
Un libro di un giornalista per il mondo dell’informazione nell’attuale contesto geopolitico. L’autore è uno degli analisti di Key4Biz che proprio sulle nostre pagine ha anticipato passaggi importanti della sua opera.
Michele Mezza, come molti sanno, è stato lungo tempo in RAI dove ha fatto prima l’inviato su scacchieri esteri importanti come l’Urss di Gorbaciov e la Cina di Tienanmen, poi è passato ad occuparsi di questioni tecnologiche del giornalismo ed ha ideato e sviluppato il progetto editoriale di RaiNews24, il primo canale digitale All news italiano.
Proprio la cosiddetta geopolitica delle tecnologie lo vede impegnato da molti anni.
Il suo nuovo libro “Guerre in Codice – come le intelligenze artificiali resettano la democrazia”, pubblicato proprio in questi giorni da Donzelli editore, chiude una trilogia sulla cosiddetta Guerra ibrida, quella forma del conflitto su cui molto insiste Mezza, in cui si combatte “interferendo sulle opinioni pubbliche dei paesi avversari”.
Nel 2022 uscì sempre per Donzelli Netwar: “in Ucraina come il giornalismo cambia la guerra”; e due anni dopo “Connessi a Morte, Guerra, media e democrazia nella società della Cybersecurity”.
Due testi che affrontavano appunto il nuovo conflitto comunicativo, diciamo così, attraverso quanto stava accadendo in Ucraina e a Gaza.
Key4Biz. Oggi nel nuovo testo il baricentro del ragionamento dell’autore non è un teatro di combattimento ma quello che viene definito il Peter Thiel’s Switch, di cosa si tratta?
Michele Mezza. Uso giornalisticamente questa espressione per sintetizzare quello che io ritengo una vera nuova strategia politica, prima che tecnologica, che vede l’intera Silicon Valley ora rivelarsi come un apparato di controllo e presidio della sicurezza nazionale americana.
Peter Thiel con quell’allarmante senso di impunità lo scriveva nel suo saggio Momento Straussiano già più di 20 anni fa, in cui sosteneva che la libertà è solo sicurezza e la sicurezza è assicurata da un uso centralizzato e monopolistico della tecnologia che non può escludere la leva della violenza. Altro che ragazzini nei garage, come la retorica per decenni ci ha raccontato le origini dei grandi proprietari digitali. In questi giorni vediamo concretamente cosa intendesse Thiel che per farsi chiaramente comprendere da tutti mentre scriveva saggi fondava società come Palantir, diventata la principale impresa di data minig a scopi militari del mondo. Con questa esperienza Thiel oggi ci dice, ed è questo lo Switch di cui parlo nel libro che “la tecnologia deve governare direttamente e la politica, cioè le istituzioni, deve solo comunicare”. Un salto non da poco.
Key4Biz. Nel libro parli di presidenza Vance, e non è un refuso?
Michele Mezza. Infatti io penso che la differenza fra la prima e la seconda presidenza Trump sia proprio il fattore V, ossia il vice presidente Vance, uomo creato e difeso da Thiel. Si tratta di una singolare figura che sembra costruita in laboratorio per una missione specifica, come lui stesso ha dichiarato in un celebre intervista radiofonica del 2022, prima di entrare nell’orbita Trump, “per cambiare le cose dobbiamo fare scelte che nemmeno i conservatori hanno mai pensato di poter fare”. Si intravvede qui un orizzonte che va al di là del tradizionale contrasto fra destra e sinistra. Il nodo che pongono con sfrontata evidenza sia Thiel che Vance è che la potenza digitale con la sua capacità di sostituire i dati alle regole non deve avere più limiti e vincoli pubblici: è lo stato come sistema di pesi e contrappesi che deve essere superato da un’elite che dispone di tutte le informazioni per sapere cosa pensa il mondo. Ora questa strategia ha fretta di realizzarsi, non può cincischiare. Per questo vediamo mosse che sembrano pacchiane, quasi gaffe, come la Groenlandia, e in realtà sono anticipazioni di un nuovo stile di governo. Persino Trump sta invecchiando e qualcuno spinge alle sue spalle. Bisogna fare largo alla potenza del calcolo intollerante di qualsiasi costrizione. Quest
Key4Biz. Nel libro tu richiami il dibattito militare, parli di una fase, circa 10 anni fa, in cui non cogliemmo l’attenzione con cui gli Stati maggiori delle super potenze si confrontarono sul nuovo modo di organizzare la difesa e l’attacco
Michele Mezza. Mi riferisco agli anni attorno al 2012, noi li ricordiamo per le sollevazioni digitali, tipo le primavere arabe, mentre furono la fase in cui venne messa a punto la nuova dottrina della guerra ibrida, in cui anche forze limitate possono contrapporsi a grandi apparati alterando le linee di informazione e inquinando direttamente i linguaggi i vocabolari.
Nacque allora Cambridge Analytica, con la capacità di alterare il senso comune di interi gruppi di elettori, nominativamente, uno per uno. E poi il cosiddetto capitale semantico di cui parla Floridi che centra perfettamente il cuore del problema: in una società delle informazioni manomettere le parole significa controllare i cervelli. Ucraina, Gaza e ora Venezuela sono tappe di questa strategia, in cui si spara dopo aver resettato i linguaggi. Anche in Italia si sta ponendo il tema: la cybersecurity è un servizio di vigilanza civile, tipo la polizia postale o una strategia di sovranità militare come ha annunciato il ministro Crosetto?
Key4Biz. Emerge qui il tema molto caro a noi: l’indipendenza digitale
Michele Mezza. Certo questo è la madre di tutte le battaglie. Il nostro non è un Paese depresso. Siamo titolari di una consistente potenza di calcolo, con alcuni fra i maggiori calcolatori del mondo, e abbiamo i giacimenti semantici più pregiati del mondo con archivi e memorie letterarie, artistiche e archeologiche. Dobbiamo cogliere l’opportunità della tendenza al decentramento dei processi informatici per diventare addestratori e riprogrammatori dei vocabolari delle intelligenze artificiali.
Key4Biz. Chiudiamo con il capitolo sul giornalismo, che interessa tutti e due per vicende anche personali: che sta accadendo al mestiere nella guerra ibrida?
Michele Mezza. Il capitolo su questo argomento non a caso l’ho titolato “Giornalismo di sicurezza”.
Dopo aver fatto grande fatica a metabolizzare il salto digitale e soprattutto l’irruzione nelle redazioni degli utenti che diventano co autori dei nostri articoli mediante la rete, oggi dobbiamo ancora fare una capriola culturale e professionale riconoscendo che il giornalismo da attività inerente alla libertà è diventata una funzione della sicurezza nazionale, un modo per fronteggiare la guerra ibrida e neutralizzare attacchi e manipolazioni. Una mediamorfosi, dico nel libro, che ci impone di mutare radicalmente esperienze, tradizioni e corredi etici. Dobbiamo preservare la nostra autonomia mediante competenze e saperi che ci consentono di non rimanere sudditi degli algoritmi che ormai leggono e scrivono per noi. Parafrasando un grande sindacalista del passato possiamo dire che dobbiamo sapere un bit più dei padroni delle piattaforme.
