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L’AI cambia il modo in cui i giovani imparano (e barano)

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Alla Brown University un docente si è insospettito dopo aver corretto un test da remoto: 96 compiti consegnati a fronte di 86 studenti iscritti e 40 prove con il massimo dei voti. Un’anomalia che riapre il tema dell’uso dell’AI negli esami universitari.

Rubrica settimanale SosTech, frutto della collaborazione tra Key4biz e SosTariffe. Per consultare gli articoli precedenti, clicca qui..

Novantasei compiti consegnati a fronte di 86 studenti iscritti al corso, e 40 prove con il voto massimo: un risultato anomalo che ha insospettito Roberto Serrano, docente di Welfare Economics and Social Choice Theory alla Brown University, quando ha corretto il compito in itinere assegnato da remoto.

La scelta di un esame a casa era arrivata dopo la sparatoria che nel dicembre 2025 aveva colpito il campus, per alleggerire la pressione psicologica sugli studenti; il punteggio medio, però, si è attestato intorno al 96%, contro una forbice storica del corso compresa tra il 65% e l’80%.

Serrano e i suoi assistenti hanno quindi pensato di sottoporre le domande dell’esame a ChatGPT, ottenendo risposte quasi sovrapponibili a quelle consegnate dagli studenti: corrette nel risultato finale, certo, ma costruite con una logica argomentativa artificiosa, ben lontana dal ragionamento diretto che ci si aspetterebbe – e che Serrano si aspettava – da chi ha seguito il corso in presenza.

La conseguenza è stata inevitabile: l’esame finale si è svolto in aula, senza dispositivi elettronici. Diciotto studenti hanno abbandonato il corso, altri nove non si sono presentati alla prova, e la media è crollata fino a un desolante 48,6%, il valore più basso mai registrato nella storia dell’insegnamento di Serrano. Il docente ha quindi annullato i risultati del compito in itinere e portato il peso dell’esame finale all’80% del voto complessivo, con 19 studenti bocciati a fine corso.

Un comitato interno della stessa Brown University, intanto, ha reso pubblico un rapporto che colloca il caso Serrano dentro un fenomeno più ampio: il 56% degli studenti universitari usa strumenti di AI quotidianamente o quasi, una percentuale che sale al 67% tra chi frequenta corsi post-laurea. Un dato che, letto insieme ai numeri sui più giovani, mostra una generazione che cresce con l’intelligenza artificiale già integrata nei suoi strumenti di apprendimento, ben prima di arrivare all’università.

L’AI entra in gioco sempre più presto

Il caso Brown riguarda studenti universitari, ma il rapporto tra le nuove generazioni e l’intelligenza artificiale si forma molto prima dei banchi del college. Secondo i dati raccolti da Ipsos Doxa per il neonato Osservatorio Digital for Kids & Teens del Politecnico di Milano, presentato il 3 luglio 2026, circa il 12% dei bambini tra i 6 e i 10 anni usa uno smartphone tutti i giorni, un preadolescente su due utilizza almeno un social media, e più di un ragazzo su tre tra i 12 e i 18 anni ha già dimestichezza con chatbot e assistenti AI.

Il dato assume un peso specifico se confrontato con le raccomandazioni di pediatri e psicologi, che suggeriscono di evitare l’esposizione ai dispositivi digitali prima dei due anni e di moderarne l’uso negli anni successivi; l’età minima per accedere ai social con la supervisione di un genitore, peraltro, resta fissata a 14 anni.

Tra le proposte legislative allo studio ci sono il divieto assoluto di accesso ai social prima dei 13 anni e un limite alla memorizzazione delle conversazioni da parte delle applicazioni di Generative AI, pensato per contenere la capacità di questi strumenti di costruire legami continuativi con utenti minorenni.

Il mercato delle soluzioni digitali per minori

L’offerta di prodotti e servizi rivolti a bambini e adolescenti si è trasformata in un vero e proprio mercato, alimentato in buona parte dalle startup: l’analisi internazionale condotta dall’Osservatorio ne ha mappate oltre 400, per una raccolta complessiva di 4,1 miliardi di dollari. Il 58% di queste realtà opera nell’ambito educativo e sviluppa strumenti di apprendimento personalizzato, tutoring intelligente e generazione automatica di contenuti didattici; è invece la salute l’area che attrae gli investimenti medi più consistenti per startup.

Buona parte delle soluzioni pensate per il tempo libero si affida a dispositivi connessi: gli smartwatch per i più giovani, ad esempio, integrano funzioni di monitoraggio fisico e strumenti di gestione a supporto dei genitori, dalla regolamentazione del tempo di utilizzo del digitale alla geolocalizzazione in tempo reale. Sono prodotti che richiedono una connessione dati stabile e un piano tariffario dedicato, e proprio su questo fronte un comparatore come SOSTariffe.it permette di mettere a confronto le offerte di telefonia mobile più adatte a device pensati per un uso familiare, verificando costi e soglie di consumo dati prima di attivare un nuovo piano.

Sul fronte della sicurezza digitale, l’intelligenza artificiale trova spazio nei sistemi di rilevamento del cyberbullismo e dei contenuti inappropriati, oltre che negli algoritmi capaci di filtrare i contenuti in base all’età dell’utente. Quello descritto dall’Osservatorio è un ecosistema che coinvolge insieme grandi aziende tecnologiche, produttori di giocattoli, startup e organizzazioni del terzo settore, ciascuno con un ruolo diverso nella costruzione di un’offerta ancora in fase di consolidamento.

Le leve della responsabilità

L’Osservatorio individua quattro leve su cui le aziende del settore possono agire per sviluppare tecnologie più sicure: la qualità delle soluzioni progettate, i processi di progettazione responsabile, strutture di governance adeguate e una cultura organizzativa orientata al benessere dei minori. Ad oggi, però, le imprese che hanno cominciato ad affrontare il tema si concentrano soprattutto su tre strumenti operativi: sistemi di verifica dell’età, funzioni di parental control e analisi automatica dei contenuti.

Il caso Brown University, in questo senso, anticipa su scala universitaria quello che l’Osservatorio del Politecnico misura oggi già a partire dai 6 anni: un rapporto tra le nuove generazioni e l’intelligenza artificiale che si costruisce sempre più presto, e che le istituzioni educative faticano ancora a inquadrare con strumenti e regole aggiornati. Nel 2025 la Commissione Europea ha avviato la discussione su un divieto di accesso ai social prima dei 13 anni: la sua eventuale approvazione arriverebbe comunque dopo che milioni di under 13 hanno già iniziato a usare smartphone e chatbot ogni giorno.

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