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La Regione Lombardia non è un’ASL, ma un’istituzione che promuove lo sviluppo economico sostenibile

La Lombardia con i suoi dieci milioni di abitanti è la regione più grande in Italia e la seconda regione per dimensioni demografica in Europa dopo la Regione di Parigi, ma negli ultimi anni si è sviluppata meno delle altre grandi regioni europee e questo ha rallentato lo sviluppo economico del Paese. La Lombardia deve mirare a tornare ad essere il motore dello sviluppo italiano.

  1. Il nostro gruppo “A New Industrial Strategy”,

Il nostro gruppo di lavoro: “A New Industrial Strategy”, è composto da circa 70 economisti e territorialisti ed è nato nelle università nel 2014, ma si è poi esteso negli ultimi anni a molti esperti in altre discipline e del mondo delle imprese e delle amministrazioni pubbliche in tutte le regioni italiane. Il Gruppo ha da sempre avuto intensi confronti scientifici a livello europeo.

Il gruppo “A New Industrial Strategy” è interessato a confrontare le sue proposte con le diverse forze politiche di opposizione in modo da facilitare l’individuazione di una posizione politica comune. In particolare, è fondamentale che le diverse forze politiche si impegnino a sostenere queste proposte nella prossima legislatura regionale, anche qualora si trovassero all’opposizione.

La strategia di intervento che il nostro gruppo propone parte da un lato dai problemi prioritari e dai bisogni emergenti dei cittadini e dall’altro dai valori politici largamente condivisi dalle forze di opposizione alla Destra che ha governato negli ultimi 29 anni in Lombardia.

Solo se sono chiari i problemi e gli obiettivi prioritari e i valori politici di riferimento, sarà possibile dopo le elezioni individuare tramite una discussione pubblica tra le diverse forze politiche gli specifici strumenti di intervento o le norme che permetteranno di dare una risposta ai problemi che sono stati individuati e ai bisogni dei cittadini.

È necessario promuovere un meccanismo di sviluppo “endogeno” della Lombardia, che non vuol dire l’isolamento o l’autarchia ma uno sviluppo che non dipenda solo dalle esportazioni sui mercati internazionali e che sia in grado di valorizzare sia le risorse esistenti in Lombardia che la domanda del mercato interno in Lombardia e in Italia.

Questo sviluppo “endogeno” nasce dalla sinergia tra: a) le capacità produttive delle imprese, b) le competenze dei lavoratori e c) le risorse presenti nel territorio, come indicato nella figura 1.

D’altro lato, le capacità produttive regionali devono essere trainate (“strategia di innovazione demand-led”) dai bisogni e dalla domanda di nuovi prodotti e servizi da parte dei cittadini in Lombardia e in Italia.

Infatti, la domanda per le imprese della Lombardia non può essere solo quella estera, come pensano molti politici e imprenditori, ma deve essere innanzitutto quella esistente e emergente in Italia e in Lombardia. Infatti, la Lombardia è il “mercato guida” dell’Italia ed è in Lombardia che si sviluppano per primi i nuovi bisogni di prodotti finali dei cittadini come anche la domanda di nuovi prodotti intermedi da parte delle stesse imprese. Pertanto, vanno sviluppate in Lombardia le capacità produttive per rispondere a questi nuovi bisogni e domande.

In particolare, il problema delle medie e piccole imprese in Lombardia è quello:

D’altro lato è compito dello Stato nazionale sviluppare la domanda aggregata e di fatto dall’inizio della guerra in Ucraina il deficit del bilancio pubblico è aumentato rapidamente nel 2022 per gli aiuti alle imprese e alle famiglie collegati al caro energia. Questo aumento è stato persino maggiore di quello collegato con le politiche di rilancio dell’economia nel 2021 dopo il Covid, come il mitico PNRR, che ha gravi ritardi per un’organizzazione a livello ministeriale assolutamente inadeguata.

Manca invece a scala nazionale una politica di riduzione delle disparità (“politica dei redditi” e tassazione degli extra-profitti soprattutto delle banche e delle imprese energetiche) dato che la crescita dei profitti è stata superiore all’inflazione, mentre invece sono diminuiti sia i salari reali dei lavoratori dipendenti che anche il valore reale delle pensioni.

Non basta una politica nazionale espansiva ed è necessaria soprattutto a scala regionale e sul territorio un’integrazione (“post keynesiana”) tra la domanda aggregata dovuta alla spesa pubblica e l’offerta determinata dalle competenze della forza lavoro e dalle capacità produttive delle imprese/settori).

Questo è infatti l’obiettivo della strategia industriale e di innovazione che il nostro gruppo propone alla Regione Lombardia. Infatti, la Regione Lombardia deve promuovere gli investimenti reali e l’adozione di innovazioni, soprattutto nelle imprese medie e piccole in modo da promuovere l’aumento delle capacità produttive delle imprese.

