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Lula e Dilma accusati in Brasile, Piano nel Regno Unito per scoraggiare immigrazione, Riforma fiscale Usa, Crisi migratoria nel mediterraneo

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Brasile, Lula e compagni accusati di “associazione criminale”

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Il Partito dei lavoratori (Pt) e i suoi volti principali – tra cui gli ex presidenti brasiliani Luis Inacio Lula da Silva e Dilma Rousseff -, hanno dato vita a una vera e propria “organizzazione criminale”. E’ la tesi presentata dal procuratore generale brasiliano Rodrigo Janot in una denuncia che allunga l’infinita serie di scandali per corruzione nella politica del paese amazzonico. Nel fascicolo di 230 pagine presentato al Tribunale Supremo Federale si sostiene che il volume degli affari illeciti orchestrato dall’associazione – di cui Lula sarebbe il leader e “grande stratega” -, ascende all’equivalente di quasi 400 milioni di dollari. Cuore della denuncia, le tangenti ricevute da imprese come Odebrecht, Oas o Sachim, sul corridoio contabile occulto della compagnia petrolifera Petrobras. L’accusa si estende anche agli ex ministri, nonche’ nomi “di peso” del Pt, Antonio Paolocci, Guido Mantega, Edinho Silva e Paulo Bernardo, cosi’ come la presidente del partito, la senatrice Gleisi Hoffman, e il tesoriere Joao Vaccari Neto. Tutti sospettati “di promuovere costituire, finanziare, integrare, personalmente o attraverso terzi, una organizzazione criminale”, reato per cui sono previsti dai tre agli otto ani di carcere. Per Dilma – che nel 2016, per aver violato gli impegni di bilancio, dovette lasciare la presidenza – si tratta della prima imputazione di tipo penale. Il periodo di decorrenza del reato e’, per Janot, evidente: dal 2002, anno dell’ascesa di Lula alla guida del Brasile, al 2016, anno in cui Rousseff ha ceduto per impeachment il posto all’attuale capo di Stato Michel Temer. Il Partito dei lavoratori non e’ l’unico protagonista di una denuncia divisa in quattro pacchetti, ma ha un “ruolo preponderante”, segnala “O Globo”. I due presidenti hanno fatto per oltre un decennio le nomine per i principali posti pubblici e Lula ha potuto negoziare “direttamente con imprese private le quote utili a montare la campagna elettorale del 2002 attraverso l’impegno di usare la macchina politica, nel caso risultasse vincitore, a favore degli interessi privati di questo gruppo di imprenditori”, sostiene Janot. Lo stesso appoggio fornito alla candidatura di Rousseff, sostiene il procuratore, muove dall’intenzione di non perdere l’opportunita’ di fare del governo un luogo d’affari “per incassare vantaggi illeciti”. La denuncia arriva nel giorno in cui Lula chiude a San Luis di Maranhao un tour realizzato in nove stati del paese. Una sfilata utile a corroborare – a suon di bagni di folla – la sua candidatura a un nuovo mandato presidenziale. Pur incalzato dalla giustizia, il due volte capo di Stato gode dei favori del suo elettorato di riferimento: “autentici fan del metalmeccanico”, si legge in una cronaca del tour pubblicata sull’edizione brasiliana del quotidiano “El Pais”.

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Regno Unito, un documento del ministero dell’Interno rivela il piano per scoraggiare l’immigrazione dall’Ue

