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L’intervento di Pasquale Stanzione al convegno ‘Il Metaverso tra utopie e distopie’


L’intervento di Pasquale Stanzione, Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, al convegno ‘Il Metaverso tra utopie e distopie’ in occasione della 17ma Giornata europea della protezione dei dati personali.

Autorità, illustri Relatrici e Relatori, signore e signori ospiti,

sono lieto di darVi il benvenuto in apertura del dibattito con cui abbiamo scelto di celebrare la giornata che il Consiglio d’Europa, con il sostegno della Commissione europea, ha voluto fosse dedicata alla protezione dei dati, sin dal 2007. La celebrazione di quest’evento così importante, nella sala che oggi ci ospita, ha una valenza fortemente simbolica. Essa è, infatti, dedicata a David Sassoli, che prima di divenire membro e, quindi, Presidente del Parlamento europeo, aveva nel 2007, da giornalista, moderato il dibattito organizzato dal Garante in occasione della celebrazione, in Italia, della prima giornata europea della protezione dei dati. Da allora, la vocazione europea della protezione dati si sarebbe accentuata ancor più, con l’adozione del nuovo quadro giuridico europeo che avrebbe uniformato le discipline interne, secondo la visione, lungimirante, del “one continent, one law”. La disciplina di protezione dati avrebbe, poi, rappresentato un modello per più di una normativa, successivamente proposta, sul digitale, con cui, soprattutto negli ultimi tre anni, l’Europa ha inteso promuovere la sua idea di governo, antropocentrico, dell’innovazione.

Perché – con le parole dello stesso David Sassoli – le trasformazioni epocali “hanno bisogno di nuove idee, del coraggio di coniugare grande saggezza e massimo d’audacia”. E non vi è dubbio che quella che viviamo sia non tanto un’epoca di cambiamenti quanto, come si è detto, un vero e proprio mutamento d’epoca, in cui il digitale ha svolto un ruolo demiurgico, non solo sotto il profilo economico, sociale e politico ma, persino, antropologico. Al punto da risultare ormai riduttivo parlare del digitale in termini di tecnica, quando esso rappresenta ormai lo sfondo delle nostre esistenze, una dimensione pubblica e privata ad un tempo, spazio di vita, bene comune.

Le nuove tecnologie hanno mutato in maniera incisiva le coordinate fondamentali su cui si articola il rapporto tra l’uomo e il mondo, innovando gli stessi concetti di spazio e tempo, forme e contenuti delle relazioni sociali e, con esse, delle categorie giuridiche come del rapporto tra poteri. E’ mutata profondamente la stessa antropologia, con implicazioni ancora da sviluppare e comprendere fino in fondo.

Una delle più rilevanti di esse è, verosimilmente, destinata ad essere il metaverso: l’evoluzione di internet più prossima (presentata da ultimo a Davos) e, verosimilmente, più dirimente negli effetti sulla persona e sulla società. Il termine è ripreso dal romanzo cyberpunk Snow Crash con cui Neal Stephenson, nel 1992, raccontava di una realtà distopica dominata da un meta-capitalismo con esiti anarchici, in cui l’esercizio del potere fosse delegato alle multinazionali, giunte quasi a soverchiare la funzione sociale e pubblica degli ordinamenti statuali. Il ruolo sociale di ciascuno è, nel romanzo, definito dal proprio avatar, cui affidare il privilegio del riscatto da una vita stretta tra difficoltà e insoddisfazioni (il protagonista è un fattorino di CosaNostraPizza), con un’esistenza immaginifica proiettata nel virtuale. La dimensione in cui si muove il “gemello digitale” di ciascuno è dunque, in Snow Crash, tanto più utopica quanto più è distopica la realtà che lo circonda, con un tessuto sociale lacerato, uno Stato latitante e poteri privati selvaggi. Come anche nel film Ready player one, emerge la suggestione dell’altrove virtuale concepito come dai contorni utopici, in cui proiettare, sublimandola, l’esigenza di riscatto da un quotidiano quasi distopico. Come ne La vita è altrove di Milan Kundera, il mondo sostitutivo – lì fatto di versi – offre la possibilità di una seconda vita che sublimi le miserie di quella reale, tra le quali il fatto “che la gente abbia disimparato la libertà”.

E pur nella sua iperbolicità, la narrazione visionaria di Stephenson anticipava molti degli aspetti (e dei rischi) del capitalismo delle piattaforme che si sarebbero delineati negli anni a venire: la gig economy con il pericolo di un caporalato dell’algoritmo, la progressiva affermazione dei poteri privati, la traslazione della vita nella dimensione digitale.

