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La rivoluzione digitale secondo il premier Giuseppe Conte: ‘Un’Italia innovativa e smart la priorità’

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Pubblichiamo il testo integrale del discorso tenuto, ieri, dal presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, a Milano al Forum dell’Economia digitale.

È un gran piacere essere qui. Il Presidente Rossi lo può confermare, appena ho ricevuto l’invito ho subito aderito, di solito quando ci sono tanti impegni istituzionali si cerca un po’ di accettare con riserva però io ho aderito con entusiasmo perché è davvero un piacere confrontarmi con un Forum dedicato ai grandi innovatori che contribuiscono a trasformare il nostro Paese e che ci avvicinano ogni giorno di più alla frontiera della tecnologia creando così nuove opportunità di sviluppo per le nostre imprese e per noi cittadini.Grazie a questo impegno costante nell’innovazione dei processi e dei prodotti, l’Italia può guardare con fiducia al futuro e anche con la determinazione di chi è disposto a mettersi in gioco a superare i propri limiti per crescere.

Sono fermamente convinto che per affrontare la trasformazione digitale, questa grande sfida che è in corso, la politica debba ispirarsi proprio alla vostra quotidiana attitudine al cambiamento. Quella che abbiamo di fronte non è una sfida qualsiasi, è una rivoluzione, che ha un impatto sull’economia, sulla società forse ancora più radicale, ancora più incisiva rispetto alle precedenti rivoluzioni, a partire dalla prima rivoluzione industriale che hanno scandito in modo così significativo i cambiamenti del nostro vivere. È un mutamento che viaggia, questo, alla velocità esponenziale con cui cresce la potenza di calcolo dei nostri dispositivi elettronici e informatici. 

“La proporzione delle ore di lavoro realizzate dalle macchine crescerà dal 29% al 58% nel 2022”

La rapidità con cui viaggia questa quarta rivoluzione industriale emerge anche se guardiamo alla struttura del lavoro che si sta modificando davvero rapidamente. C’è un documento interessante, un report interessante, è stato elaborato dal World Economic Forum “The future of jobs 2018” secondo questa indagine, pensate, la proporzione delle ore di lavoro realizzate dalle macchine crescerà dal 29% al 58% nel 2050? No, nel 2022, domani, dopodomani. La maggior parte delle operazioni di ricerca, di raccolta, ricerca e raccolta delle informazioni, di coordinamento delle strutture aziendali, direi anche della preparazione del processo decisionale saranno automatizzate in breve e saranno presto realizzate interamente da algoritmi.

In futuro, la trasformazione del lavoro non riguarderà soltanto i lavori che noi consideriamo routinari, i lavori manuali, ma interesserà anche le fasce più alte, quindi non solo quelle sociali a basso reddito.

Nel mondo dei big data, dell’intelligenza artificiale, gli algoritmi possono imparare e realizzare sequenze di azioni complesse, possono guidare un’automobile, come sappiamo, possono anche portare a termine un intervento chirurgico altamente sofisticato, possono gestire complessissimi cospicui patrimoni finanziari, investire in borsa, si possono spingere sino a realizzare le più articolate, le più elaborate forme di assistenza agli anziani, a persone dotate di disabilità. 

“Assistiamo alla distruzione creatrice”

Naturalmente, per ogni mestiere che viene consegnato al passato, la rivoluzione digitale fa nascere nuove opportunità e nuove figure professionali: un grande economista Joseph Schumpeter diceva che assistiamo, di fronte a una rivoluzione di questa portata, a una “distruzione creatrice”. Basti pensare alla rapidità con cui si sviluppano ogni giorno nuove app – che forse è la cartina di tornasole della rapidità di questa trasformazione – che ci consentono di fare in modo sempre più sofisticato acquisti, di collocare sul mercato prodotti, attività e servizi; basti pensare anche ai nuovi portali che nascono di sharing economy, alle piattaforme di pagamento sempre più sofisticate, continuamente elaborate.

“Le politiche pubbliche debbono coniugare modernità con inclusione”

Ecco la rivoluzione in atto solleva tanti interrogativi, sollecita tante inquietudini. Ma se questo processo consente di liberare le migliori energie creative da parte delle imprese, le istituzioni devono fare in modo che quella che è una potenziale distruzione in realtà si realizzi in termini di trasformazione. Quindi le politiche pubbliche debbono coniugare modernità con inclusione.

Soltanto in questo modo sarà possibile distribuire i benefici delle nuove tecnologie in maniera equa e diffusa, migliorando la qualità di vita dei cittadini senza sacrificare le prospettive di occupazione, senza sacrificare le opportunità, le chance per gli ultimi. L’esempio di Paesi che hanno una produzione altamente automatizzata, diffusamente automatizzata – penso al Giappone, alla Corea del Sud, alla Germania – ci dimostra che è possibile costruire un sistema Paese in cui la tecnologia sia un bene per tutti e non per pochi. Abbiamo in questi Paesi un tasso di occupazione che non supera il 4%, quindi non è vero che l’innovazione tecnologica distrugge, esilia il lavoro e i rapporti lavorativi.