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Il quotidiano britannico “The Guardian” pubblica un documento di 82 pagine trapelato dal ministero dell’Interno del Regno Unito, che risale ad agosto, contenente dettagliate proposte sulla gestione dell’immigrazione dopo l’uscita dall’Unione Europea. In sintesi la Gran Bretagna intende mettere fine alla liberta’ di circolazione delle persone subito dopo la Brexit e scoraggiare l’ingresso dei lavoratori stranieri che non siano altamente qualificati. Nelle carte si afferma il principio che i lavoratori nazionali debbano venire prima e che l’immigrazione debba avvantaggiare il paese nel suo complesso: non solo i migranti, ma anche i residenti. Per scoraggiare gli ingressi dei lavoratori scarsamente qualificati si ipotizza l’introduzione di permessi di soggiorno di durata piu’ limitata rispetto a quelli concessi alla forza di lavoro qualificata: due anni contro tre-cinque. Inoltre viene descritta l’introduzione graduale di un nuovo sistema che metta fine al diritto di residenza della maggior parte degli immigrati comunitari, con restrizioni ai ricongiungimenti familiari che potrebbero dividere migliaia di famiglie. Si prevede l’obbligo del passaporto, e non piu’ della carta d’identita’, per l’ingresso dei cittadini di nazionalita’ degli Stati membri dell’Ue e del riconoscimento biometrico per una permanenza piu’ lunga di qualche mese (tre o sei mesi). La determinazione a porre fine dal primo giorno alla liberta’ di circolazione, a sottrarsi alla giurisdizione della Corte europea di giustizia sui ricongiungimenti e a ridurre l’afflusso dei lavoratori non qualificati riflette le posizioni dei Brexiter piu’ intransigenti, mentre probabilmente suscita perplessita’ tra i sostenitori di una Brexit “morbida”. Misure di questo genere potrebbero provocare ritorsioni da parte dei restanti 27 paesi. Il documento, intitolato “The Border, Immigration and Citizenship System After the UK Leaves the European Union”, chiarisce che si tratta di proposte non ancora approvate dal consiglio dei ministri e soggette ai negoziati con Bruxelles. Tuttavia, indica l’orientamento del governo su uno dei temi piu’ controversi. In particolare, il documento parla esplicitamente di una “preferenza nel mercato del lavoro per i lavoratori residenti” e di restrizioni delle opportunita’ occupazionali per i cittadini comunitari. L’entrata in vigore del nuovo sistema sarebbe preceduta da un periodo di “implementazione temporanea” di almeno due anni. Sui ricongiungimenti l’obiettivo e’ arrivare a una definizione circoscritta ai familiari diretti e ai partner di lungo corso. Inoltre, per farsi raggiungere dal coniuge, si dovra’ soddisfare un requisito di reddito: un minimo di 18.600 sterline all’anno. Le idee di fondo sono “Prima la Gran Bretagna” e “ripresa del controllo”. “Dove possibile, i datori di lavoro dovrebbero cercare di soddisfare le loro esigenze col lavoro dei residenti”, si afferma. Si ribadisce, inoltre, la critica alla liberta’ di circolazione, che nella forma attuale da’ ai cittadini comunitari “il diritto di risiedere nel Regno Unito a prescindere dalle necessita’ economiche del paese”.

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Migrazioni, quel labile patto per fermare i migranti