E’ significativo che il neologismo con cui Stephenson indica la realtà virtuale in cui, tra le Second Life degli avatar, dilaga un virus informatico capace di penetrare anche il cervello degli hacker, sia stato ripreso da Mark Zuckerberg per individuare, già nel 2021, la “prossima frontiera nel connettere le persone”. Il metaverso è da lui definito una “piattaforma immersiva, un Internet incarnato che consente di stare dentro l’esperienza invece di guardarla dall’esterno”, in cui l’utente non si limita a “vedere” ma finisce con l’essere il contenuto e non soltanto un cursore sullo schermo. Anche al di là di ogni soluzionismo tecnologico, si ipotizza il ricorso al metaverso in funzione ausiliaria della didattica con l’apprendimento online interattivo o della ricerca, con simulazioni degli effetti dei prodotti progettati.

Per quanto futuribile, quasi asimoviano possa apparire, Mckinsey stima in 5000 miliardi di dollari il valore del business che, entro il 2030, sarà indotto dal metaverso, che nelle stime di Meta dovrebbe ospitare un miliardo di persone nel prossimo decennio. Se oggi nel mondo si calcola vi siano circa 11 milioni di visori, nel 2026 essi potrebbero giungere a 50 milioni di unità. Secondo Gartner, entro il 2026 una persona su quattro trascorrerà almeno un’ora al giorno in questo spazio virtuale (anche collettivo), in cui realtà fisica e digitale convergono in un’esperienza immersiva, capace di restituire persino percezioni sensoriali.

Si tratterà di una dimensione (articolata anche su plurime piattaforme) caratterizzata da un’interattività persistente, tridimensionale e dunque ancor più credibile, ubiqua e trasversale, in cui è possibile agire e interagire mediante ologrammi che costituiscono veri e propri tramiti digitali del sé. La definizione di virtuale, per questo nuovo spazio, accentuerà ancor più il suo significato etimologico di potenziale, di possibilità suscettibile di realizzazione. Così come il prefisso Meta, non a caso ripreso da Menlo Park nel suo rebranding (simboleggiato dall’emblema dell’infinito), indica l’oltre, la dimensione cui tendere nel superamento di un limite, identificabile e spesso identificato nella fisicità del reale. Nella misura in cui apparirà come sempre più verosimile, capace di simulare la realtà fin quasi a sostituirla, questa nuova dimensione (non solo spazio-temporale, ma addirittura esperienziale e, quindi, esistenziale) potrà finire per rappresentare, almeno per molti, il luogo delle infinite possibilità, in cui affrancarsi anche, forse, dall’immane concretezza del reale. E forse non se ne percepirà fino in fondo la natura atopica, di vero e proprio non luogo, nell’accezione di Marc Augè: spazio destinato al transito effimero e non all’appartenenza, avulso da strutture sociali e quindi da relazioni intorno a cui costruire un radicamento.

Certamente, quest’ universo multisensoriale a confini mobili, con ambiti suscettibili di coprire ogni settore della vita, spaziando dal lavoro al commercio all’intrattenimento, riproporrà, ma con valenza esponenziale, opportunità ma anche rischi e problematiche emersi con l’internet “tradizionale”. Quest’esperienza immersiva e potenzialmente totalizzante, iperreale nell’accezione di Baudrillard, rappresenterà il crocevia tra alcune delle neotecnologie più rilevanti del contesto in cui viviamo: a.i., dispositivi indossabili, realtà aumentata, big data, robotica avanzata, cloud computing.  E se l’esito sarà un netto cambio di prospettiva non è soltanto per il principio hegeliano secondo cui mutamenti anche solo quantitativi possano risolversi persino, se particolarmente rilevanti, in distinzioni qualitative.

Secondo Matthew Ball, le caratteristiche del metaverso sono, in particolare, scalabilità, persistenza, interoperabilità, capacità di rendere possibili transazioni commerciali e di garantire l’identità dell’utente anche attraverso avatar, partecipazione multipla e da parte di soggetti di diversa natura, transitività e convergenza tra esperienza virtuale e percettiva.

Non sono chiari i contorni che assumerà il metaverso né quali di queste caratteristiche possiederà. Non sappiamo se la sua struttura sarà centralizzata o policentrica, unitaria o multipolare (un pluriverso?), né quale modello di governance la ispirerà. Il futuro è ancora tutto da scrivere. Ma sappiamo che, pur nella varietà delle forme che dovesse assumere, il metaverso avrà alcune implicazioni importanti su almeno tre aspetti, che ci illustreranno anche i proff. Floridi e Gancitano.
 