“Modernizzare l’Italia priorità del Governo”

Modernizzare l’Italia e condurla sulla frontiera globale dell’innovazione sono priorità importanti anche per il mio Governo, in tale prospettiva abbiamo già orientato molte scelte, molte decisioni, proprio per il perseguimento di questo obiettivo.

“Abbiamo creato le premesse per la Smart Nation”

Vorrei ricordare che abbiamo creato già le premesse per avere una “smart nation” e per questo, nella legge di bilancio 2019, abbiamo istituito e stanziato 1 miliardo di euro per il Fondo Nazionale Innovazione (FNI). La gestione è stata affidata alla Cassa Depositi e Prestiti, che ci è sembrata la società più attrezzata per realizzare proficui investimenti – investimenti diretti e indiretti – in forma di fondi generalisti, verticali, fondi di fondi che andranno a incrementare le dotazioni finanziarie delle società soprattutto nel settore del venture capital. In questo modo potremo tutelare gli interessi di tutti i cittadini, gli interessi nazionali, contrastando la costante cessione e dispersione di talenti, di proprietà intellettuale e altri asset strategici. 

La selettività, la flessibilità e la rapidità degli investimenti sono gli elementi che accordano al Venture Capital la natura – a nostro avviso – di strumento chiave per lo sviluppo dell’innovazione e lo rendono capace di allineare gli interessi di investitori e imprenditori verso il comune obiettivo della crescita economica.

Il Governo, poi, ha agito da pioniere – permettete ogni tanto di poterci anche fregiare di ottimi risultati – dello sviluppo di alcuni settori innovativi e strategici per la ricerca e per le imprese. All’inizio dell’anno – vorrei ricordare in questa sede – sono stati insediati due comitati di esperti sull’Intelligenza Artificiale e sui Registri Distribuiti e Blockchain, una tecnologia cruciale, come sapete, per l’innovazione dei processi e per la tutela della trasparenza e della fiducia, a cui per la prima volta in Italia abbiamo elaborato e fornito una cornice normativa appropriata anche per la Blockchain.

In questo ambito, ricordo che proprio di recente sono stati firmati i primi due decreti di concessione dei finanziamenti al competence center START di Genova, promosso dal CNR, e al competence center MADE, promosso qui a Milano dal Politecnico. A breve saranno firmati gli altri 6 decreti di concessione.

Poi vorrei ricordare un altro impegno non trascurabile, ma anche che ci vuol rendere tutti molto orgogliosi: lo scorso martedì l’Italia ha acquisito per un anno la presidenza della European Blockchain Partnership, un’iniziativa promossa dalla Commissione europea con l’intento di creare una piattaforma comunitaria basata sulla tecnologia blockchain per lo sviluppo di servizi pubblici digitali. L’Italia è all’avanguardia, l’Italia presiede anche i consessi comunitari dove si realizza e si lavora all’innovazione europea.

Sono passi significativi, direi fondamentali – anche se sono delle premesse, non sono ancora i nostri obiettivi – per conferire all’Italia un ruolo di primo piano nello sviluppo di nuovi modelli di business e nella ricerca basata sulle tecnologie emergenti, che sono due tasselli essenziali per ricostruire, nel lungo termine, una solida dinamica della produttività e quindi una maggiore fiducia nel futuro anche da parte dei nostri giovani, di voi giovani che siete qui oggi presenti.

Sappiamo che molto altro resta da fare per sfruttare al massimo le opportunità offerte dalla trasformazione digitale. Se, come è probabile, saranno tutte le categorie di lavoro e tutte le fasce sociali ad essere interessate da questo cambiamento, le politiche pubbliche dovranno agire con “visione”, ripensando in modo radicale i propri sistemi di welfare, di istruzione, di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

“Dobbiamo pensare a una logica di lifelong learning”

Dobbiamo farci trovare a questo appuntamento epocale preparati; dobbiamo ad esempio ripensare il nostro modello di formazione, dobbiamo pensare a una logica di “lifelong learning” perché i progressi di conoscenza sono talmente rapidi che è impensabile che si possa acquisire un bagaglio di conoscenze una volta per tutto. Quindi, più che l’acquisizione di nozioni particolari, cristallizzate in un dato momento storico, dobbiamo cercare di fare della scuola un laboratorio di apprendimento, dobbiamo trasmettere ai nostri giovani, alle nuove generazioni, un metodo di studio efficace partendo non tanto dal “cosa imparare” ma dal “come imparare”; dobbiamo cioè trasmettere ai nostri giovani l’attitudine a migliorare sempre le conoscenze, ad essere instancabili nell’aggiornamento.

Un filosofo Eric Hoffer – anche uno scrittore raffinato peraltro – ha osservato che in un mondo in continuo cambiamento, coloro che non sono stanchi di imparare erediteranno il mondo, mentre coloro che si ritengono già istruiti si ritroveranno perfettamente formati per un mondo però che non esiste più.

