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La Rai che vorrei. A. Dovigo: ‘Più spazio alle diverse confessioni’

Un mese fa si è svolto un incontro riservato a pochi e ancor meno pubblicizzato sul futuro della Rai e della sua convenzione con lo Stato, CambieRai.

Una convenzione scaduta il 6 maggio e della quale è stata chiesta una proroga a fine ottobre. Dopo, non prima, il referendum sulla riforma del Senato, se qualcuno vuol pensare male.

Ognuno faccia le proprie valutazioni sulla Rai, che ovviamente si è trasformata nel bene e nel male assomigliando sempre più alle altre reti nazionali, con il particolare che “la tassa di possesso di un apparecchio atto alla ricezione del segnale televisivo”, comunemente chiamata canone Rai, e quest’anno esatta dai fornitori di energia elettrica per conto dell’Agenzia delle Entrate, al netto delle spese di gestione.

La Rai eccelle in molti canali, tra i quali Rai5 e in molti programmi tra i quali Rai Storia (opinioni personali, ovviamente), e difetta in molti altri in cui il pettegolezzo e il quotidiano rivangare nei fatti di cronaca nera non facilitano la crescita culturale di un paese, cosa che dovrebbe essere tra gli scopi di una televisione di servizio, assieme ai vari programmi a quiz in cui il messaggio neppure troppo subliminale è “è bello vincere facile”, a forza di centinaia di migliaia di euro, schiaffi in faccia a chi arriva a stento a fine mese.

Da pochi giorni è stato pubblicato online un questionario agli utenti. Staremo le risposte e soprattutto come queste ultime verranno prese in considerazione.

Di certo è che, se per la politica deve esserci una par condicio, questa pare non esistere per quanto riguarda la presenza delle confessioni religiose diverse da quella cattolica, stando ai dati pubblicati da Il Fatto quotidiano. In un’Italia sempre più diversificata, questa è una grave lacuna. La trasmissione “Protestantesimo”, che è una trasmissione culturale e non di proselitismo, è messa in onda alle 01:20 a.m. di lunedì, con il risultato che chi vuol vederla in differita sul Web deve attendere il martedì. Questa è un’enorme lacuna culturale, assieme al mancato insegnamento della storia delle religioni nelle scuole, chiesto da molti per saper affrontare i temi posti dalla trasformazione della nostra società. Il 30 aprile è finita la Pesach, la pasqua ebraica, e sembra che le reti culturali non ne abbiano fatto accenno. I telegiornali solo all’inizio evidenziando i conflitti e le difficoltà a Gerusalemme.

Sempre tenendo presente che l’apparecchio televisivo può anche rimanere spento, ma questo è un altro discorso.

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