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – La crisi migratoria nel Mediterraneo centrale ha subito una svolta drastica e del tutto inattesa: i flussi tra Libia e Italia si sono quasi interrotti. Secondo le Nazioni Unite, nell’ultima settimana di agosto gli sbarchi in Italia sono stati poco piu’ di 200, contro le centinaia, a volte migliaia di sbarchi giornalieri ai primi di luglio. la crisi aveva assunto dimensioni tali che Il ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizi’ere, aveva definito sarcasticamente le operazioni di soccorso nel Mediterraneo un “ponte verso l’Europa”. L’agenzia Onu per i rifugiati Unhcr ha riferito anche di un altro minimo storico: dall’inizio di agosto non si sono registrate morti nel Mediterraneo. La Libia e’ un crocevia di interessi, e il premier riconosciuto dalla comunita’ internazionale ne controlla solo una porzione attorno a Tripoli. Il resto e’ in balia di milizie armate che guadagnano anche sul traffico di esseri umani. Come e’ possibile, dunque – si chiede la “Frankfurter Allgemeine Zeitung” – che i flussi migratori si siano interrotti in maniera cosi’ improvvisa ed efficace? Le ragioni, scrive il quotidiano tedesco, vanno cercate a Ovest di Tripoli, e in particolare su un tratto circoscritto della costa libica tra il confine tunisino e la capitale libica, da dove si imbarca il 90 per cento dei migranti diretti verso l’Italia. I due hub principali del traffico di migranti sono le citta’ di Sabratha e Zawiya, entrambe sotto il controllo di milizie armate che si finanziano anche tramite il contrabbando di petrolio. Il maltese Marc Micallef parla della situazione come del “Bengodi degli scafisti”, guidati due signori della guerra: Mohamed Koshlaf e Ahmed Dabbashi. Proprio costoro, da agevolatori e principali beneficiari del traffico di esseri umani, si sarebbero improvvisamente tramutati in efficaci baluardi contro le partenze. Non lo avrebbero fatto a titolo gratuito, ovviamente, ma “dietro pagamento da parte dell’Europa”. Dabbashi ha collaborato per un certo tempo per il gigante energetico italiano Eni, tramite una joint venture con la Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc) per una grande raffineria a Mellitah, ad Ovest di Sabratha. Da li’ il gas naturale viaggia con una condotta sottomarina in Sicilia. Il gasdotto e’ stato inaugurato nel 2004. Dopo il rapimento di quattro lavoratori italiani nel 2015 l’Eni ha assoldato Dabbashi per garantire la sicurezza dei suoi 500 operatori in loco. Gli Italiani, scrive il quotidiano, avrebbero stretto un accordo con le autorita’ locali: 5 milioni di dollari per bloccare almeno per un mese gli immigrati. Gli italiani hanno inviato undici tonnellate di medicinali e bende all’ospedale accademico a meta’ agosto. Stesso scenario nella vicina citta’ di Zawiya, sede di una grande raffineria e dove Mohamed Koshlaf gestisce un centro di detenzione per migranti dove questi ultimi sarebbero vittime di maltrattamenti e violenze. I due fratelli Koshlaf (Walid e’ il secondo), hanno rapporti con il comandante della Guardia Costiera di Zawiya, noto come “al Bija”, che si e’ formato presso l’Accademia navale di Tripoli. Dopo la morte di Gheddafi nel 2011 si e’ unito ai ribelli, e’ stato ferito nove volte e ha perso due dita. Quando la Germania ha fornito assistenza medica agli insorti, l’ufficiale e’ volato a Berlino per ricevere cure mediche nel 2012, trattenendosi per tre anni. Tornato in patria nel 2015, con un manipolo di soli 37 uomini ha creato la guardia costiera di Tripoli. Solo negli ultimi mesi ha ricevuto dall’Italia quattro navi riparate dei tempi di Gheddafi. “Se dobbiamo fare il lavoro sporco per l’Europa, l’Europa deve pagare per questo”, ha dichiarato. E ha preteso diversi benefit per se’ e per i suoi uomini. Al momento, al Bija e’ il signore indiscusso delle acque territoriali libiche occidentali. Quel che e’ certo, avverte pero’ il quotidiano tedesco, e’ che qualsiasi collaborazione con persone come Amu e al Bija e’ imprevedibile.

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Usa, il presidente Trump si prepara alla battaglia per la riforma del Codice fiscale

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intende mettere in chiaro di fronte agli elettori e al Congresso di non aver dimenticato uan delle sue principali promesse elettorali: riformare profondamente il Codice fiscale per ridurre la tassazione sulla classe media e le imprese, rilanciando cosi’ la crescita economica e l’occupazione statunitense. Ignorando gli attacchi dell’opposizione democratica e dei media, che lo accusano di esagerare i potenziali benefici di un drastico calo della pressione fiscale, Trump intende porre il tema al centro della sua visita di stasera nel North Dakota, accompagnato da un ospite inatteso: la senatrice democratica di quello Stato, Heidi Heitkamp. L’esponente della minoranza al Senato, che il mese prossimo dovra’ affrontare le elezioni di medio termine, si unira’ al resto della delegazione dello Stato a bordo dell’Air Force One presidenziale per viaggiare da Washington a Bismark; proprio li’, nella capitale del North Dakota, Trump intende promuovere il taglio delle tasse come un biettivo bipartisan. Una strada obbligata, sottolineano “Bloomberg” e il “Wall Street Journal”, dal momento che come per la sanita’ e l’immigrazione, i Repubblicani alla prova dei fatti stanno esibendo obiezioni, tentennamenti e distinguo. La scelta del North Dakotada parte di Trump non e’ casuale, spiega “Bloomberg”, che cita anticipazioni del discorso del presidente consultate da fonti della Casa Bianca. Il presidente fara’ riferimento al tradizionale sostegno di entrambi gli schieramenti politici di quello Stato alle politiche di alleggerimento fiscale. “Voglio che l’America intera tragga ispirazione dall’esempio del North Dakota”, affermera’ il presidente. “Questo Stato ci ricorda cosa puo’ accadere quando si promuove il lavoro americano anziche’ ostacolarlo”. Il Partito repubblicano, da parte sua, si prepara al confronto con la Casa Bianca. I “Big six” del Partito per le politiche fiscali – che includono anche i presidenti di Camera e Senato – si sono riuniti martedi’ a Washington, con un obiettivo ben preciso: riscrivere una vasta porzione del Codice fiscale entro la fine dell’anno; diversi esponenti del Partito esprimono ottimismo: l’abbassamento delle tasse potrebbe costituire l’occasione per la doppia maggioranza repubblicana al Congresso di varare finalmente una delle significative riforme promosse durante gli otto anni di amministrazione Obama. I Conservatori, pero’, hanno poco tempo a disposizione per conciliare le differenti priorita’ e i singoli calendari promossi all’interno del loro schieramento.