In secondo luogo per quanto riguarda la politica sociale, fondamentale è l’intervento della Regione Lombardia nel campo della sanità e in quello della formazione. Dato che la politica fiscale spetta allo Stato, per ridurre le disparità sociali la Regione deve agire essenzialmente da un lato sulla crescita delle possibilità di occupazione di tutti i cittadini e dall’altro sull’offerta di servizi sociali in modo da includere i cittadini che hanno reddito minore.

In particolare, il presupposto essenziale del Servizio Sanitario Nazionale è che i cittadini che non hanno adeguati redditi hanno diritto alle stesse cure mediche e agli stessi tempi di attesa senza dover pagare individualmente, come possono fare cittadini che hanno assicurazioni private e che potrebbero utilizzare strutture mediche private. Di fatto, le code sono diventate lo strumento per aumentare i ricavi delle strutture mediche pubbliche e per costringere i cittadini a pagare privatamente.

Inoltre, in un’economia post-industriale o caratterizzata da produzioni immateriali lo sviluppo della Lombardia dipende dalla valorizzazione delle competenze (il “capitale umano”) dei lavoratori e soprattutto dei lavoratori giovani e dei lavoratori anziani, che le imprese spesso non considerano adeguatamente.

Il numero degli anziani aumenta sempre di più e questo richiede maggiori risorse nella formazione continua dei lavoratori maturi e anziani sui luoghi di lavoro e anche azioni di formazione dopo il pensionamento, in modo da valorizzare il contributo delle capacità lavorative degli anziani nello sviluppo produttivo e sociale dell’economia e della comunità locale e regionale.

Pertanto, è importante che la Regione Lombardia promuova una riduzione delle ore di lavoro che induca a rinviare l’età del pensionamento e promuova la partecipazione attiva dei pensionati ad attività di tipo sociale sul territorio sia gratuite che anche con compenso.

Analogamente, nel caso dei giovani il problema è quello di sviluppare le loro competenze tramite l’attività formativa di base nella scuola e nelle università. Ma è anche indispensabile che la Regione Lombardia sostenga la formazione dei giovani all’interno delle imprese nel primo periodo subito dopo l’assunzione in modo da adattare le loro competenze di base alle esigenze specifiche delle imprese. Questo non è fattibile all’interno delle istituzioni di formazione esterne alle imprese che devono offrire una formazione di base.

Inoltre, un problema fondamentale per i giovani è anche quello di vivere in un territorio che consenta una qualità della vita adeguata e che permetta il riposo al di fuori dell’orario di lavoro e quindi il ristoro delle capacità lavorative. Altrimenti è inevitabile che i giovani emigrino in altri paesi e che rifiutino le proposte di lavoro delle imprese.

In terzo luogo, per quanto riguarda le politiche territoriali, il contributo del gruppo “A New Industrial Strategy” è illustrato nel rapporto prima indicato. In particolare, è necessario che la Regione Lombardia si dia un piano di riqualificazione del territorio regionale che è caratterizzato da un consumo di suolo in continua espansione senza controllo e in modo disordinato.

È necessaria una visione “decentrata” della Lombardia, all’interno della quale l’area metropolitana milanese collabori più strettamente con le altre città lombarde e non si chiuda in sè stessa come un quartiere per i dirigenti e i ricchi.

È quindi necessaria una pianificazione territoriale innovativa e orientata al futuro che tenga conto sia dei problemi nuovi nei centri urbani maggiori, come i capoluoghi di provincia, che dei problemi emergenti delle aree rurali in montagna e in pianura e dei relativi centri urbani minori. Nel nostro primo contributo, diffuso su internet alcune settimane fa abbiamo indicato che obiettivo della Regione deve essere la riduzione significativa della congestione sulle strade, la riduzione del pendolarismo casa lavoro, la promozione dello Smart working. Va messo in sicurezza il territorio ed evitate le catastrofi naturali, va ridotta l’occupazione del suolo e bonificati i terreni industriali dismessi e favorita la loro destinazione a verde urbano. Va promossa l’offerta di servizi pubblici e privati e migliorata la qualità della vita nelle periferie urbane. Va incoraggiato il risparmio energetico in agricoltura, industria e nelle abitazioni e lo sviluppo di comunità energetiche locali.  Infine, la Regione deve promuovere la riscoperta del patrimonio storico culturale comune e il senso della comunità locale, regionale e nazionale e sostenere le associazioni e le iniziative culturali private e pubbliche nei diversi ambiti dell’arte, della cultura e della scienza in quadro europeo e internazionale.

La Regione Lombardia non è un’azienda che eroga servizi e fondi ma un’istituzione pubblica che deve promuovere lo sviluppo economico sostenibile della comunità regionale

L’offerta produttiva è sempre più frammentata in molte imprese specializzate e la funzione del pubblico e della politica industriale regionale è quello di “unire” le diverse imprese o le diverse capacità produttive e promuovere progetti comuni sia di tipo finanziario-imprenditoriale che di tipo produttivo-industriale.

