Il punto di vista

Le promesse tradite dell’automazione digitale

di Enrico Nardelli, Professore ordinario di Informatica, Dipartimento di Matematica, Università di Roma "Tor Vergata" |

L'automazione digitale, resa possibile dall'informatica, nella generale assenza di una politica industriale di settore, non viene applicata a rendere migliore la nostra vita ma la peggiora.

La storia dell’automazione nell’ambito dell’evoluzione delle società occidentali è interessante. Sono solo un amatore, in ambito storico, ma certamente abbiamo visto nel corso dei secoli passati cambiamenti sociali ed automazione avanzare insieme rendendo certi aspetti della vita più comodi e consentendo a molti di migliorare le loro condizioni di vita.

Consideriamo anche soltanto la vita domestica (ma ragionamenti analoghi si posso fare per quella lavorativa). Fino a metà del secolo scorso nella famiglia di un membro della classe professionale media c’erano comunque un certo numero di domestici, addetti a tutta una serie di attività che vanno comunque espletate in una famiglia.

Fino alla diffusione del telefono (che inizia a cavallo tra l’800 e il 900) anche comunicare qualcosa ad un parente poco distante richiedeva una visita o l’invio di un messaggero.

Il numero dei servitori variava ovviamente in funzione del reddito del capofamiglia (quasi sempre l’uomo) e tutti rispondevano a sua moglie, a tutti gli effetti un vero e proprio manager aziendale (sarà per questo che le start-up guidate da donne sono più redditizie di quando a guidarle sono gli uomini?).

Le promesse dell’automazione

Il Novecento è il secolo in cui l’automazione cresce in maniera sempre più esplosiva, con gli elettro-domestici che soppiantano quelli in carne ed ossa e consentono l’affrancamento della donna dalla cura della casa.

Non tutto va bene fin da subito, dal momento che una lavatrice è solo un pezzo di ferro infinitamente più stupido di un domestico in grado di lavare i panni secondo le direttive della padrona di casa applicate in modo flessibile dalla sua intelligenza.

Però, da un lato lo sforzo delle aziende nel produrre apparecchi comprensibili e facili da usare, dall’altro l’adattamento delle persone nell’usare tali dispositivi per quello che sono in grado di realizzare, fanno sì che effettivamente molte “diavolerie tecnologiche” rendono oggi la vita più comoda e hanno permesso a persone che un tempo sarebbero state servitori a vita di costruire per loro e per le loro famiglie una vita più gratificante.

Con l’avvento però dell’automazione elettronica, che diventa ben presto automazione digitale, la tendenza si inverte. Il problema è che le macchine iniziano ad operare in un contesto caratterizzato dalla percezione del mondo esterno e dalla decisione basata sulla sua interpretazione, situazione difficilmente governabile se non si ha l’intelligenza umana, a meno di operare in settori molto ristretti.

L’automazione industriale, infatti, dagli anni ’80 in avanti fa progressi da gigante: pensate soltanto a come molti processi produttivi vengono completamente robotizzati. Noi, invece, in quel periodo nelle nostre case lottiamo contro un video registratore che non ne vuol sapere di registrare il nostro programma preferito.

Poi arriva l’informatica personale, pian piano inserita in tutti i dispositivi, dagli elettrodomestici ai cellulari, e in tutti i servizi, dalle banche agli sportelli della Pubblica Amministrazione.

E qui si celebra il grande tradimento

Le persone sono lasciate in balia di meccanismi mostruosamente complicati, che non mostrano alcun segno del loro stato interno e non offrono alcuna possibilità di capire cosa stia succedendo.

Sono costrette a seguire come burattini liste di azioni incomprensibili, che attuano religiosamente sperando di non sbagliare, mentre i più superstiziosi le accompagnano con gesti apotropaici (“non si sa mai!”). Come risultato ci troviamo trasformati, noi che dovremmo essere i signori e padroni delle macchine, in schiavi senza via di fuga.

In parallelo a questo, aziende grandi e piccole (e tanto di più quanto maggiore è la loro dimensione) fanno scempio della nostra privacy, ficcando il naso in tutto ciò che facciamo ed ascoltando perfino tutto quello che diciamo (e tra un po’ scopriremo che ci videoregistrano anche!).

L’automazione digitale, resa possibile dall’informatica, nella generale assenza di una politica industriale di settore, non viene applicata a rendere migliore la nostra vita ma la peggiora.

Lavoriamo di più ed in modo più stressato, soprattutto coloro che fanno lavori di concetto. Un tempo avevamo personale per il disbrigo di aspetti più operativi, tipo scrivere fisicamente una lettera, protocollarla e spedirla.

Adesso, meraviglia del digggitale (le tre ‘g’ sono volute!) dobbiamo farlo in prima persona, perdendo però tempo a cercare di capire se l’indirizzo del destinatario è quello giusto, se c’è la connessione di rete, se il sistema automatico di protocollazione della nostra organizzazione vuole che clicchiamo in questa o quella casella di spunta e così via.

Benefici mal ripartiti

Sia chiaro, non mi sto lamentando perché non ho più a disposizione personale di segreteria. Sto protestando perché l’automazione digitale non è stata realizzata come promesso, non ci ha liberato ma schiavizzato, distruggendo il nostro tempo libero.

La “produttività” è aumentata, ma i benefici non sono stati equamente ripartiti (vedi grafico sotto).

Per sommo sfregio, i mercenari cantori del futuro ci raccontano meravigliose fiabe (alias “supercazzole 4.0”) su come l’intelligenza artificiale renderà facile la nostra vita, capendo tutti i nostri desideri e governando la società in modo da rendere tutti felici.

Se si rilegge come negli anni ’50 si descriveva ed illustrava l’ipotetico meraviglioso futuro del Duemila, ci si accorge che siamo nello stesso tipo di situazione. Continuano a farci lo stesso tipo di promesse, ma la realtà – che adesso abbiamo toccato con mano – è terribilmente diversa.

Non ho bisogno di servizi digitali intelligenti che con algoritmi sofisticati cercano di capire cosa io potrei volere, ho necessità di servizi che fanno poche cose, ma le fanno sempre bene, senza farmi perdere tempo, e – come avrebbe fatto un domestico del secolo scorso – proteggono me e la mia famiglia da intromissioni indebite.

Insomma, un automazione digitale “semplice, ma rispettosa e fidata”. Ripartiamo da questo.

(I lettori interessati potranno dialogare con l’autore, a partire dal terzo giorno successivo alla pubblicazione, su questo blog interdisciplinare.)