Anzitutto, la trasversalità e molteplicità delle esperienze suscettibili di realizzazione e il volume delle informazioni che potranno generarsi nel metaverso determineranno una raccolta di dati personali non comparabile con quella del web, per quantità ma anche per qualità. Vi saranno, infatti, compresi anche dati biometrici veicolati, tra gli altri, da dispositivi indossabili, di cui va impedito ogni utilizzo abusivo. La rilevanza qualitativa e quantitativa dei flussi di dati indurrà a ripensare by design il sistema di raccolta del consenso e le garanzie di trasparenza negli obblighi informativi. Anche in ragione del notevole tasso d’interazione tra gli utenti e della conseguente esigenza di proteggere i minori da esperienze pregiudizievoli, sarà determinante la garanzia dell’age verification, naturalmente con sistemi che non comportino un monitoraggio eccessivamente invasivo dell’attività dell’utente. Dirimente sarà anche la tenuta delle garanzie (previste ora dal Gdpr, a breve dall’Artificial Intelligence Act) rispetto alle decisioni algoritmiche e alle interazioni tra uomo e macchine che simulino il comportamento umano (si pensi agli assistenti virtuali), di cui si dovrà assicurare la trasparenza e la consapevole gestione.

L’impostazione tecnologicamente neutra (e per ciò future-proof) del Gdpr potrà fornire una regolazione tendenzialmente completa sui principali aspetti di questo mondo nuovo, soprattutto grazie all’approccio basato sul rischio, determinante per modulare le tutele sulle caratteristiche di una realtà in continua evoluzione. Ma la personalizzazione dei contenuti propria del metaverso lascerà emergere, verosimilmente, nuove istanze di tutela, a fronte di nuove vulnerabilità e persino nuove soggettività, come quella del gemello digitale in cui si proietterà il nostro io.

E si pensi a categorie di dati del tutto peculiari, come quelli inferiti dalle interazioni on-line, suscettibili di esprimere stati emotivi, cui dovrà accordarsi una tutela proporzionata al grado di intimità rivelabile. La creatività digitale mostrerà l’urgenza di delineare un confine tra data-economy (fondata sempre più sulla deduzione dei dati nel sinallagma negoziale) e monetizzazione della privacy, con tutti i rischi, in termini di libertà ed eguaglianza, suscettibili di derivarne.

Quanto più l’esperienza, immersiva e totalizzante, di questa vita “altra” sia mediata dai contenuti proposti dagli algoritmi, tanto più si dovrà garantire la libertà del singolo dal condizionamento esercitato dal pedinamento digitale. Il metaverso potrebbe amplificare esponenzialmente il nudging su cui si fonda il sistema delle bolle di filtri, che induce omologazione e intolleranza verso le le minoranze ed ogni soggettività espressiva di differenza, con conseguente polarizzazione sociale.

Il rischio è che la libertà di dare forma al proprio mondo, promessa dal metaverso, sia solo apparente e nasconda, invece, un’eterodirezione delle scelte indotta dal microtargeting, i cui effetti distorsivi sulla formazione dell’opinione individuale e pubblica sono ben espressi dal caso CA. In assenza di correttivi adeguati, la capacità di orientamento propria della selezione dei contenuti proposta dagli algoritmi rischia infatti di divenire, in un’esperienza virtuale così pervasiva, una vera e propria egemonia culturale.

Alcune significative garanzie deriveranno dagli obblighi di trasparenza e, in senso lato, responsabilizzazione introdotti dal DSA (in particolare per la moderazione dei contenuti) e (soprattutto sotto il profilo commerciale, dal DMA), come pure dalla valorizzazione delle garanzie sottesa ad alcuni recenti orientamenti delle Autorità di protezione dati sul terreno della pubblicità mirata. Ma l’accrescimento del potere- informativo e persino performativo- delle piattaforme, che accompagnerà lo sviluppo del metaverso imporrà scelte lungimiranti sotto il profilo della governance. I modelli in astratto possibili sono quello neoliberista (destinato fatalmente a riprodurre, per eterogenesi dei fini, il cartello oligopolistico ove ciascun big tech occupi un settore specifico); quello aperto, di un metaverso open source accessibile e modificabile da ciascun utente, volto a favorire la partecipazione diretta più ampia ma di non agevole realizzazione; quello a gestione pubblica, potenzialmente oscillante tra il dirigismo statalista cinese, l’autonomismo tecnologico sudcoreano (di cui è espressione la strategia per un metaverso nazionale) e un più moderato approccio regolatorio essenziale.

