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Le app e la salute, come la pensano gli italiani?

Il confine tra l’effettiva utilità per il singolo e la quantità di informazioni che siamo disposti a divulgare su di noi è il grande tema digitale di questi anni, ma è anche un evidente paradosso. Non ci facciamo particolari problemi quando si tratta di permettere ai siti e alle diverse applicazioni che popolano i nostri computer e dispositivi mobili di accedere a più o meno tutti i nostri dati sensibili; basta che ci permettano di caricare le foto della cena al ristorante della sera prima o di controllare dove lavora l’ex collega. Ma a quanto pare siamo molto più restii se in ballo c’è qualcosa di meno glamour come la nostra salute, che potrebbe invece beneficiare di un accesso condiviso ai valori che possono segnalare per tempo se qualcosa non va.

I dati sanitari? Il 60% non li vuole condividere

Secondo l’indagine Tech4Life presentata qualche settimana fa e condotta da Community Media Research in collaborazione con Confindustria Dispositivi Medici, infatti, 6 italiani su 10 non sono d’accordo a condividere i dati sulla propria salute, malgrado il parere sulla prevenzione, in generale, sia più che positivo (9 italiani su 10 si dicono favorevoli agli screening e più di 6 su 10 negli ultimi 5 anni si sono volontariamente sottoposti a esami diagnostici come le analisi del sangue). È per questo, forse, che quando una delle funzionalità più interessanti dell’Apple Watch 4 – la possibilità di avere un EKG in 30 secondi – ha fatto il suo esordio in Italia, la maggior parte degli utenti ha, tutto sommato, fatto spallucce.

I rischi di Dr. Google

Tutto questo senza dimenticare che la Rete, quando si tratta di salute, è sollecitata dagli utenti, e non poco: il 57% degli italiani si rivolge a Google per avere più informazioni su patologie o specifici disturbi, in molti casi – e questo è davvero allarmante – accontentandosi della risposta trovata in un forum non specialistico e rinunciando così a recarsi dal medico, risparmiando forse tempo e denaro, ma rischiando moltissimo: sottovalutazione (o sopravvalutazione) del disturbo, autodiagnosi e automedicazioni errate e, più in genere, rimedi peggiori dei mali, con ritardi che possono essere fatali quando poi diventa inevitabile l’intervento del dottore.

Il mercato c’è. Secondo gli ultimi dati di App Annie, i download di applicazioni mediche nel 2018 sono arrivati a 400 milioni, il 15% in più rispetto al 2016. Un simile aumento si è verificato sia nei mercati più maturi, come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia (rispettivamente +35%, +40% e +40%), sia in quelli emergenti (Brasile, India e Indonesia, rispettivamente con +35%, +65% e +110%). La spesa è addirittura triplicata, anche se bisogna tenere conto che della categoria fanno parte anche le applicazioni di fitness, legate sì alla salute ma in modo più indiretto.

Anche in caso di emergenze, avere sempre con sé il proprio smartphone o comunque uno strumento in grado di comunicare in mobilità, con l’aggiunta di canoni sempre più bassi per internet mobile (su SosTariffe.it è sempre possibile confrontare tra di loro gli abbonamenti più convenienti), è in effetti un valore aggiunto, soprattutto se i dispositivi sono così a stretto contatto con noi (i wearables, appunto) da essere in grado di rilevare i nostri parametri biometrici e avvertirci con una notifica al momento giusto. O addirittura effettuare una chiamata di emergenza, se abbiamo perso i sensi in seguito a una caduta o a un malore.

Il futuro dell’e-health

L’e-health rimane uno dei settori più promettenti per quanto riguarda le innovazioni in campo tech, soprattutto da quando i wearable sono diventati parte della routine quotidiana e anche chi aveva smesso di utilizzare orologi da anni, accontentandosi dell’indicazione dell’ora sul cellulare, trova nuovamente naturale arrotolarsi un cinturino al polso ogni mattina. Un’occasione perfetta per monitorare il nostro battito cardiaco nelle diverse fasi della giornata, a riposo e sotto sforzo, ma anche la qualità del sonno o il tempo trascorso seduti al computer, senza sgranchirsi i muscoli. Di più: gli operatori sanitari possono controllare in remoto la condizione dei malati in qualsiasi momento.

Tutto ciò si chiama “medicina partecipativa”, e si prevede – secondo la recente ricerca di Juniper Research dal titolo “Digital Health: Disruptor Analysis, Country Readiness e Technology Forecast 2018-2023” – che la spesa annuale per health tracker e dispositivi indossabili raggiunga i 20 miliardi di dollari entro il 2023, e saranno 5 milioni i pazienti monitorati a distanza dagli operatori sanitari proprio grazie a questi apparecchi.

In Italia la strada da fare è ancora lunga: il dispositivo più utilizzato per la medicina partecipativa è ovviamente lo smartphone (14,3%), ma è solo il 7,6% della popolazione a utilizzare un’applicazione per monitorare la propria salute. Com’era prevedibile, i più scettici sono soprattutto gli italiani delle fasce d’età più anziane, mentre il 49,6% dei giovani tra i 18 e i 34 anni si dichiara disposto a mettere in Rete i propri dati sanitari.

La privacy e i dati sanitari

La sfiducia non riguarda, fortunatamente, tutto ciò che coinvolge i propri dati e la salute in versione digitale: sono 11 milioni e mezzo infatti gli italiani che hanno dato il consenso all’apertura di un proprio fascicolo sanitario elettronico, utilizzato ormai in 19 regioni su 20. È coinvolto pure il GDPR, ovvero il nuovo regolamento UE in materia di protezione dei dati, tanto che il Garante ha dovuto chiarire che i medici potranno trattare i dati dei pazienti per finalità di cura senza richiedere il loro consenso, ma saranno comunque tenuti a fornire informazioni complete sull’uso dei dati. Insomma, il nodo di privacy e salute è al cuore di una situazione molto complessa.

Per questo Massimiliano Boggetti, da poco presidente di Confindustria Dispositivi Medici, a margine della presentazione della ricerca Tech4Life ha dichiarato che «i cittadini devono essere informati in modo corretto sulle tecnologie mediche a beneficio della propria salute e sulle possibilità di miglioramento della qualità della propria vita che la nuova medicina offre loro. Per questo con l’indagine Tech4life abbiamo voluto fare un punto sulla consapevolezza degli italiani del valore delle tecnologie e delle nuove frontiere della medicina. Vogliamo favorire la divulgazione coinvolgendo il mondo scientifico e le istituzioni, che svolgono un ruolo cruciale in questo processo». Come ha concluso Boggetti, è necessario «fare in modo che l’informazione corretta ed equilibrata sulle nuove possibilità di prevenzione e cura diventi sempre più centrale soprattutto sul web, dove le persone cercano sempre più spesso la risposta ai proprio bisogni di salute».

Fonti:

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