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L’intelligenza artificiale si prende anche Sanremo. E continua a crescere

Ora che anche Fiorello le ha dedicato una gag – riuscita meglio del ballo del qua qua con John Travolta, non c’è dubbio – possiamo dire che l’intelligenza artificiale è ormai (anche) un fenomeno nazionalpopolare. Sul palco più famoso d’Italia, quello di Sanremo, si è scherzato sulla finta copia digitale di “Ciuri”, che ha interagito con Amadeus raccontando barzellette non freschissime, fin quando un video (ovviamente registrato) dello stesso Fiorello, sedicente originale, ha chiarito il finto equivoco. Non è un segnale da poco: se gli autori ritengono che uno sketch del genere possa funzionare con il pubblico sanremese, di certo non composto solo da giovanissimi, significa che l’IA è entrata nel vocabolario di molti, e forse di tutti. (Sì, sono gli stessi autori del ballo del qua qua: ma non è il caso di sottilizzare).

La punta di diamante è la Generative AI

Ci sono d’altronde ben altri segnali che aiutano a capire come nel 2023 l’intelligenza artificiale sia uscita dai libri di fantascienza distopica per diventare uno strumento apprezzato anche sul mondo del lavoro italiano, dai liberi professionisti fino alle grandi aziende. A raccoglierli è l’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, che ha presentato pochi giorni fa la sua ultima ricerca al convegno “AI al centro: novità, applicazioni e regole”. L’anno scorso ha segnato un punto di svolta per l’intelligenza artificiale in Italia, testimoniato da una crescita del 52% del mercato, oggi a 760 milioni di euro. Questo incremento, che segue il già notevole +32% registrato l’anno precedente, dimostra come l’IA stia rapidamente diventando una colonna portante dell’innovazione nel paese.

Tra le varie forme di IA, la Generative AI – quella di ChatGPT, per capirci, ma anche di DALL-E e degli altri bot che creano arte a comando, dietro l’inserimento di un prompt – spicca con un investimento specifico che costituisce il 5% del mercato totale, pari a 38 milioni di euro. La percentuale può sembrare modesta, ma riflette l’inizio di una nuova era per l’industria creativa e tecnologica italiana. I nuovi sistemi avanzati, capaci di produrre contenuti originali da semplici input, trovano applicazione in campi diversificati come il design, la pubblicità e l’educazione, promettendo di rivoluzionare il modo in cui creiamo e interagiamo con i media digitali.

Chi rimane al passo e chi no

E, come sempre quando viene introdotta un’innovazione che rappresenta un cambio di paradigma, già si comincia a capire chi sarà in grado di cogliere i frutti di questa evoluzione e chi invece rischia di rimanere indietro, a meno di non cominciare a investire con decisione nella ricerca e sviluppo. L’adozione dell’IA nelle aziende italiane mostra infatti una netta divisione tra grandi imprese e piccole e medie imprese (PMI): mentre il 60% delle grandi aziende ha già sperimentato l’IA, solo il 18% delle PMI ha intrapreso iniziative simili. Ciononostante, l’interesse diffuso per le applicazioni della Generative AI sottolinea un potenziale inespresso che, se adeguatamente supportato, potrebbe trasformare anche il tessuto delle piccole imprese italiane. Il problema è se questo supporto ci sarà e se un Paese proverbialmente refrattario, soprattutto per le PMI, a cambiare il proprio sistema di produzione, quando è considerato funzionale.

Come sottolinea Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence, «due organizzazioni su tre hanno già discusso internamente delle applicazioni delle Generative AI e tra queste una su quattro ha avviato una sperimentazione (il 17% del totale). L’avvento della Generative AI non sembra tuttavia essere una via per ridurre il gap nell’adozione dell’Intelligenza Artificiale tra le grandi organizzazioni: chi è indietro nel percorso di adozione dell’AI, infatti, non riesce a trarre beneficio delle opportunità della generative AI (nel 77% dei casi».

Italiani tra paura e interesse (giustificati)

Difficilmente si potrebbe trovare, in Italia e nel mondo, una situazione più fluida di questa; se siamo nel mezzo di una rivoluzione, è cruciale cominciare a capire l’opinione di chi di questa rivoluzione sarà il protagonista e, forse, la potenziale vittima. La percezione dell’IA tra la popolazione italiana è caratterizzata da un mix di interesse e preoccupazione: tutti o quasi, come si è visto, sono a conoscenza dell’IA, e un quarto ha avuto esperienze dirette con tecnologie come ChatGPT, con la complicità della sua facilità di gestione tramite smartphone, sia nei browser che con le app (a questo proposito, su SOSTariffe.it è sempre possibile confrontare le diverse offerte di telefonia mobile per capire qual è la più conveniente).

Il dibattito pubblico già si concentra quindi sugli impatti futuri, specialmente in termini di occupazione. C’è un dato inequivocabile: il 77% degli italiani guarda con timore all’IA, temendo le sue ripercussioni sul lavoro. Tutto questo pone l’accento sull’importanza di guidare il dialogo verso una comprensione equilibrata delle opportunità e delle sfide presentate dall’IA.

La formazione come chiave per vincere i timori (e risolvere i problemi)

La trasformazione in atto richiede un approccio proattivo per massimizzare i benefici dell’IA, garantendo al contempo che nessuno venga lasciato indietro. Le strategie future dovrebbero concentrarsi su investimenti in educazione e formazione, supporto alle PMI nella digitalizzazione, e un dialogo costruttivo tra stakeholders per navigare le implicazioni etiche e sociali dell’IA. Programmi di studio aggiornati, workshop, corsi online e iniziative di formazione continua sono essenziali per equipaggiare sia la forza lavoro attuale che le future generazioni con le competenze richieste nell’economia digitale. L’obiettivo è duplice: da un lato, minimizzare l’ansia legata alla trasformazione tecnologica e, dall’altro, massimizzare l’adozione e l’innovazione responsabile dell’IA.

Secondo Giovanni Miragliotta, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence, «Quest’anno l’Intelligenza Artificiale ha fatto passi da gigante anche in Italia. Il mercato è in forte crescita, come i progetti, e ormai quasi tutti gli italiani hanno sentito parlare di AI, ma guardano a questo ambito con interesse e qualche timore. Nel valutare il reale impatto sul lavoro, però, bisogna tenere in considerazione le previsioni demografiche che, a causa dell’invecchiamento della popolazione, prospettano un gap di 5,6 milioni di posti di lavoro equivalenti entro il 2033. In questa prospettiva, la possibile automazione di 3,8 milioni di posti di lavoro equivalenti appare quasi una necessità per ribilanciare un enorme problema che si sta creando, più che un rischio. Tuttavia, soltanto prestando attenzione alle nuove esigenze dei lavoratori, alla formazione e ad un’equa redistribuzione dei benefici, la società riuscirà a trarre valore dallo sviluppo dell’AI».

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