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I cattolici integralisti di Colombia contro papa Francesco

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Per cattolici integralisti colombiani, papa Francesco e’ un pontefice “illegittimo” e non e’ il benvenuto nel loro paese. Alla vigilia della visita pastorale che il Papa compie in Colombia da oggi fino a domenica prossima 10 settembre per apportare il suo sostegno agli accordi di pace che sembrano in grado di porre termine al cinquantennale conflitto tra il governo e la guerriglia marxista, il quotidiano “La Libre Belgique” pubblica un reportage tra gli ambienti ultra-conservatori: si tratta certamente di una minoranza nel paese sudamericano che conta 48 milioni di abitanti quasi tutti cattolici; ma e’ una minoranza molto influente ed assai visibile. “La sua visita e’ ‘non grata’” dice, utilizzando un termine diplomatico, dice uno dei maggiori esponenti dell’integralismo cattolico colombiano, l’89enne ex candidato alla presidenza Jose’ Galat che attualmente conduce una trasmissione molto seguita sulla rete tv “Teleamiga”. Lui ed i suoi seguaci non chiamano Francesco ne’ Papa, ne’ Pontefice e neppure Santo Padre ma soltanto Bergoglio, il “falso profeta” che secondo la Bibbia cede i suoi poteri a Satana: per loro si tratta di un “populista della fede”, di un marxista, di un massone o addirittura di un esponente della fantomatica setta degli Illuminati. E la sua elezione sarebbe frutto di una manipolazione mafiosa; per i cattolici integralisti colombiani il legittimo Pontefice sarebbe invece Benedetto XVI, Papa Ratzinger che ha dato le dimissioni nel 2013. Le loro posizioni sono state apertamente stigmatizzate dalla Conferenza episcopale di Colombia, che la scorsa estate ha pubblicato un comunicato in cui rimprovera a Jose’ Galat di “ferire gravemente la comunione della Chiesa” e di incitare allo scisma. Tuttavia gli ultra-conservatori non hanno alcuna intenzione di sabotare la visita di Papa Francesco: hanno invece annunciato che si limiteranno ad ignorarla, riunendosi in preghiera nella Corporazione Betlemme Casa Fraterna fondata 24 anni fa nel nord-est della capitale colombiana Bogota’, come fanno tutti i lunedi’ e sabati.

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Usa, l’amministrazione Trump scarica sul Congresso la grana del Daca

