Italia maglia nera nella classifica globale della primaria società di consulenza Kearney sullo stato di salute dei mercati TLC di 34 paesi di diversi continenti. E’ quanto emerge dal Kearney 2026 Global Telecom Health Index, che certifica se ce ne fosse stato ancora bisogno la realtà dei fatti, vale a dire che il mercato italiano è fanalino di coda e non sta affatto bene. Anzi è malato cronico ormai. Risultati negativi su tutti gli indicatori, in particolare scarsa convergenza fra modelli commerciali, customer satisfaction e ritorni finanziari in grado di sostenere ulteriori investimenti. Siamo dietro a paesi come Romania, Grecia e Portogallo fra gli altri in Europa. E ancora, dietro a Irlanda, Francia e Ungheria.
Italia all’ultimo posto
In realtà, lo sapevamo già. Ma la diagnosi è di nuovo ribadita, con paesi come Norvegia, Qatar e Malesia che invece guidano la classifica, come esempi virtuosi di mercato.
Il circolo vizioso dei prezzi bassi, degli scarsi investimenti e della qualità del servizio, in calo un po’ ovunque (la qualità del segnale è collegata con i costi di manutenzione) pesa sulla performance del nostro paese.
Più torri sono un vantaggio
Con un’altra nota interessante. “I mercati con una maggiore quantità di torri mobili sono anche quelli dove lo stato di salute del settore in generale è migliore”, si legge nel report. Un memento non certo secondario per il nostro paese, dove il contenzioso fra INWIT da un lato e Tim e Fastweb dall’altro sul Master Service Agreement che regola il contratto di utilizzo delle torri crea non poche incertezze.

Roce in calo sotto il 6%
Già l’anno scorso il mercato europeo delle Tlc era sotto pressione, si legge nel report, con diversi paesi in difficoltà nel tramutare i forti investimenti in nuove reti in ricavi sonanti, con un ritorno sul capitale investito calato dal 6,7% del 2014 sotto il 6% “nel momento preciso in cui gli sviluppi dell’AI e del cloud aumentano la domanda di connettività dell’infrastruttura sottostante”, si legge.
Da notare, che un ARPU basso non coincide con una maggior customer satisfaction, e che la presenza diffusa di reti FTTH non garantisce di per sé il take up della fibra.

Italia ultima per ritorno sull’investimento
In pratica, i cinque indicatori usati per stilare la classifica sono l’aspetto finanziario (vale a dire la capacità delle telco di produrre un ritorno sull’investimento e un EBITDA in crescita). Su questo indicatore l’Italia è al penultimo posto, davanti a Singapore, ma dietro a Corea del Sud e Uk. Anche il Regno Unito ha problemi a migliorare l’Arpu, tenuto conto del fatto che la copertura e la qualità della rete in Uk è peggiore della nostra. Anche Danimarca e Spagna sono rispettivamente al 30esimo e 29esimo posto non stanno tanto bene.
Mercati con meno operatori performano meglio dal punto di vista commerciale e tecnologico
C’è un dato di fatto, sottolineato dal report. La performance finanziaria e commerciale è migliore nei mercati con meno operatori nel mobile come nel fisso. Mercati più consolidati performano meglio anche dal punto di vista tecnologico. Su 34 mercati presi in considerazione, 24 hanno 3 o meno operatori mobili (MNO) e in media sono tutti più avanti rispetto ai 10 mercati con 4 operatori.
La scarsa adozione dell’FTTH un freno anche per l’AI
Per quanto riguarda lo sviluppo della fibra FTTH, il caso della Germania, dove l’investimento in fibra fino a casa è stato più lento rispetto ad altri paesi, privilegiando gli asset delle reti in rame, è il più simile a quello italiano. Ed è importante perché “l’adozione di servizi in fibra FTTH è il fattore chiave per sviluppi tecnologici più ampi, compresi i servizi in streaming, la possibilità di lavorare da casa, e la capacità di sfruttare al meglio tutti i benefici dell’AI e di altre tecnologie in rapido sviluppo”, su legge nel report.
Lo scorporo delle torri si è rivelato un boomerang
Un intero capitolo del report riguarda il tema delle torri. Secondo Kearney, lo scorporo delle torri che nell’ultimo decennio è stato molto diffuso non ha portato vantaggi a lungo termine agli operatori che lo hanno concluso, in primo luogo per rimettere in ordine i conti. Fra questi c’è anche Tim, nel nostro paese. Il report evidenzia che “c’è un nesso positivo fra la proprietà delle torri e lo stato di salute del settore – si legge – I mercati dove gli operatori dominanti mantengono una quota superiore al 50% della proprietà delle torri hanno una performance migliore in termini salute del mercato”, si legge.
Controllo dell’infrastruttura sottovalutato?
L’Italia in questa particolare classifica che mette in relazione la proprietà delle torri con lo stato di salute del mercato è all’ultimo posto. La domanda, aggiunge il report, è se il settore abbia “sottovalutato” in passato “il valore strategico del controllo dell’infrastruttura”. Una questione che resta di grande attualità nel dibattito sulla sovranità infrastrutturale sempre più centrale dallo scorso anno.

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