Ecco, creare istituzioni che permettano di aggiornare continuamente il proprio bagaglio di competenze, realizzando percorsi di apprendimento continuo – quelli che sono richiesti dall’avanzamento delle tecnologie digitali – è una responsabilità questa certamente di chi parla, della politica. Però attenzione, dobbiamo anche lavorare insieme e non da soli: dobbiamo lavorare ad esempio con tutti gli stakeholder che devono essere coinvolti in questo processo; dobbiamo lavorare sempre con gli imprenditori; dobbiamo lavorare con il responsabile della scuola, dei servizi di cura della persona. Questo ci permetterà di colmare quella carenza di “supertecnici” che Confindustria già rivela e rileva nella misura in cui ragiona della carenza, pensate, di 280mila figure in settori come la meccanica, l’agroalimentare, la chimica, la moda e l’informatica.

Se gli investimenti pubblici e gli investimenti privati sull’offerta di lavoro sono di fondamentale importanza per cogliere le opportunità del digitale, lo sono altrettanto le politiche di domanda di oggi e di domani. È compito della politica, infatti, garantire che l’avvento della rivoluzione tecnologica non conduca a una concentrazione sempre maggiore della ricchezza nelle mani di pochi. Questo non lo possiamo accettare.

“Il diritto all’accesso delle tecnologie digitali”

Ecco allora, c’è un rovescio della medaglia. Un ulteriore aumento delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito sarebbe un esito socialmente e moralmente, direi, insostenibile. dobbiamo stare molto attenti perché questa rapida trasformazione digitale e foriera di ulteriori diseguaglianze. Le dobbiamo combattere. C’è un dibattito in corso, innescato anche da un’intervista rilasciata da Putin al Financial Times quando eravamo al G20, si interrogava sul futuro delle democrazie liberali. Ecco, io penso che le democrazie liberali possano essere veramente messe a rischio da queste diseguaglianze, perché queste disuguaglianze non possono che generare ulteriori tensioni, disordini, finanche instabilità. Ma si tratterebbe anche di una situazione inefficiente se la guardassimo anche solo dal punto di vista economico, perché verrebbero a mancare quei consumi diffusi che costituiscono poi le fondamenta più solide di una sana economia di mercato.

In questo senso, le politiche di sostegno al reddito non sono affatto – attenzione – un ritorno al passato come qualcuno prospetta: costituiscono anzi – io la ritengo – un’utile infrastruttura che permette, in prospettiva, di navigare tra più occupazioni e più settori di attività durante il corso della propria vita lavorativa, senza perdere la possibilità di continuare a studiare e formarsi con serenità. Ecco perché, realizzando quella misura di protezione sociale che abbiamo definito Reddito di Cittadinanza, abbiamo tenuto molto ad agganciarla alla prospettiva della formazione, alla prospettiva dell’occupazione, del reinserimento e faremo di tutto perché abbia efficacia proprio in quest’ultima prospettiva .

Può sembrare contraddittorio che, di fronte alla prospettiva di una automatizzazione così diffusa, il focus centrale del nostro futuro come istituzioni politiche sia proprio l’investimento nella persona, nelle sue competenze, nella sua capacità di sognare, di creare. In realtà, per far sì che questa rivoluzione non venga subita ma anzi venga anzi governata dai decisori politici ma anche da parte tutti gli stakeholder, è necessario riporre grandissima attenzione alla persona. Io parlo spesso di nuovo umanesimo: in quel concetto c’è la qualità della vita; c’è intrinseco il richiamo alla speranza, ai sogni, alla capacità di sogno che dobbiamo poter continuare a esprimere; c’è anche il rispetto dei diritti fondamentali della persona, la privacy. Io dico sempre che l’accesso alle tecnologie digitali è un diritto fondamentale della persona. Non è scritto nelle nostre Costituzioni perché le nostre Costituzioni sono state scritte, elaborate, tempi addietro. Se oggi io dovessi contribuire a riscrivere una Carta Costituzionale, tra i primi diritti inserirei il diritto all’accesso delle tecnologie digitali. Da quel diritto passa sicuramente la possibilità di partecipare a pieno titolo all’organizzazione sociale, economica, politica, democratica del nostro Paese. Sono concetti che sono ben richiamati nell’articolo 3 della nostra Costituzione. 

Però dobbiamo quindi, per cogliere ampiamente questa finestra di opportunità, indirizzare queste nostre sfide con intelligenza e con lungimiranza, così da sostenere una crescita inclusiva e assicurare un benessere condiviso. Se come Paese riusciremo ad agganciare la frontiera dell’innovazione, sarà soprattutto grazie a quel “pieno sviluppo della persona umana” che non è solo un diritto, come dicevo, costituzionalmente garantito, ma anche sicura garanzia di successo per i singoli e quindi per l’intera comunità in cui viviamo.

Costruire un’Italia innovativa, un’Italia smart, un’Italia amica dei cittadini, votata allo sviluppo continuo della creatività è questa la priorità a cui, io come responsabile di Governo e voi come stakeholder coinvolti, dobbiamo lavorare tutti insieme per un futuro migliore.

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