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La Rai che vorrei. G. Stumpo: ‘Meglio cittadini attivi che spettatori in prima fila’

Cercare l’Italia su una mappa del mondo non è un’operazione semplice. Siamo un paese territorialmente piccolo. A guardarlo con gli occhi di uno straniero siamo un paese con una fortissima identità e con un eccellente saper fare che ci pone di diritto nell’elenco di quei posti dove devi andare per forza una volta nella vita. L’esercizio di guardare il nostro paese con uno spirito laico e non partigiano è utile perché lo scenario competitivo nel quale ci troveremo sempre di più ad operare è di livello planetario. Ignorare questo aspetto è decisamente un errore che non possiamo permetterci. La “globalizzazione”, senza distinguere per il momento quella buona da quella cattiva, ci pone oggi la sfida di valorizzare le nostre eccellenze su un piano che va ben oltre i limiti e i confini territoriali del paese o dell’Europa.

Questa premessa è necessaria per capire che ruolo ha e avrà sempre di più in futuro la valorizzazione delle nostre identità culturali che sono uno dei fattori di differenziazione più incisivi che abbiamo. La sfida che ci attende nel prossimo futuro è certamente quella di valorizzare al meglio il nostro saper fare, ma nel contempo di innovare, di stimolare le nuove creatività, di costruire una cittadinanza coesa e solidale che sia capace di mettere in pratica nuove forme di cooperazione, di stimolare l’innovazione sociale, di essere un veicolo di nuova produzione di senso. Dobbiamo riprendere ad essere attrattivi nei confronti dei ricercatori e delle migliori menti del pianeta che devono trovare nel nostro paese servizi di eccellenza che facciano della qualità della vita la cornice complementare essenziale per produrre eccellenze in laboratorio, dobbiamo imparare a essere accoglienti e tolleranti per rendere le nostre città un posto migliore per tutti, dobbiamo essere in grado di coinvolgere nelle decisioni (non tutte le decisioni ma di certo via via in numero sempre maggiore) una platea sempre più ampia di stakeholder.

Nello scenario globale nel quale viviamo la differenza competitiva non la fa più il prezzo ma la capacità dei territori di “organizzarsi per produrre”. Poiché le nuove produzioni sono e saranno sempre maggiormente quelle che hanno come fattore produttivo essenziale la creatività, cioè la capacità di inventare cose che prima non c’erano, le industrie culturali e le imprese che producono senso sono e saranno sempre di più fatalmente strategiche nel processo di crescita del paese. Rispetto a solo pochi anni fa, lo scenario tecnologico è profondamente cambiato e oggi abbiamo la possibilità di diffondere in tempi brevi contenuti culturali e creativi su diverse piattaforme e arrivare a milioni di concittadini.

La Rai, essendo l’impresa (pubblica) culturale più importante del paese ha dunque un ruolo cruciale e le sfide che l’attendono nel prossimo futuro hanno una portata forse epocale. Immaginare di rispondere a queste sfide senza una profonda revisione delle proprie linee di governance porta con sé il rischio di allontanare il risultato della sfida globale che ci attende. La strada da percorrere è probabilmente impervia, richiede sacrifici e nuove modalità di gestione, tentativi che falliranno e nuovi tentativi che avranno successo. Ma trovo, senza essere per forza dogmatici, che una delle strade più promettenti sia quella di iniziare un percorso di coinvolgimento delle persone nelle decisioni.

La parola “partecipazione” sta assumendo un senso che può avere diverse declinazioni. Ci sono diversi livelli di partecipazione, ciascuno di questi livelli può coinvolgere di volta in volta diversi interlocutori e ciascuno degli interlocutori può essere intercambiabile, attraversando di volta in volta diverse sfere della vita sociale della nostra comunità. Perciò la sfida di una impresa “multistakeholder” come può essere definita la Rai è ancora più complessa e delicata. Partecipare significa anche essere consapevoli, significa costruire e mettere a disposizione degli altri le proprie competenze, significa avere un ambiente nel quale vi sia fiducia reciproca, significa attivare ed essere nel contempo attivatori di energie, significa mettere in comune dei fattori per valorizzare la comunità a dispetto delle politiche e delle pratiche che fanno perno sulla forza dell’individuo, significa abbandonare la logica dell’individualismo per cercare le risposte nella intelligenza collettiva.

