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L’ambientalismo digitale salverà il mondo?

Per affrontare un tema delicato come l’ambiente bisogna tener conto che tra gli ascoltatori ci potrebbero essere moltissimi gruppi di ambientalisti pronti a “valutare” il modo in cui verrebbero esposti i concetti di un movimento che ha scatenato diversi dibattiti. Questi gruppi, sebbene ormai potremmo parlare di vere e proprie organizzazioni a livello mondiale, hanno però un’origine molto diversa da quello che sono diventati oggi.

Si hanno notizie di piccoli gruppi ambientalisti già tra il 1800 e il 1850. Anche se lo scopo di questi gruppi era la salvaguardia dell’ambiente, la maggior parte di essi erano composti da una élite economica e culturale: in pratica, queste piccole organizzazioni utilizzavano il loro potere per influenzare la politica e assicurarsi una buona posizione nella società. Dopo qualche anno però vennero fondate organizzazioni in Inghilterra come la Commons Preservation Society, il National Trust e, in Germania, la Naturschutzbund Deutschland. Queste associazioni si staccarono dalla politica e iniziarono il loro percorso per la salvaguardia del territorio europeo. Facendo un salto temporale e arrivando tra il 1950 e il 1980, quei “piccoli gruppi” di ambientalisti diventarono organizzazioni che avrebbero potuto creare disagi a una nazione, come di fatto avvenne e non solo in una.

La crescita di queste organizzazioni richiedeva però anche un avanzamento nel modo di comunicare e presentarsi alla popolazione. Sebbene fino al 1900 si parlasse spesso di gruppi locali, dopo il 1900 si iniziarono a creare delle gerarchie che permisero anche un maggior controllo sugli eventi di protesta da organizzare.

Negli ultimi anni questi gruppi attivisti hanno iniziato a premere nuovamente l’acceleratore e a far sentire nuovamente la loro presenza al mondo con eventi di protesta creati sui social e poi tenuti nelle piazze mondiali a sostegno dell’ambiente. Se infatti prima del 2000 erano relativamente poche le manifestazioni che contavano migliaia di ragazzi, oggi abbiamo esperienza di moltissimi eventi organizzati e gestiti totalmente via web che contano più di qualche migliaio di persone. La Gran Bretagna e l’Australia, ad esempio, hanno affermato che tra il 7 e il 20% della loro popolazione è ambientalista e si arriva a un 25-35% affermati dagli Stati Uniti. Sebbene spesso ostacolati dai governi locali e dalle istituzioni, questi movimenti ormai contano numeri non più ignorabili.

L’ambientalismo si modernizza diventando digitale

Complice di tutto questo successo è il grandissimo scambio di informazioni che avviene quotidianamente sul web. Organizzazioni come Greenpeace e WWF condividono settimanalmente degli “aggiornamenti sul mondo”, video da pochi minuti che riassumono gli eventi principali della settimana. Grazie a questi strumenti abbiamo potuto vedere come queste organizzazioni siano riuscite a unire vari gruppi presenti in tutto il mondo in date specifiche e con proteste “organizzate”.

Un esempio ricorrente e conosciutissimo sono quelle che hanno avuto origine nel 2018 con l’attivista Greta Thunberg. Nell’agosto di quell’anno Greta avviò una protesta poco prima delle elezioni per portare la Svezia ad allinearsi all’accordo di Parigi per il riscaldamento globale. Come ha fatto una semplice ragazza di appena 15 anni a dare il via a quello che viene considerato uno dei movimenti più grandi al mondo? Il tutto si può riassumere in tre parole ”Fridays for Future” e la protesta era basata su una routine molto semplice: Greta ogni venerdì protestava seduta davanti il parlamento svedese. Il tutto andò avanti per più di un mese e ovviamente la notizia iniziò a girare sui social e divenne sempre più grande, fino a diventare un vero e proprio esempio di protesta che fu appoggiato in tutto il mondo da scioperi studenteschi.

Questo e moltissimi altri eventi simili fanno capire qualcosa di importante: il web e la comunicazione digitale possono diventare un’arma pacifica molto potente se usata con criterio e abilità. Queste associazioni negli anni hanno portato avanti campagne ambientaliste anche totalmente virtuali, come nel periodo del Covid. Ad oggi basta fare un salto sui social e sicuramente si troveranno gruppi aperti di ambientalisti che scambiano informazioni e prendono appuntamenti per piccoli o grandi eventi. Le stesse Organizzazioni hanno canali social, siti web propri e perfino collaborazioni con giornali online.

L’attacco senza armi di Greenpeace: la visibilità sul Web

Nel 2010 Greenpeace utilizzò i canali social per fare pressioni molto pesanti ad aziende molto grandi. Un esempio del potere mediatico di questi strumenti è il caso Volkswagen, nel quale Greenpeace costrinse il colosso automobilistico a rivedere la sua politica interna per renderla più green.

Greenpeace infatti pubblicò una serie di video pubblicitari, presenti anche sul canale di Greenpeace Italia, nei quali si faceva riferimento a Volkswagen paragonandolo alla “forza oscura” e invitando tutti ad arruolarsi nelle “forze ribelli” per contrastare questo nemico del pianeta. Per evitare il danno d’immagine, Volkswagen decise di allinearsi a una politica più green. Questo esempio dimostra quanto la pressione mediatica sui social e vari network permetta di influenzare anche dei colossi aziendali.

L’ambientalismo oggi si è quindi molto digitalizzato e ha affinato la sua abilità di muoversi nel mondo del Web per utilizzarlo a suo vantaggio. L’evoluzione dell’ambientalismo negli anni e il suo potere oggi sono un chiaro esempio di come il saper usare la comunicazione sul web sia, se usata in modo giusto, una vera e propria “bomba” di visibilità. Se oggi infatti si volesse imparare ad utilizzare questo strumento non avremmo più bisogno di anni e anni di evoluzione comunicativa, poiché esistono moltissime scuole che permettono una formazione verticale sul tema, come i corsi di formazione di Digital Coach. Esattamente come queste organizzazioni si può quindi imparare a utilizzare questo strumento per i propri scopi grazie a conoscenze tecniche e un po’ di creatività.

Ad oggi queste organizzazioni premono per un futuro migliore e utilizzano tutto ciò che possono per diffondere questo messaggio, sta a noi cercare di recepirlo il prima possibile e fare qualcosa per il nostro pianeta perché, come spesso affermano, “There is no Planet B”.

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