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato martedi’ per voce del procuratore generale, Jeff Sessions, la fine del Deferred Action for Childhood Arrivals (Daca), il programma varato da Barack Obama nel 2012 che “tutela” dalle espulsioni e assegna permessi di lavoro ai “Dreamer”: gli immigrati irregolari giunti negli Usa da minorenni, soli o assieme ai loro genitori. Come anticipato da fonti della Casa Bianca nei giorni scorsi, Trump ha spiegato che il programma decadra’ tra sei mesi, ed ha passato la palla al Congresso a maggioranza Repubblicana, spronandolo a varare una riforma organica delle leggi sull’immigrazione entro il prossimo marzo. Nelle scorse settimane figure di primo piano del Partito repubblicano come il presidente della Camera, Paul Ryan, avevano espresso il loro sostegno al Daca, che e’ appoggiato dalle grandi industrie e da una quota maggioritaria dell’opinione pubblica. Ryan aveva dichiarato che al Congresso dovrebbe spettare “un ruolo” nella revisione dell’ecosistema normativo dell’immigrazione. Anziche’ convincere Trump a mantenere il provvedimento Obamiano in vigore, pero’, la consueta ostilita’ del partito lo ha spinto a scaricare su quest’ultimo e sul Congresso la responsabilita’ di definire la questione. La Casa Bianca, che ha ricordato come il Daca sia formalmente incompatibile con l’impalcatura costituzionale, ha fatto capire di aspettarsi dal Congresso un intervento onnicomprensivo sull’immigrazione, che dia un quadro ben definito non solo ai “Dreamers”, ma anche a tutta una serie di altre questioni su cui i Repubblicani si erano sempre professati uniti, ma che dopo l’elezione di Trump si sono dimostrate controverse: dalla protezione dei confini sino alla definizione dei criteri per gli ingressi legali di immigrati nel paese. E’ difficile,sottolinea la stampa Usa, che il Congresso possa davvero dimostrarsi in grado di un intervento di ampio respiro sull’immigrazione, specie considerati gli altri importantissimi nodi politici che le camere trascinano da mesi: l’innalzamento del tetto del debito federale, la riforma della sanita’, la revisione del fisco e i progetti di rinnovo della rete infrastrutturale Usa. La politica voluta dall’ex presidente Barack Obama e’ stata oggetto per mesi di una “revisione” da parte dell’amministrazione del presidente in carica. Dalla sua introduzione nel 2012, il Daca ha consentito a oltre 800 mila giovani immigrati irregolari di risiedere e lavorare legalmente negli Usa. Fonti dell’amministrazione presidenziale puntualizzano che la decisione del presidente di terminare il Daca entro sei mesi non e’ definitiva, e in molti gia’ immaginano che la vicenda avra’ un esito scontato: il Congresso trascorrera’ probabilmente sei mesi a bisticciare, e alla fine Trump “salvera’” il provvedimento obamiano, puntando l’indice contro l’incapacita’ del Potere legislativo. Il presidente, pero’, non ha potuto evitare di dare un segnale questa settimana: 10 Stati federati a guida repubblicana infatti, minacciavano di intentare causa al governo federale per il programma di sostegno ai giovani immigrati, istituito da un decreto che l’ex presidente Obama avrebbe varato travalicando i propri poteri costituzionali.

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Cuba, la Spagna prepara la visita del re, “ciliegina” della nuova relazione diplomatica

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Prosegue il percorso di riavvicinamento tra la Spagna e Cuba. Il ministro degli Esteri spagnolo Alfonso Dastis e’ sbarcato ieri all’Avana per una missione che il quotidiano “El Pais” presenta come centrata nella definizione della visita che il re Felipe VI, o il presidente del governo Mariano Rajoy, dovrebbe svolgere entro i primi mesi del 2018. Gia’ da rappresentante spagnolo presso l’Unione europea, Dastis aveva lavorato perche’ Bruxelles riallacciasse i rapporti con Cuba, rovesciando la “posizione comune” promossa dall’ex presidente Jose’ Maria Aznar nel 1996: allora si decise che l’Ue avrebbe misurato la cooperazione offerta all’Avana sulla portata delle concessioni democratiche garantite dal governo caraibico. A Natale scorso, poco dopo essere l’ingresso del ministro nel governo Rajoy, l’Unione e Cuba celebravano il nuovo accordo che metteva fine alle antiche limitazioni. “Adesso la Unione europea e la Spagna vogliono ricollocarsi nell’isola e i viaggi delle alte cariche spagnole sono piu’ frequenti e costanti. La visita del re Felipe Vi o di Rajoy sara’ la ‘ciliegina’ di questa nuova strategia diplomatica”, sottolinea il quotidiano. Il presidente cubano Raul Castro aveva trasmesso al monarca spagnolo un invito diretto per recarsi sull’Isola, ricevendo dalla Casa reale una espressione di “vero interesse” ad accettare. “Poi le cose si sono complicate un po’, come succede in questo tipo di viaggi, soprattutto” se si tratta di Cuba, segnala la testata. “Questi inviti non si chiudono in modo automatico e hanno bisogno di un particolare e lento processo negoziale”. La visita di Dastis chiude il cerchio aperto con la missione realizzata a marzo dal segretario di stato per la Cooperazione e l’Ibero-America, Fernando Garcia Casas, e proseguito con la visita che il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez ha compiuto ad aprile a Madrid. Ieri Dastis ha detto “che e’ presto per fissare una data”, ma lo sbarco di una delle due maggiori cariche spagnole all’Avana si dovrebbe celebrare entro il 24 febbraio del 2018, data in cui il capo di Stato cubano – giunto all’eta’ di 86 anni – ha deciso di lasciare la guida del paese. Nel frattempo il titolare della diplomazia spagnola lavora anche per gli interessi economici sull’isola. “A Cuba non ci sono solo 140.000 spagnoli registrati”, sottolinea il quotidiano: “la Spagna e’ il primo partner commerciale dell’Ue e oltre 200 imprese spagnole sono attive nel paese, principalmente nel settore turistico. Le grandi catene alberghiere spagnole occupano un totale di 21 mila letti e il 90 per cento degli hotel a cinque stelle. Queste imprese devono soddisfare la legge che impone loro di lasciare il 51 per cento ad aziende legate al governo cubano ed esiste un problema con un debito che ascende gia’ a una quota compresa tra i 200 e i 300 milioni di euro”.

