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L’AI spinge i data center nello Spazio, ma sono davvero fattibili?

Elon Musk, Jeff Bezos ed Eric Schmidt stanno investendo miliardi di dollari in un’idea che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza: spostare i data center dedicati all’AI dallo spazio terrestre a quello orbitale.

L’obiettivo è creare vere e proprie costellazioni di satelliti capaci di sostenere carichi computazionali enormi, necessari per addestrare e far funzionare modelli di intelligenza artificiale sempre più energivori.

Alla base di questa visione c’è un problema molto concreto. Secondo una lunga analisi di Bloomberg, il consumo energetico dei data center per l’AI negli Stati Uniti è destinato a raddoppiare entro il 2033. Una crescita che mette sotto pressione reti elettriche, territori e sistemi di regolazione, spingendo i grandi player tecnologici a cercare alternative radicali.

Perché lo spazio attrae i big tech

Lo spazio offre, almeno sulla carta, alcuni vantaggi difficili da replicare sulla Terra. In orbite sincronizzate, i satelliti possono contare su un accesso quasi costante alla luce solare, riducendo il problema dell’approvvigionamento energetico. Inoltre, l’assenza di vincoli legati al suolo, ai permessi locali e alle normative ambientali rende l’orbita un ambiente apparentemente più “libero” per infrastrutture ad altissimo consumo.

È questa combinazione di energia potenzialmente abbondante e minori vincoli regolatori a rendere l’idea dei data center orbitali così attraente per chi sta costruendo il futuro dell’AI.

Data center e Spazio: gli ostacoli ingegneristici: non solo razzi

La realtà tecnica, però, è molto più complessa. Un data center nello spazio richiederebbe pannelli solari giganteschi, estesi per chilometri quadrati, per garantire la potenza necessaria ai sistemi di calcolo. Il raffreddamento rappresenta un’altra sfida cruciale: nello spazio non si può dissipare calore per convezione, ma solo tramite radiatori in grado di irradiare energia termica nel vuoto.

A questo si aggiungono problemi di protezione dalle radiazioni cosmiche, dai brillamenti solari e dai detriti orbitali, sempre più numerosi. Qualsiasi guasto, inoltre, sarebbe estremamente difficile da riparare: la manutenzione di un data center orbitale non può contare sulla facilità di intervento tipica delle infrastrutture terrestri.

Latenza, dati e sostenibilità economica

C’è poi il tema della latenza. Anche con collegamenti satellitari avanzati, la distanza fisica introduce ritardi nella trasmissione dei dati che potrebbero rendere questi data center poco adatti a molte applicazioni AI sensibili ai tempi di risposta. Un limite che solleva dubbi sull’effettiva utilità operativa di server collocati in orbita.

Dal punto di vista economico, la sostenibilità resta incerta. Aziende come Starcloud e Google stanno esplorando progetti sperimentali, ma i costi complessivi – tra lanci, infrastrutture e gestione – sono ancora enormi. SpaceX, forte dell’esperienza accumulata con Starlink e dello sviluppo del razzo Starship, punta a ridurre drasticamente il costo per chilogrammo in orbita, un passaggio chiave per rendere l’idea anche solo lontanamente praticabile.

Data center e Spazio: tra prototipi e fantascienza

Secondo alcuni analisti, i primi prototipi di data center orbitali potrebbero diventare operativi entro 5-10 anni. Più che infrastrutture complete, si tratterebbe di dimostratori tecnologici, utili a testare soluzioni energetiche, di raffreddamento e di trasmissione dati.

Resta però aperta una domanda di fondo: quella dei data center AI nello spazio è una risposta reale ai limiti energetici della Terra o un’ulteriore proiezione dell’ambizione tecnologica dei big tech? Per ora, l’idea oscilla tra ricerca avanzata e visione futuristica. Ma come spesso accade nell’ecosistema dell’AI, ciò che oggi sembra fantascienza potrebbe diventare, domani, una nuova infrastruttura critica.

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