In particolare, le medie e grandi imprese devono essere più fortemente collegate con il territorio e la politica industriale non è quella degli aiuti finanziari che le PMI chiedono in modo insistente ed esclusivo.

È invece necessaria una politica industriale regionale basata non sui bandi di aiuti, ma su degli “accordi di programma” pubblico-privato soprattutto con le medie imprese e le rispettive filiere produttive su nuovi progetti mirati alla valorizzazione di nuovi mercati di sbocco e alla valorizzazione delle risorse endogene regionali. Queste ultime non sono solo le competenze delle imprese industriali ma anche quelle dei loro lavoratori e quelle esterne alle imprese nelle università e nei servizi alle imprese.

La Regione Lombardia e le diverse forze politiche rappresentate nel Consiglio Regionale non devono solo distribuire aiuti alle imprese private o occuparsi solo delle aziende pubbliche che forniscono servizi pubblici, come hanno fatto finora. Questo ha portato a trasformare un’istituzione come la Regione Lombardia in un’“azienda” chiusa su sè stessa, che cura solo il proprio bilancio e non opera in funzione del benessere dei cittadini e dello sviluppo del sistema produttivo delle imprese.

Invece, la Regione deve anche sviluppare i rapporti

In questa prospettiva, per dare continuità al rapporto con i soggetti esterni al di là della tradizionale concertazione potrebbe essere considerata la creazione di un CNEL regionale, come anche di un comitato delle Province.

I limiti ben noti della classe politica nella Regione Lombardia non devono fare dimenticare i limiti della classe imprenditoriale e dei dirigenti delle imprese private, soprattutto quelle medio grandi, che non capiscono l’importanza della dimensione regionale e territoriale. Gli imprenditori e i dirigenti delle imprese hanno mirato solo ai profitti di breve termine (“shareholder capitalism”) e si sono dimenticati la lezione di Olivetti, di Mattei e di altri grandi imprenditori che miravano a sviluppare in senso positivo il rapporto tra la singola impresa con la rispettiva “comunità” locale, regionale e nazionale e i rapporti con i portatori di interessi organizzati (“stakeholder capitalism”).

La visione liberale o meglio “liberista” della classe dirigente privata in Lombardia impedisce di comprendere che è importante anche per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali private la scala territoriale al di fuori della impresa singola e l’intervento pubblico regionale.

È invece necessario unire il meglio delle tre culture di impresa, come la cultura politica liberale, la cultura cattolico-sociale e la cultura industriale dello sviluppo, dell’innovazione e dell’apprendimento interattivo.

La Lega ha una ideologia economica del tutto tradizionale e inadeguata ai problemi di un sistema produttivo moderno e ritiene che la promozione dello sviluppo consista nel “ridurre le tasse e dare aiuti pubblici alle imprese”. Questo più che “liberismo” o chiara separazione tra pubblico e privato, è “neo liberismo” o il modello basato sulla “privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite” a scapito del bilancio pubblico.

Secondo la Lega la Regione è un ente pubblico utile al massimo per erogare singoli servizi di base (sanità e formazione sempre in collaborazione con le imprese private) e non considera la missione di promuovere lo sviluppo economico e sociale e la qualità ambientale dell’intero sistema regionale.

La Regione si è trasformata in un’”Azienda privata” che tiene rapporti politici con il Governo nazionale e i ministeri a Roma per ricevere fondi della fiscalità statale e non tiene se non un debole rapporto politico con il territorio regionale e con i cittadini, gli enti locali e le stesse imprese a scala regionale.

La Lega ha negli ultimi 28 anni trasformato la Regione da un ente di programmazione economica in un ente burocratico, come un ministero, o in un’azienda privata, come le ASL. Invece, è necessario che la Regione Lombardia discuta con la società civile, gli istituti di ricerca e le forze economiche e sociali sui problemi strategici da affrontare, al di là dei capitoli di bilancio regionale e dei fondi da spendere.

L’auspicio da parte del nostro gruppo “A New Industriale Strategy” è che questo lavoro comune si sviluppi nel futuro e in particolare che l’opposizione al nuovo governo di destra non avvenga per ottenere micro contro-partite nelle politiche di bilancio, ma per mobilitare le risorse intellettuali economiche, finanziarie e sociali esistenti sul territorio per impedire la trasformazione dell’amministrazione regionale in una burocrazia ministeriale insensibile ai problemi e alle capacità esistenti sul territorio.

Le forze politiche di opposizione alla Lega devono essere capaci di unire in una coalizione plurale: l’ideologia illuminista-liberale, con il solidarismo cattolico, con la tradizione democratica socialista non ultimo con l’approccio economico moderno al cambiamento economico, sociale e istituzionale e alla riqualificazione ambientale del territorio, cui si ispira il nostro gruppo “A New Industrial Strategy”.

Fig. 1. Stakeholders and Flows in an Environment -Social -Governance Framework
Figura 2 – Le priorità di una politica di sviluppo sostenibile regionale

Cappellin@economia.uniroma2.it

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