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Arcivescovo di Canterbury, “La societa’ britannica merita un’economia radicata nel bene comune”

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – “La Gran Bretagna attraversa un momento di significativa incertezza economica; un momento spartiacque in cui dobbiamo fare scelte fondamentali sul tipo di economia di cui abbiamo bisogno per il modo in cui vogliamo vivere”. Inizia cosi’ un severo intervento di Justin Welby, arcivescovo di Canterbury e membro della commissione sulla giustizia economica dell’Institute for Public Policy Research (Ippr), pubblicato sul “Financial Times”. Per il capo spirituale della Chiesa d’Inghilterra “la maggior parte delle persone vuole le stesse cose dall’economia: un sistema al servizio della prosperita’ umana e del bene comune, in cui tutti abbiamo un valore e una parte”. Invece diventano sempre piu’ incalzanti alcune domande: “Perche’ molti sono cosi’ poveri mentre alcuni sono cosi’ ricchi? Perche’ i giovani saranno piu’ poveri dei loro genitori?”. “Il nostro modello economico si e’ rotto”, “il divario tra le parti piu’ ricche e piu’ povere del paese e’ significativo e destabilizzante”, afferma Welby, aggiungendo che meta’ delle famiglie non ha avuto un significativo miglioramento di reddito nell’ultimo decennio. Il leader anglicano osserva, inoltre, che mentre trent’anni fa gli amministratori delegati ricevevano venti volte di piu’ del salario medio, ora ottengono compensi anche 150 volte superiori; tra il 2010 e il 2015, mentre in termini reali lo stipendio di molti lavoratori e’ diminuito, quello dei consiglieri di amministrazione delle compagnie dell’indice Ftse 100 e’ aumentato del 47 per cento. “Il problema fondamentale — continua Welby — e’ semplice: i dati delle prestazioni non riflettono l’esperienza dell’economia di molta gente”. “La nostra economia non funziona piu’ per tutti, se mai cosi’ e’ stato. E per alcuni gruppi di persone e alcune parti del paese non sembra funzionare affatto”, scrive, testimoniando che nel suo lavoro nelle comunita’ ha riscontrato un calo degli standard di vita e una situazione di grave ingiustizia. L’Arcivescovo di Canterbury non si limita alla critica e all’appello alle riforme, ma indica alcune linee di azione. In primo luogo, a suo parere, occorre un sistema di istruzione e competenze che prepari le persone per un mercato del lavoro difficile dominato dalla tecnologia. In secondo luogo, serve un sistema fiscale piu’ equo nel quale chi trae piu’ vantaggi dall’economia paghi la sua giusta quota. Un punto importante e’ “usare la crescita per liberare l’economia dall’anidride carbonica, riducendo significativamente la dipendenza dai combustibili fossili”. Un altro obiettivo e’ migliorare le retribuzioni, sia nel settore pubblico che in quello privato. Infine, serve un programma per gli alloggi che aumenti la disponibilita’ di case a prezzi accessibili per costruire una societa’ sostenibile.

