il commento

L’Italia e la fragilità di un welfare troppo selettivo: la “solitudine” tra social, famiglie e servizi sociali

di |

Il nostro fragile welfare ad agosto tra tante scarsità che "(re)distribuisce" spesso con continuità (persone, assistenza, salute, mobilità, beni, ma anche prossimità) ne genera una che precede e segue tutte le altre con esiti che sono invece spesso discontinui e incerti: la solitudine.

Il nostro fragile welfare ad agosto tra tante scarsità che “(re)distribuisce” spesso con continuità (persone, assistenza, salute, mobilità, beni, ma anche prossimità) ne genera una che precede e segue tutte le altre con esiti che sono invece spesso discontinui e incerti: la solitudine.

Una condizione sociale che non è solo “agostana” ma che in questo mese si riverbera sulla condizione umana, soprattutto sui soggetti più fragili, per il diffuso “spopolamento per ferie” (di comunità, territori, famiglie originarie) e dunque innescando l’inasprimento dell’isolamento che fa mancare una voce, un gesto, un pensiero, uno sguardo. Tra questi gli anziani in primis, e – inoltre – le persone sofferenti (spedalizzate e/o allettate o con disabilità), ma anche i bambini (tra cui tanti non accompagnati) che non trovano gli amici per giocare perché i cortili dei condomini o di casa sono vuoti e silenziosi e/o perché i giardini sono cotti da temperature bollenti.

È come se della solitudine ci accorgessimo solo ad agosto perché negli altri mesi esiste ma diventa immersiva o carsica, scorre e permane ma “mascherata” nei rumori (percettivi) e nascosta nei rumors (ricettivi) dei flussi socio-urbani e dalla presenza a corrente alternata di famiglie ad alta friabilità e frammentazione, disperse tra le tante povertà, ma anche tra benessere ed egoismi nel frullatore di incontrollati egotismi che un welfare inefficiente non riesce a “tamponare” per assenza di risorse ma anche per “vuoti di attenzione”.

Che possiamo riscontrare in un uso patologico dei social come rispecchiamento egotico, appunto, dove la relazione e l’Altro scompaiono nel “Grande Paradosso” di un’epoca con oltre 2miliardi di account planetari (da Facebook a TikTok e dintorni). Una “gonfia sofferenza” che si espande e allarga diffusa ancor più sospinta dall’onda Covid come ci comunicano tutti i giorni la Croce Rossa o la Caritas segnalando che oltre il 12% della popolazione dichiara uno stato di solitudine, ossia nessuno a cui consegnare i propri bisogni primari più pressanti e il 13% non ha nessuno a cui rivolgersi per chiedere aiuto o soccorso immediato anche nei popolosi quartieri urbanizzati.

Ma come ci conferma – con forza inattesa – negli USA il CDC (Center for Desease and Control) che “il 30% degli adulti americani sono a rischio morte per motivi connessi alla solitudine”. Un dato drammatico – certo inatteso o forse solo rimosso (?) – che in Europa vediamo attenuato ma comunque tale da rappresentare una enormità su entrambe le sponde dell’Atlantico ricco di un neo-capitalismo selettivamente feroce e spesso disattento sui temi del tempo post-produttivo anche con le attività filantropiche più lungimiranti.

Dati allarmanti – tornando al caso italiano – per servizi sociali organizzati spesso all’osso e troppi anche per un volontariato sempre presente ma sempre insufficiente, anche da remoto. Perché al di là della soddisfazione dei bisogni primari di alimentazione, protezione e assistenza erogati con una vicinanza diffusa è necessario andare – in questo caso – più in profondità costruendo relazioni di fiducia e poi di intimità con una prossimità attiva che costruisca reciprocità e conoscenza riconoscibili e visibili di reti che divengano anche percepite e accessibili. Nonostante già gli ospedali svolgano una pur parziale funzione di “sostituzione” (certamente costosissima) di quei servizi deboli espandendo oltre il limite specifiche ospedalizzazioni.

