, avevano sospeso il giudizio e rimesso la questione alla Corte di giustizia europea.

La sentenza della Corte Ue rappresenta ora un passaggio cruciale nell’evoluzione del diritto d’autore europeo nell’ecosistema digitale. I giudici hanno affermato che il diritto a un’equa remunerazione riconosciuto agli editori è coerente con la disciplina comunitaria, a condizione che il pagamento sia collegato all’autorizzazione all’utilizzo online delle pubblicazioni giornalistiche.

L’equo compenso non è una tassa, si paga “solo” quanto le società tecnologico utilizzano contenuti editoriali

In altre parole, la remunerazione non può essere configurata come una sorta di tassa imposta unilateralmente alle piattaforme, ma deve costituire il corrispettivo economico di un vero e proprio diritto negoziale riconosciuto agli editori.

In una dichiarazione, Meta accoglie “con favore la conferma da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che l’articolo 15 costituisce un diritto esclusivo e che non prevede alcun pagamento da parte dei provider quando questi non utilizzano pubblicazioni giornalistiche”.
Esamineremo integralmente la decisione e collaboreremo in modo costruttivo quando la questione tornerà dinanzi ai tribunali italiani“, ha sottolineato un portavoce della piattaforma.

Va preservata la “libertà negoziale degli autori

La Corte ha inoltre chiarito un principio essenziale: gli editori devono mantenere la piena libertà di autorizzare o meno l’utilizzo delle proprie pubblicazioni digitali. Ciò significa che possono rifiutare l’autorizzazione oppure concederla gratuitamente, senza obbligo di pretendere un compenso.
Questo elemento, secondo i giudici europei, è determinante per garantire la compatibilità della normativa con la direttiva sul copyright e con i principi del mercato unico digitale.

La decisione si colloca in linea con le conclusioni già espresse dall’Avvocato generale della Corte, che aveva sostenuto la legittimità dell’impianto italiano purché venisse preservata la “libertà negoziale degli editori e la “natura pattizia” della remunerazione.

Adesso il procedimento tornerà davanti al Tar del Lazio, che dovrà decidere il contenzioso tenendo conto dell’interpretazione fornita dai giudici di Lussemburgo. È probabile che il pronunciamento rafforzi la posizione dell’Agcom e degli editori italiani nelle future trattative con le piattaforme digitali.

La posta in gioco va ben oltre il solo mercato italiano. La decisione della Corte europea si inserisce infatti nel più ampio conflitto che attraversa il settore dell’informazione e dell’industria culturale rispetto all’utilizzo online dei contenuti da parte dei giganti tecnologici.
Negli ultimi anni editori, giornalisti, autori e società di collecting hanno denunciato il rischio che piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale (che va addestrata anche attraverso i contenuti editoriali) sfruttino contenuti protetti senza riconoscere una remunerazione adeguata ai titolari dei diritti.

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