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‘L’Italia non ha bisogno di professionisti delle startup’. Intervista a Luca Tomassini (Vetrya)

Luca Tomassini

Oggi si parla molto di nuove imprese, di startup, e del loro ruolo nel rivitalizzare il mercato con nuove soluzioni, che quando di successo sono capaci di rivoluzionare intere procedure o intercettare bisogni ancora inespressi.

Ma delle startup spesso si fa un gran parlare, anche in eccesso e molto al di là del loro singolo valore. Girano un po’ di quattrini e il rischio è che le iniziative per sostenere e sviluppare le startup si rivelino innanzitutto come un ottimo affare per chi pascola ai margini del sistema.

Poi ci sono le aziende concrete, che ce la fanno, che nascono solo oggi o che operano da qualche anno. Su 100 nuove imprese, in genere solo 3-4 riescono a sfondare e devono farlo con tanto successo da poter ripianare le grandi perdite registrate con gli investimenti diretti alle altre 96-97 startup e non andati a buon fine.

Insomma una prova darwiniana senza appello, dove vince solo chi ha fatto bene i conti, chi ha la migliore idea e riesce a sopravvivere e magari a correre anche dopo il primo anno di vita.

Di questo, anzi di questi equivoci capitali, abbiamo parlato con Luca Tomassini, fondatore e amministratore delegato di Vetrya, una delle più belle realtà tra le giovani aziende italiane, con sede a Orvieto in Umbria, in California e in Brasile.

Un fatturato di poco superiore ai 40 milioni di euro, 65 dipendenti raggruppati in un Corporate Campus dove si lavora senza timbrature, tra computer, robot, pianoforti a coda, palestra e asilo aziendale, in un contesto dove tutti sorridono e partecipano al progetto aziendale comune con una carica senza pari.

Key4biz. Rilanciare il Paese, intercettare investimenti, assicurare crescita, quanto pesano le nuove aziende e cosa evitare per non sbagliare?

 

Luca Tomassini. Per rilanciare il Paese servono anche nuove aziende in grado di crescere e generare occupazione. L’Italia digitale non ha bisogno di progetti irrealizzabili, di pomposi animatori di convegni, né di professionisti delle startup e di laboratori che non sono in grado di produrre idee con relativi prodotti e servizi.

Key4biz. E allora a quale modello guardare?

Luca Tommasini. Direi più aziende sane che sviluppano le idee delle nuove generazioni e meno inventori da tavolino di incubatori innovativi e organizzatori di road show.

Key4biz. Quanto sono importanti i giovani?

Luca Tommasini. L’uscita dalla situazione di stallo in cui ci troviamo passa dalle nuove generazioni. Se aiutati nella giusta direzione, sono proprio i giovani che riusciranno a cambiare le regole del gioco, perché guardano alla realtà con occhi diversi e freschi e, nonostante tutto trami contro di loro, riescono ancora ad avere una passione incontenibile e a sognare progetti imprenditoriali.

Key4biz. A cosa puntare in concreto?

Servono startup utili e di successo, sostenibili, operanti in ambiti internazionali, che crescono e generano occupazione.

 

 

Key4biz. E invece?

Luca Tommasini. Invece oggi, ripeto, tra iniziative parassitarie e laboratori digitali che hanno il solo obiettivo di progettare modelli economici per far ricavare risorse pubbliche a professionisti delle startup, il punto centrale si è spostato dal “fare” al “dire” o, se si vuole, dal “realizzare” all’”apparire”.

Key4biz. Spesso si parla di ecosistema, di ambiente facilitatore…

Luca Tommasini. Anche qui, francamente, non mi perderei in parole. E’ necessario creare le giuste condizioni ambientali per accelerare la crescita delle aziende, più che promuovere progetti irrealizzabili e incubare idee e creatività. Leggo slogan a grandi lettere che primeggiano in convegni sul mondo del lavoro e della formazione del tipo “diamo futuro alle nuove generazioni”. Forse sarebbe più corretto dire “facciamo in modo che le nuove generazioni possano costruirsi il proprio futuro”.

Key4biz. Insomma più che portargli il pesce regaliamogli la canna da pesca e insegniamo loro  a pescare…e i fondi pubblici?

Luca Tommasini. Per una azienda la cosa più importante è il fatturato. La crescita del fatturato dimostra che l’idea imprenditoriale non è solo centrata su un progetto di impresa, ma su prodotti, servizi e idee che qualcuno ha già ritenuto utili ed è stato disposto a comprare. Infine, mi scusi, l’azienda deve creare valore. Da sola. Senza i famosi “finanziamenti a fondo perduto” della mano pubblica (peraltro un costume molto, e forse solo, italiano). E’ come un bambino, va sostenuto per imparare a camminare, poi deve imparare a correre da solo.

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