Ciascuno di questi modelli presenta rischi non irrilevanti: quello di un capitalismo estrattivo ancor più iniquo, che finisca con il rimettere alle condizioni generali di contratto la definizione del perimetro delle libertà; quello di una gestione anomica di questo spazio e, rispettivamente, di una sorveglianza panottica. Al contrario, per uno sviluppo sostenibile del metaverso vanno valorizzati la tutela della libertà d’iniziativa economica, con i limiti funzionali alla dignità umana e della libertà, l’istanza partecipativa e un adeguato sistema di garanzie e responsabilità, su cui ascolteremo volentieri le considerazioni del pres. Violante e del prof. Maffettone.

Quale che sia il modello cui si orienterà lo sviluppo del metaverso, è indispensabile l’adozione di alcune garanzie essenziali, volte a impedire che questa dimensione altra, da spazio utopico del possibile, degeneri in un luogo anomico dove impunemente violare diritti. Lo suggerisce lo stesso esordio di Horizon World, caratterizzatosi per una vera e propria violenza sessuale di gruppo in danno di una ricercatrice, tramite il suo avatar. La smaterializzazione dello spazio e delle relazioni, la trasfigurazione della persona in un ologramma, la verosimile diffusione dei deep fake possono, infatti, ridurre la percezione del disvalore (reale!) degli illeciti commessi nella dimensione virtuale.

Ma le garanzie da accordare nel metaverso dovranno estendersi anche agli effetti più profondi e a lungo termine suscettibili di derivare da quella che può divenire una vera e propria società della simulazione, fondata su interazioni senza contatto, con una sua specifica antropologia, di cui ci parleranno i proff. Riva e Benanti. Significativo, in questo senso, l’impatto psicologico, anche in termini di akrasia e alienazione sociale che può avere, soprattutto sui giovani, l’esperienza immersiva della vita in una dimensione altra, costruita, con una sorta di autoinganno, secondo i nostri desideri e modulata sulle nostre percezioni. Non è azzardato ipotizzare una tendenza al disimpegno dal reale in favore di questo altrove dai contorni onirici. Rilevanti sono inoltre le implicazioni, in termini identitari, della relazione quasi osmotica con il gemello digitale di sé, con un rischio di dipendenza certamente maggiore di quello proprio dei social tradizionali.

Va inoltre considerato l’impatto che potrà avere la (già progettata) sostituzione dei visori con un’ interfaccia neurale, capace di proiettare questo mondo virtuale direttamente nel cervello, ovvero nella regione del corpo più delicata perché irriducibile a mera biologia, quale correlato neurale della coscienza. E questo, in contesto in cui le neurotecnologie potrebbero, in un futuro non lontano, leggere i pensieri, decodificando i dati neurali con sistemi di brain reading. L’ingresso della tecnica in quell’inner world in cui neppure il più coercitivo dei poteri si era spinto, non può che suscitare, dunque, nuove istanze di tutela. Anzitutto di quel foro interno (l’Io sovrano, per dirla con Musil) dalla cui libera formazione dipende ogni altra libertà, se non si vuole che innovazioni potenzialmente utili divengano lo strumento per fare dell’uomo una non-persona, l’individuo da addestrare o classificare, normalizzare o escludere.

La protezione dei dati ha oggi anche il compito di impedire questa deriva riduzionista, per promuovere un’innovazione sostenibile e non democraticamente regressiva, tanto più a fronte di uno scenario così inesplorato come quello dischiuso dal metaverso. Che, se guidato in direzione antropocentrica, con lo sguardo presbite che ha avuto sinora l’Europa sull’innovazione, può rappresentare quell’eterotopia capace, come la nave in Foucault, di dischiudere orizzonti di senso. Ed è per cercare questa direzione, con quel coraggio della responsabilità richiamato da Hans Jonas a regola del progresso che siamo oggi qui: consapevoli che innovazioni così profonde come quelle rese possibili dal metaverso necessitino della visione e della sensibilità le più diverse. Perché dobbiamo coniugare appunto, come ci suggeriva David Sassoli, tanto l’audacia quanto la saggezza, per non correre il rischio di disamparare, anche noi, la libertà..

Vi ringrazio.

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