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Germania, il ministro degli Esteri Gabriel attacca l’ex titolare della Difesa zu Guttemberg

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – Nel corso di un intervento al Bundestag, il ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, si e’ espresso con decisione contro un drastico aumento della spesa per gli armamenti. Il vicecancelliere ha affermato che espandere sin quasi a raddoppiare il bilancio della Difesa nell’attuale contesto di tensioni internazionali, come richiesto a Berlino dalla Nato e da Washington, sarebbe un segnale sbagliato e controproducente. Il socialdemocratico ha poi attaccato l’operato dell’ex ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttemberg dell’Unione cristiano sociale (Csu) che ha riguadagnato visibilita’ all’interno del partito bavarese: “Si e’ preso cura delle Forze armate come della sua tesi di dottorato”, ha dichiarato Gabriel ironico. In mattinata il cancelliere Angela Merkel aveva espresso un elogio all’operato del governo di coalizione, pur esortando a non riposare sugli allori. Merkel ha chiesto ulteriori sforzi per la promozione dei processi di digitalizzazione, sia in campo economico che amministrativo. La Germania, ha sottolineato, impiega oggi il 3 per cento del Pil per la ricerca e lo sviluppo. Critiche al cancelliere sono arrivate da Sahra Wagenknecht, della Linke, soprattutto in merito all’aumento delle diseguaglianze economiche nella societa’. Critiche per come e’ stato gestito l’affare del dieselgate e dei rapporti con il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan sono state avanzate dal deputato dei Verdi Cem Oezdemir: “Cosa dovra’ mai fare Erdogan perche’ la Germania smetta di coccolarlo e svegliarsi?”, ha attaccato il deputato, rivolgendosi al cancelliere tedesco.

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Francia ed Italia vogliono allearsi nell’industria navale militare

06 set 11:07 – (Agenzia Nova) – La Francia e l’Italia preparano un’alleanza nel settore dell’industria navale militare: lo riferisce il quotidiano “Le Figaro” riportando le dichiarazioni rese ieri martedi’ 5 settembre dalla ministra francese delle Forze armate, Florence Parly. “Stiamo lavorando alla costituzione di un’alleanza tra le industrie navali militari francesi ed italiane in materia di unita’ di superficie, con l’ambizione di costituire nel lungo periodo un gruppo che sia leader mondiale del settore”, ha detto la Parly nel corso dell’Universita’ (conferenza, ndr) della Difesa che ha riunito a Tolone, nel sud-est della Francia, gli alti gradi delle Forze armate francesi, diversi parlamentari ed esperti del settore: “Si tratta di un progetto ambizioso, che sta andando avanti in stretto collegamento con i gruppi industriali interessati”, ha aggiunto la ministra senza tuttavia fornire ulteriori dettagli. In questo momento la Francia e l’Italia, nota il “Figaro”, sono impegnate in serrate trattative per trovare una soluzione di compromesso sulla proprieta’ dei cantieri Stx France; per facilitare un accordo, il governo francese ha evocato l’idea di grande polo navale comune, sia civile che militare: un’idea alla quale il governo italiano e’ favorevole in linea di principio. Il dossier Stx France, cioe’ i cantieri di Saint Nazaire la cui proprieta’ era stata promessa al gruppo italiano Fincantieri sotto la presidenza di François Hollande, ha provocato una crisi tra i due paesi quando il successore di Hollande alla testa dello Stato francese, Emmanuel Macron, ha fatto marcia indietro sulla formazione dell’azionariato della societa’ ed ne ha deciso una temporanea nazionalizzazione. Il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire, ricorda il “Figaro”, si rechera’ in visita a Roma l’11 settembre prossimo nel tentativo di far avanzare la trattativa; il quotidiano cita anche le parole di Emma Marcegaglia, la presidente dell’associazione Business Europe degli industriali europei, che negli scorsi giorni ha incontrato il ministro Le Maire e secondo cui il governo di Parigi starebbe preparando una “offerta migliorata” per Stx France arricchita di “qualcosa sulla parte militare”.

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