l'analisi

Licenziamenti AI, perché la causa contro Meta può fare scuola

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L'accusa spiega che l'azienda non avrebbe costruito la lista dei licenziamenti attraverso la valutazione diretta dei manager che conoscevano il lavoro svolto dai dipendenti, ma affidandosi a quella che il testo della causa definisce una "costellazione di sistemi di intelligenza artificiale interni".

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Ventisei dipendenti, attuali ed ex, hanno fatto causa a Meta davanti al tribunale federale di Oakland, in California, accusando l’azienda di aver usato un insieme di sistemi di intelligenza artificiale interni per selezionare chi licenziare, colpendo in modo sproporzionato lavoratori con disabilità, condizioni mediche o congedi familiari approvati.

La denuncia, depositata lunedì, riguarda il taglio di 8.000 posizioni annunciato a maggio, pari a circa il 10% dell’organico complessivo dell’azienda: i firmatari restano anonimi e provengono da sei stati diversi tra cui California, New York e Florida, ed erano stati avvisati che i loro contratti sarebbero terminati il 22 luglio; chiedono ora un blocco cautelare dei licenziamenti mentre proseguono le loro rivendicazioni individuali in arbitrato.

Secondo la ricostruzione degli avvocati dei ricorrenti, Meta non avrebbe costruito la lista dei licenziamenti attraverso la valutazione diretta dei manager che conoscevano il lavoro svolto dai dipendenti, ma affidandosi a quella che il testo della causa definisce una “costellazione di sistemi di intelligenza artificiale interni”. Il caso, secondo Reuters, rappresenterebbe la prima azione legale di questo tipo contro una grande azienda statunitense per l’uso dell’AI in un processo di licenziamento collettivo, e arriva peraltro a poche settimane da una sentenza sfavorevole per Workday in una causa analoga sull’uso dell’AI per decisioni di assunzione.

Nel frattempo, mentre tagliava migliaia di posizioni, Meta ha spostato altrettanti dipendenti verso nuovi team dedicati interamente al lavoro sull’intelligenza artificiale, in linea con la strategia dichiarata di riorientare l’intera azienda attorno alla tecnologia. Il Chief Executive Officer Mark Zuckerberg ha in seguito affermato di non aspettarsi ulteriori licenziamenti a livello aziendale per il resto dell’anno, mentre il caso è stato assegnato al giudice distrettuale William Orrick.

I criteri contestati e la difesa di Meta

Il cuore della denuncia riguarda le metriche su cui si sarebbero basati i sistemi automatizzati per selezionare i dipendenti da licenziare: punteggi di performance, valutazioni di calibrazione, indicatori di produttività e output, i cosiddetti punteggi “AI-native” e i dati di consumo di token AI, diventati negli ultimi mesi un proxy interno per misurare quanto un dipendente utilizzasse gli strumenti di intelligenza artificiale nel proprio lavoro quotidiano. Secondo gli avvocati dei ricorrenti, questi indicatori per loro stessa natura non possono accumularsi allo stesso ritmo per un dipendente che si trova in congedo medico o familiare protetto, o il cui rendimento risulta ridotto a causa di una disabilità: il risultato, si legge nella denuncia, è un sistema che penalizza strutturalmente proprio le categorie di lavoratori tutelate dalla legge, senza che i punteggi tenessero conto delle assenze approvate.

La causa cita la violazione di diverse normative statunitensi a tutela dei lavoratori, tra cui l’Americans with Disabilities Act, il Family and Medical Leave Act e il Pregnancy Discrimination Act, oltre a leggi statali equivalenti. I ricorrenti sostengono inoltre che Meta non abbia condotto test adeguati sui propri sistemi di intelligenza artificiale per verificarne i possibili bias, e che l’azienda non abbia sospeso il processo automatizzato per consentire una revisione individuale, neutrale rispetto ai congedi e alle richieste di accomodamento, come previsto dalla normativa. Un portavoce di Meta ha respinto le accuse, dichiarando che le decisioni organizzative e di gestione della forza lavoro sono sempre state prese da persone, non dall’intelligenza artificiale.

Resta da vedere come si evolverà la vicenda giudiziaria, ma la tempistica non è casuale: la causa arriva a distanza di poche settimane da una sentenza contraria a Workday, la piattaforma di gestione delle risorse umane usata da migliaia di aziende, in un procedimento che riguardava proprio l’impiego di algoritmi per filtrare candidature in fase di assunzione. Il precedente segnala un terreno legale sempre più insidioso per le aziende che affidano a sistemi automatizzati decisioni che incidono direttamente sulla vita delle persone, sia in entrata che in uscita dal mondo del lavoro, e apre interrogativi che vanno ben oltre il singolo caso Meta.

