Lo scontro

Mediaset, altolà di Agcom a Vivendi. Il piano per eliminare posizione dominante non basta

L’Autorità di via Isonzo rende noto che Vivendi ha chiesto più tempo per integrare il piano presentato per eliminare la posizione di influenza notevole nel Biscione.

di Paolo Anastasio | @PaoloAnastasio1 |

Vivendi ha presentato ieri all’Agcom una comunicazione volta ad integrare e modificare parzialmente il piano di ottemperanza alla Delibera n. 178/17/CONS presentato da Vivendi in data 19 giugno 2017, finalizzato ad eliminare la posizione di influenza notevole in Mediaset, incompatibile con la contemporanea quota detenuta in Tim.

Lo ha reso noto ieri l’Agcom in una nota, precisando che “In attesa di nuove interlocuzioni, che si rendono necessarie, tra gli uffici competenti e la società Vivendi S.A. al fine di dettagliare le modalità attraverso cui la suddetta società intenda rimuovere strutturalmente la posizione vietata, l’Autorità ricorda che, in caso di inottemperanza all’ordine impartito con la citata Delibera, trovano applicazione le previsioni di cui all’articolo 1, comma 31 della legge 31 luglio 1997 n.249”.

Il riferimento dell’Autorità riguarda la violazione delle norme sulle posizioni dominanti, con cui si applica a ciascun soggetto interessato una sanzione amministrativa pecuniaria compresa fra il 2% e il 5% del fatturato realizzato nell’ultimo esercizio, che nel caso di Vivendi potrebbe arrivare fino a 540 milioni.

Vivendi ha presentato ricorso al Tar contro la decisione dell’Agcom che lo scorso 18 aprile ha dato un anno di tempo ai francesi per scegliere fra il controllo di Tim, di cui detiene il 23,9% del capitale, e di Mediaset, di cui ha il 30% circa, alla luce della legge Gasparri sui tetti nel settore media e telecomunicazioni. Il ricorso verrà discusso al Tar a febbraio, ma nel frattempo Vivendi dovrà presentare dei nuovi rimedi, visto che l’ipotesi ventilata a giugno da Vivendi di sterilizzare i diritti di voto in Mediaset sopra il 9,9%, con il resto della partecipazione affidato ad un trust, non sembra sufficiente se non si garantisce che quel 20% venga blindato ed escluso per eventuali votazioni importanti in cda.

Sempre a giugno, Vivendi si è impegnata con la direzione DigiComp della Commissione Ue a cedere le quote detenute in Persidera, la società del gruppo che gestisce i mux televisivi (controllata al 70% da Tim e al 30% da Gedi). Persidera per la quale al momento non ci sono novità.

Il 18 aprile Agcom ha imposto a Vivendi di scegliere se scendere in Mediaset o Tim, concedendo all’azienda francese un anno di tempo di rimuovere la posizione vietata ai sensi dell’art.43 del Tusmar. Nel contempo, ha concesso a Vivendi due mesi per presentare un piano d’azione, che evidentemente non soddisfa però le richieste dell’Autorità.

A questo punto, visto che Vivendi sembra chiaramente orientata a mantenere la sua posizione di controllo di fatto in Tim, il Ceo Arnaud De Puyfontaine e Vincent Bollorè dovranno trovare nuovi rimedi per limitare la partecipazione in Mediaset che sfiora il 30%.

Insomma, la campagna italiana di Vivendi sembra sempre più lastricata di ostacoli in un climax economico-politico sull’asse Roma-Parigi (dalla Libia alla cantieristica) che sembra intrecciarsi sempre più con le vicende italiane di Bollorè. Il finanziere bretone peraltro da tempo starebbe cercando di aprire un nuovo canale di comunicazione con il Governo per risolvere i diversi nodi della sua presenza forte in Italia. Dopo il muro contro muro sui bandi Infratel nelle aree bianche, l’addio dell’ad Flavio Cattaneo, la battaglia legale con Mediaset per l’affaire Premium, l’indagine aperta dalla Consob sul ruolo di controllo di Vivendi in Tim, l’indagine Antitrust sui bandi Infratel, il provvedimento dell’Agcom sulla posizione dominante di Vivendi nelle Tlc e nei media italiani, a rendere ancor più complesso il quadro attuale è lo scontro Italia-Francia sui cantieri Fincantieri-Stx. La decisione di nazionalizzarli da parte di Macron è giudicato un voltafaccia inaccettabile per Roma, espresso dal neo presidente francese in barba al precedente accordo con il presidente Hollande per lasciare la maggioranza dei cantieri francesi a Fincantieri. E il Pd, nella persona del presidente Orfini, impugna la clava della “golden power” sulla rete Tim come possibile risposta allo schiaffo subito nella cantieristica.

Intanto, la Presidenza del Consiglio ha ricevuto una nota, datata 31 luglio, nella quale il ministro dello Sviluppo Economico ha sollecitato una pronta istruttoria da parte del gruppo di coordinamento all’interno della Presidenza del Consiglio al fine di valutare la sussistenza di obblighi di notifica e, più in generale, l’esercizio di poteri speciali sugli assetti societari di Tim. Lo si legge sul sito del governo. L’istruttoria, viene spiegato, valuterà la sussistenza di obblighi di notifica e, più in generale, “l’applicazione del decreto-legge 15 marzo 2012, n. 21, in relazione al comunicato stampa del 28 luglio di Tim”. Nel comunicato in questione – si legge sul sito del governo – erano state rese note alcune tematiche di corporate governance affrontate dal Consiglio di Amministrazione di Tim ed, in particolare, la presa d’atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi. Oggi il ministro Calenda ha detto che  “Facciamo quello che il governo deve fare, cioè applicare le regole che esistono. Abbiamo chiesto a Palazzo Chigi di verificare se c’è l’obbligo di notifica sull’attività di direzione e coordinamento” di Tim da parte di Vivendi.

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