I servizi sociali di assistenza peraltro richiedono risorse che non ci sono, perché servono preparazione, formazione e competenze che sono più complesse da erogare dovendo assegnare continuità che nel contempo siano efficaci e anche sostenibili. Varie le iniziative tutte utilissime dal numero 1520 per un sostegno psicosociale, ma anche Progetti virtuosi come Piazzetta Cri – All for Health, Health for All (Tutti per la salute e Salute per Tutti) anche con il sostegno di una multinazionale farmaceutica come Sanofi, offre assistenza agli over 65 di vari comuni tra i quali Loreto, Osimo, Molfetta, Oristano et al. ma che si vorrebbe (dovrebbe) estendere all’intero territorio, integrando e razionalizzando servizi sociali vari soprattutto in piccoli comuni isolati (di montagna) ma anche di pianura, urbanizzati e non.

Un servizio erogato da oltre 200 volontari con una formazione dedicata ad azioni socio-assistenziali di questo tipo con incontri personalizzati e organizzando gruppi di sostegno integrati di facilitazione e densificazione delle occasioni di incontro, essendo questa la chiave per ridisegnare nuovi perimetri di servizi appropriati ed efficaci.

Perché è evidente che solitudine e isolamento sono fenomeni diffusi, endemici, ma non altrettanto robusti e diffusi i servizi di supporto, proprio perché spesso frammentati e dispersi o lasciati alla “buona volontà” di persone e comunità accoglienti. Dunque una funzione di assistenza che deve coinvolgere per essere efficace un intero corpo sociale, integrandolo e monitorandone le prestazioni per poterne correggere gli esiti nel loro divenire dinamico di processo: comunità, associazioni, enti locali, ospedali, case di cura, famiglie.

Insomma una intera ecologia integrata di soggetti, funzioni e processi che per la sua complessità frammentata richiederebbe una regia comune, un disegno integrato che è assente. Una regia con una visione lunga e sistemica, per riannodare un tessuto sociale sfilacciato e sfibrato per rendere intanto quella solitudine meno carsica, facendola emergere e offrendo reti di supporto, stabili e continue, interconnesse.

Una regia per connettere costruttori di intimità relazionale e ascolto, di interazione per un agire attento e solidale. Ciò che dovremmo imparare a fare tutti nel nostro piccolo costruendo responsabilmente ponti solidali di intimità affettiva e cognitiva per riannodare il senso dell’essere su questa Terra come ordito di una comunità inclusiva e coesa e per un benessere (senza aggettivi) e felicità (senza ricompense) condivise. Un benessere dunque che non può essere solo fisico-materiale-riproduttivo ma deve potere essere anche emozionale e cognitivo, e perciò etico e spirituale nel coordinare atti di dono e nel sollecitare reciprocità che forse è ciò che più differenzia gli esseri umani dagli altri viventi e tuttavia che dovremmo essere capaci di poter comprendere nel nostro agire per e con gli altri.

Per fare che la solitudine non sia “tragica patologia” di una modernità monca dove domina una sola utilità efficiente di stampo neo-capitalistico orientata all’oggetto, ma ne possa essere lenita con una modernità “sostenibile e giusta” e “senza scarti” come dice Francesco ripartendo dai “beni comuni”. Perché possa continuare ad essere una opportunità, una chance, perché ricostruttiva di memoria, di legami trasmissibili e responsabili al servizio di catene di transizioni intergenerazionali necessarie ai potenziali di un futuro non solo atteso ma anche possibile.

Quel non-luogo dove l’efficienza integrale necessita di efficacia totale e di partecipazione globale di tutti i soggetti e di tutti gli enti nell’agire come un’onda o come quegli “stormi di storni” disegnati da Parisi per accogliere le complessità del vivere insieme quale grande potenziale per produrre senso di condivisione e coesione oltre che di supporto ad una “politica debole e confusa” che si alimenta di semplice rincorsa di un facile consenso di breve senza progetto per una “modernità monca”.

Novità su Google, per aggiungere Key4Biz tra le tue fonti preferite, clicca qui

Aggiungi Key4Biz tra le tue fonti preferite

Leggi le altre notizie sull’home page di Key4biz