La svolta degli economisti

Più di 200 economisti e ricercatori, tra cui 16 premi Nobel, hanno firmato una dichiarazione congiunta intitolata “We Must Act Now”, pubblicata lunedì scorso, che avverte come l’intelligenza artificiale possa trasformare l’economia con una velocità e una portata superiori a quelle della Rivoluzione Industriale. Il testo chiede a policymaker e leader tecnologici di iniziare a costruire politiche e istituzioni capaci di gestire la trasformazione in corso, e sottolinea come l’AI possa portare sia rischi, tra cui una perdita di posti di lavoro su larga scala, sia opportunità, come guadagni significativi nel tenore di vita. Tra le richieste principali della dichiarazione c’è quella di approfondire la comprensione di come l’AI stia effettivamente ridisegnando l’economia, per sviluppare misure di tutela che permettano alla tecnologia di affiancare i lavoratori invece di sostituirli (chi in questa fase vuole mettere in sicurezza le proprie finanze può sempre confrontare le offerte di conti correnti su SOSTariffe.it, uno strumento utile per orientarsi tra costi di gestione e servizi diversi).

Il peso della dichiarazione sta soprattutto in chi l’ha firmata: Erik Brynjolfsson, economista di Stanford tra gli organizzatori dell’iniziativa, ha parlato di un cambiamento evidente all’interno della categoria, che per anni ha accolto con scetticismo gli allarmi su una rapida sostituzione tecnologica del lavoro. Tra i firmatari figurano Daron Acemoglu e Simon Johnson, entrambi docenti al MIT e premi Nobel per l’economia nel 2024, il cui scetticismo pubblico sul potenziale distruttivo dell’AI aveva caratterizzato buona parte del dibattito recente. Acemoglu ha dichiarato che, se l’intelligenza artificiale dovesse avere sul settore dei servizi un impatto paragonabile a quello dei robot nel settore manifatturiero, ma in un arco di tempo molto più compresso, le conseguenze per i redditi delle persone potrebbero essere gravi, pur mantenendo cautela sui tempi reali di questa trasformazione. Anton Korinek, docente alla University of Virginia attualmente distaccato presso Anthropic, ha inquadrato l’urgenza in termini storici, ricordando come vapore, elettricità e informatica abbiano concesso decenni di adattamento alla società, mentre l’AI potrebbe lasciarne a disposizione solo pochi.

Colpisce anche la presenza, tra i firmatari, di figure interne al settore: Sarah Friar, direttrice finanziaria di OpenAI, Jeff Dean di Google DeepMind e Jack Clark, tra i fondatori di Anthropic. La dichiarazione, va precisato, non contiene raccomandazioni politiche specifiche, ma arriva in un momento in cui, secondo Brynjolfsson, resta ancora troppo poco chiaro chi sia realmente più esposto ai rischi della trasformazione in corso; e questa incertezza statistica che rischia di lasciare la società impreparata di fronte a un cambiamento già avviato.

Il paradosso della disoccupazione stabile

La dichiarazione degli economisti arriva, va detto, in un momento ben preciso: le buste paga dei lavoratori colletti bianchi negli Stati Uniti si sono contratte per decine di mesi consecutivi, una sequenza che Aaron Terrazas, ex capo economista di Glassdoor, ha definito senza precedenti al di fuori di una recessione vera e propria. Il tasso di disoccupazione ufficiale, però, è rimasto stabile, e questo scarto tra i due indicatori racconta una dinamica che i ricercatori del mercato del lavoro osservano da mesi: la sofferenza non emerge nelle statistiche della disoccupazione formale, ma si manifesta altrove, nella sottoccupazione e nelle uscite silenziose dalla forza lavoro di chi rinuncia a cercare un impiego coerente con le proprie competenze.

Il caso Meta e la dichiarazione dei 200 economisti condividono, da prospettive diverse, la stessa domanda di fondo: chi decide, e con quali strumenti, quando un’azienda taglia personale nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Da una parte una causa specifica, con nomi di leggi violate e metriche contestate nel dettaglio; dall’altra una cornice più ampia, firmata da chi fino a poco tempo fa invitava alla cautela sui tempi di questa trasformazione.

Il caso Block, con il taglio del 40% dell’organico annunciato da Jack Dorsey a maggio 2025, resta il precedente più citato quando si parla di licenziamenti motivati con l’AI: un anno dopo, la lista dei casi concreti a cui ricondurre l’allarme degli economisti si allunga, e con essa la pressione perché la disponibilità di dati aggiornati sul fenomeno cresca di pari passo.

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