La declinazione della partecipazione come processo che porta alle decisioni collettive e non solo come atto che si svolge periodicamente con la ritualità delle elezioni, diventa la principale sfida delle imprese che verosimilmente sopravvivranno e si proietteranno nell’economia del futuro. Ma una impresa come quella radio televisiva non può essere solo un “broadcaster”, una impresa che decide univocamente cosa gli spettatori vedranno. Nell’era della condivisione, il dialogo e il parlare “da molti a molti” sarà uno degli aspetti che non si potrà più evitare. Individuare e far confluire nei processi decisionali i gruppi e i soggetti che più si distinguono per la qualità dei contenuti che propongono sarà una responsabilità altissima del nuovo “servizio pubblico”. Intercettare e valorizzare le energie nuove del paese sarà forse la sfida più travolgente e decisiva per lo sviluppo stesso del nostro paese.

Se guardiamo alla centralità della cultura come ad un fattore imprescindibile per assicurare la crescita sostenibile della nostra comunità, allora non possiamo più permetterci di avere una produzione culturale che, in nome dell’economicità e della competizione globale, proponga prodotti qualitativamente mediocri al pubblico di cittadini. Puntare sulla qualità attraverso la messa a sistema delle energie positive del paese rappresenta una sfida di grande valore. Il ruolo della più grande impresa culturale del paese è anche un ruolo di grande responsabilità. Senza per forza volere essere paternalistici, bisognerà pensare a tutte le azioni necessarie affinché si possano far crescere le competenze degli “spettatori” e farli diventare essi stessi produttori di contenuti di qualità, stimolare la cittadinanza attiva e valorizzare quelle componenti della società che decide di seguire un percorso di costruzione dei propri diritti e non quello di essere percettori passivi di regole scritte quasi un secolo fa. Bisognerà porre l’azienda di fronte alla scelta di una governance, sia politica che amministrativa, in grado di prendere la responsabilità di scelte difficili e complesse tuttavia imprescindibili se vogliamo ragionare nella dimensione della competizione globale con la quale ho iniziato questa breve riflessione.

Non entro nel dettaglio delle scelte da prendere, non ne avrei le competenze, ma solo a titolo di esempio mi permetto di fare alcune osservazioni sulle potenzialità che lo strumento televisivo avrebbe se fosse capace di mettere a sistema le pratiche produttive del mondo della creatività: mi riferisco alle produzioni di teatro e danza che spesso riscuotono grande successo all’estero essendo rappresentate pochissimo nel nostro paese, le produzioni emergenti nel campo della musica, della prosa, del cinema; le esperienze di partecipazione attiva del pubblico nei festival, nelle programmazioni teatrali, radiofoniche, letterarie; le produzioni di contenuti sul web e le nuove forme di attivazione che spesso sono sviluppate sui nuovi linguaggi e nelle nuove drammaturgie dei social network.

Non bisogna inoltre cadere nella trappola della retorica del nuovo come dogmaticamente migliore del vecchio, bisogna riprendere in mano il ruolo educativo e non paternalistico della formazione continua dei nostri concittadini, formazione di competenze critiche capaci di accogliere le proposte produttive e di sentirsi parte integrante di un processo di produzione di senso collettivo. Perciò per il prossimo contratto di servizio proporrei pochi e chiari obiettivi che vadano nella direzione di valorizzare i talenti, interni ed esterni all’azienda, di contribuire alla migliore circolazione delle idee, di fornire una informazione di qualità e il più possibile imparziale. Iniziare un percorso di governance condivisa che coinvolga dal basso il maggior numero possibile di portatori di interesse con la finalità di individuare nuove forme di produzione collettiva e di comunità creative con l’obiettivo di costruire un paese più coeso, più tollerante, più tecnologicamente all’avanguardia, più cooperativo e più forte nella competizione globale.

Essere attrattivi nei confronti delle migliori menti del mondo significa essere in grado di fornire servizi pubblici eccellenti a prezzi (o costi) competitivi, saper organizzarli e metterli a sistema, saper distribuire il valore ad una più ampia platea di soggetti. Occorre dunque incominciare a sperimentare un percorso attraverso il quale l’emittente radiotelevisiva pubblica diventi una struttura che preveda sempre maggiori spazi alla partecipazione attiva dei cittadini o dei gruppi, formali ed informali, di cittadini che vogliano mettere a disposizione della collettività le proprie competenze, le proprie azioni, i propri valori, le proprie risorse economiche e non economiche, per far crescere allo stesso tempo una televisione nuova e condivisa. Il secondo passo sarà forse quello di modificare anche la struttura della governance proprietaria dell’azienda che coinvolga, indipendentemente dal capitale, le risorse che è riuscita ad attivare e che contempli i propri stakeholder in molti processi decisionali dell’impresa.

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