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L’IT Wallet e il ritorno del Green Pass

Il Consiglio dei Ministri del 26 febbraio è stato dominato da temi legati alla trasformazione digitale e di grande interesse anche per i non addetti ai lavori, dal via libera a IT Wallet alla revisione dei processi di dematerializzazione documentale, ma un punto specifico è passato sostanzialmente inosservato. Palazzo Chigi ha deciso infatti di consentire «il riutilizzo della piattaforma creata per la verifica del Green Pass, validata a livello europeo, anche per altre e future certificazioni sanitarie.»

In particolare, nello schema di decreto-legge recante “Ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)”, all’art. 45 (“interoperabilità delle certificazioni sanitarie digitali”) leggiamo, tra le altre cose, che:

  1. per far fronte a eventuali emergenze sanitarie, nonché per agevolare il rilascio e la verifica di certificazioni sanitarie digitali utilizzabili in tutti gli Stati aderenti alla rete globale di certificazione sanitaria digitale dell’OMS, la Piattaforma nazionale Digital Green Certificate emette, rilascia e verifica le certificazioni istituite dal decreto-legge n. 52 del 2021 e le ulteriori certificazioni sanitarie digitali individuate e disciplinate con uno o più decreti del Ministro della salute;
  2. tali certificazioni sono rilasciate in formato digitale, compatibile con le specifiche tecniche  europee;
  3. al fine di assicurare l’evoluzione della piattaforma per il collegamento della stessa alla rete globale di certificazione sanitaria digitale dell’OMS, nonché assicurare la conduzione e manutenzione ordinaria della stessa, è autorizzata la spesa di euro 3.850.000 per il 2024; a decorrere dal 2025, per la conduzione e manutenzione ordinaria della piattaforma è autorizzata la spesa di euro 1.850.000 annui.

Ora, è innegabile che nel contesto della trasformazione digitale del settore sanitario, l’esperienza acquisita con il Green Pass durante la pandemia da COVID-19 offra una lezione preziosa sulla capacità di tenuta dell’e-government, tanto sul piano della governance quanto su quello implementativo. Al di là delle declinazioni nazionali, infatti, la piattaforma europea per il Green Pass (rectius, il Digital Green Certificate EU) è stata una pietra miliare nella risposta coordinata alla pandemia, l’unica in grado di permettere la libera circolazione delle persone in una fase di indubbia criticità. L’architettura tecnologica fu sviluppata nel giro di poche settimane con un design privacy by design reso possibile dalla concezione del GDPR come norma imperniata sulla circolazione dei dati personali.

Da questo punto di vista, il riutilizzo della piattaforma del Green Pass per altre politiche di sanità pubblica si inserisce quindi in una visione di salvaguardia e continuità degli investimenti. La possibilità di adattare la piattaforma a nuove esigenze, quali la verifica di vaccinazioni annuali o la gestione di certificati di immunità per altre malattie, ne certifica la versatilità e nello stesso tempo mira a promuovere una maggiore coerenza e fiducia tra i cittadini e le istituzioni.

Chi scrive, tuttavia, non è certo un fautore del soluzionismo tecnologico fine a sé stesso, né ignora le tante voci critiche che a suo tempo si erano levate contro l’entrata in produzione della piattaforma, vista da alcuni come strumento di sorveglianza di Stato volto a comprimere le libertà individuali in un momento critico per la vita collettiva. Nel riproporre la piattaforma per nuove applicazioni, è fondamentale che questa venga proposta il più possibile come forma di adesione ad un vivere civile evoluto, anziché essere imposta ope legis.

È fondamentale inoltre un’integrazione con il più vasto ecosistema della sanità digitale, non soltanto in termini di tecnologie ma anche in termini di strategie e processi. Grazie anche al PNRR, tale ecosistema è oggi ben più sviluppato di quanto fosse nel 2020, tanto da rendere possibile lo sviluppo di servizi a valore aggiunto, in grado di avere un impatto positivo percepibile sulla vita delle persone. Ed è chiaro che questi ultimi dovranno sempre più accompagnare e controbilanciare l’adozione di strumenti che hanno invece l’effetto di determinare una limitazione, benché temporanea, dell’autonomia del singolo.

È ipotizzabile un ritorno anche di Immuni? Sull’app Immuni avevo avuto l’opportunità di essere tra i partecipanti al dibattito pubblico fiorito in pieno 2020, schierandomi sostanzialmente tra chi riteneva potesse essere uno strumento (beninteso non l’unico) a supporto delle politiche pubbliche di contrasto alla pandemia. Ero convinto (ne scrivevo in un post su Medium) che il contact tracing “fosse qui per restare”, e che a pandemia terminata sarebbe stato comunque utile come strumento di sanità pubblica: sono stato smentito, ovviamente, dalla decisione di “spegnere” l’app e l’intera infrastruttura di contact tracing nazionale.

Oggi ritengo che un ritorno di uno strumento sostanzialmente invasivo come Immuni, a differenza di quanto accade per il Green Pass, non sia ipotizzabile. L’utilizzo di tecniche di contact tracing dovrà essere valutato alla luce di evidenze definitive sulla sua utilità su larga scala, ed attingendo all’esperienza acquisita anche a livello internazionale durante la pandemia di COVID-19. Ma si tratta evidentemente di uno scenario irrealistico se non in contesti altamente emergenziali.

In conclusione, la decisione di conservare e riutilizzare strumenti tecnologici precedentemente impiegati per affrontare la pandemia di COVID-19 segnala da un lato un passo importante verso un approccio più agile e resiliente alla salute pubblica abilitata dalla trasformazione digitale, dall’altro una scommessa sulla capacità delle istituzioni di riguadagnare quella fiducia dei cittadini che era andata a incrinarsi durante la pandemia. Il punto cruciale è questo, al netto della comprensibile intenzione di capitalizzare sugli investimenti tecnologico-normativi già compiuti.

L’esperienza maturata e le lezioni apprese durante la pandemia hanno evidenziato l’importanza di combinare innovazione tecnologica, rispetto della privacy, collaborazione internazionale, ma anche comunicazione efficace e coinvolgimento delle parti sociali per affrontare efficacemente le sfide sanitarie globali. La trasformazione digitale, lo scrivo da tecnologo, rappresenta semplicemente uno strumento, in grado di acquistare senso soltanto se calato in un più ampio contesto di politiche pubbliche adeguate.

L’integrazione tra innovazione digitale e salute pubblica dovrebbe in ogni caso sempre mirare a costruire architetture di servizi pubblici che non solo rispondano alle crisi immediate ma che siano anche sostenibili nel lungo termine. Il dialogo continuo tra tecnologia, etica e politica pubblica sarà cruciale per navigare le complessità di questo “paesaggio” in evoluzione, assicurando che le soluzioni adottate promuovano un vivere civile evoluto, sempre rispettoso della dignità e dei diritti.

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