Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..
Il 12 maggio 2026, al convegno (dal titolo non molto ottimistico, come ricorderà chi ha visto il film con Leonardo Di Caprio e ) “Don’t Look Up: ci stiamo preparando al futuro del lavoro?”, l’Osservatorio HR Innovation della POLIMI School of Management ha presentato i risultati della propria ricerca annuale sull’adozione dell’intelligenza artificiale nelle organizzazioni italiane. Il dato più immediato dice che il 44% dei lavoratori usa oggi strumenti di AI, dodici punti percentuali in più rispetto all’anno precedente; il problema è che la crescita dell’adozione individuale non ha trovato un corrispettivo nella capacità delle organizzazioni di governarla.
In media, un lavoratore italiano risparmia trenta minuti al giorno grazie all’AI; solo il 9% delle aziende gestisce in modo strutturato questo tempo recuperato, con il rischio concreto che quanto guadagnato venga disperso in attività marginali, anziché investito in formazione o sviluppo.
Un quarto delle organizzazioni ha avviato una riprogettazione dei processi intorno alla nuova tecnologia, ma per la grande maggioranza, l’AI rimane uno strumento operativo e non un motore di trasformazione. Nel frattempo cresce l’utilizzo spontaneo e non monitorato: il 34% dei dipendenti ricorre a strumenti non promossi dalla propria azienda e il 51% affianca le soluzioni aziendali con applicativi esterni, il tutto con implicazioni non trascurabili per la sicurezza dei dati.
Impatto su ruoli e competenze: il caso dei manager
Sul fronte occupazionale, la ricerca mostra un dato che distingue il mercato italiano da quello statunitense, e cioè che, fortunatamente, in Italia non emergono ancora prove di un aumento sistemico della disoccupazione tra i lavoratori più esposti all’AI. Ma per quanto? Impossibile saperlo. Anzi, la domanda di profili entry-level è in crescita nel 12% delle aziende e in calo solo nel 5%, mentre negli Stati Uniti il quadro è opposto, con una contrazione dei ruoli junior (più facilmente automatizzabili) e una tenuta dei profili senior.
Però attenzione, perché il 49% delle imprese italiane sa già di dover riallocare o riqualificare almeno il 5% della propria forza lavoro nel breve-medio termine, e solo il 15% dichiara di disporre degli strumenti per farlo. A questo si aggiunge che il 57% dei lavoratori lamenta l’assenza di iniziative aziendali strutturate di accompagnamento all’AI: le imprese si limitano per lo più a distribuire linee guida, senza costruire percorsi di apprendimento veri, e così chi non usa l’AI o ha competenze limitate per farlo mostra timori più accentuati rispetto alla media, con un divario di otto punti percentuali.
La figura più esposta, in questo scenario, è il manager. Le organizzazioni si stanno appiattendo, di conseguenza con meno livelli gerarchici, processi decisionali più distribuiti e lavoratori più autonomi; la stessa Generazione Z mostra scarso interesse per ruoli manageriali tradizionali, percepiti come fonte di stress e squilibrio tra vita e lavoro. E il work/life balance, oggi, è uno dei primi obiettivi di chi si avvicina a un impiego. Eppure i manager italiani non sembrano pronti alla transizione: uno su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’uso dell’AI in azienda, e il 22% non ha gli strumenti per capire quali attività delegare alla macchina e quali a un essere umano.
Benessere, engagement e carenza di talenti
I dati sul benessere organizzativo sono tra i più preoccupanti della ricerca. La percentuale di lavoratori pienamente ingaggiati scende al 15%, e solo l’8% dichiara di stare bene su tutte e tre le dimensioni indagate: quella fisica, quella relazionale e quella psicologica. Circa due lavoratori su cinque hanno cambiato lavoro nell’ultimo periodo o intendono farlo a breve. Il fattore che più incide sull’engagement è il cosiddetto purpose, il senso che un lavoratore attribuisce alla propria attività: nelle aziende capaci di trasmetterlo, la quota di persone pienamente coinvolte sale all’83%; dove manca, crolla al 9%. Il dato riguarda in modo particolare la Generazione Z, per la quale il significato del lavoro è uno dei criteri principali nella scelta del datore.
Sul versante dell’attrazione, le aziende stanno correggendo la rotta: puntano sempre meno sui salari come leva (-12 punti percentuali rispetto all’anno precedente) e sempre più sul welfare aziendale (+2 punti), che comprende servizi di supporto alla salute, alla mobilità e alla gestione delle spese quotidiane (in questo senso, in un contesto in cui il costo dell’energia pesa in modo crescente sui bilanci familiari, strumenti come il comparatore di SOSTariffe.it permettono di confrontare le offerte disponibili per la fornitura di energia elettrica e individuare quelle più convenienti).
La carenza di talenti resta comunque strutturale: il 75% delle organizzazioni fatica ad assumere nuovo personale, con le difficoltà più acute sui profili tecnici e digitali. E le proiezioni demografiche non lasciano molto spazio all’ottimismo: ai ritmi attuali di natalità, nel 2040 gli italiani saranno tre milioni in meno, con una contrazione progressiva della popolazione attiva destinata ad aggravarsi nei decenni successivi.
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