Il quadro

Le ricadute della fusione Wind-3 sul mercato italiano

Gli operatori di Tlc devono cambiare pelle e quelli italiani dovrebbero farlo più in fretta degli altri visto che i margini nel nostro paese sono ben più risicati che nel resto d'Europa.

di Raffaele Barberio | @rafbarberio |
Raffaele Barberio

La fusione tra i due operatori italiani Wind e 3 Italia non riformula soltanto il ranking della distribuzione di quote di mercato. Oggi, come è noto, al primo posto figura Wind-3, seguito da TIM e Vodafone, mentre a breve dovrebbe subentrare Iliad di Xavier Niel, il cui arrivo è atteso per il prossimo fine gennaio. Il gruppo francese si collocherebbe al quarto posto e, secondo le aspettative di Niel vorrebbe puntare addirittura al 13-15% del mercato.

È evidente, tuttavia, che si verificheranno altre ricadute, tali da rendere meno statico il quadro.

Un primo elemento è emerso alcuni giorni fa, con l’annuncio da parte di TIM di lancio di un nuovo marchio mobile, una sorta di operatore low-cost da affiancare alla casa madre. Una mossa questa, secondo alcuni, tesa a non lasciare ad Iliad il monopolio della fascia bassa del mercato.

Un secondo elemento, emerso anch’esso negli ultimi giorni, è quello relativo al primo taglio di personale post fusione: 1.500 persone che sembrano rappresentare solo la punta dell’iceberg. Per buona parte di loro si ricorrerà alla negoziazione per l’uscita volontaria. Chiusa questa tornata, nulla esclude che si passi al taglio di ulteriori posti di lavoro non negoziati individualmente.

Si tratta di due elementi molto diversi tra loro, ma che rientrano nella dinamica interna del settore.

Le telecomunicazioni, e quelle italiane in particolare, devono convincersi che il vecchio modello di business fondato sulla vendita di accesso alla rete non regge più.

Gli operatori di telecomunicazioni devono cambiare pelle e quelli italiani dovrebbero farlo più in fretta degli altri se si considera che i margini italiani sono ben più risicati rispetto a quelli di quasi tutti gli altri operatori europei.

In sostanza, più che posizionarsi solo in relazione ai diretti competitor, le tlc italiane dovrebbero uscire fuori dal recinto industriale in cui hanno vissuto negli ultimi 50 anni e confrontarsi con il resto dell’economia digitale e dei suoi servizi.

In un futuro, che non sappiamo quanto prossimo, forse non ci sarà più bisogno neanche di operatori di tlc  e allora sarebbe meglio guardare con mente aperta, con creatività industriale e con accortezza regolatoria agli scenari inediti che l’innovazione delle infrastrutture e dei servizi potrebbe imporci, più che offrirci.

Del resto, come si sa, il futuro è meglio anticiparlo che subirlo.

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