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La lingua muta, come gli emoji stanno rivoluzionando il modo di comunicare

Le faccine note come emoji, figli di un innaturale connubio tra gli emoticons (altre faccine “low tech” che si possono rendere anche su una macchina da scrivere) e gli smilies gialli di qualche anno fa, sono venuti fuori dal Giappone per essere poi ripresi e divulgati dai principali fabbricanti di telefoni cellulari. Con il solo Facebook Messenger si scambiano ormai cinque miliardi di emoji al giorno—e non sembrano passare di moda. La Russia ha recentemente espresso disappunto per il fatto che i diplomatici occidentali a Mosca usino la faccina grigia dell’alieno ET—👽 —per rappresentare Vladimir Putin nelle loro chat.

I nuovi simboli hanno pure un valore legale. Sono noti alla cronaca tanti casi di arresti per minacce criminali tramite emoji. Il mittente di questo messaggio—“”—il pugno, il dito puntato che “manda” e l’ambulanza, è finito in galera negli Usa per l’aggressione prospettata. La magistratura australiana—avendo riconosciuto le volontà testamentari espresse via sms—ora si prepara per l’inevitabile testamento in emoji.

Gli emoji servono a dare un contesto emotivo a comunicazioni digitali sterili e spesso ambigue. I pittogrammi “riconosciuti”—la Unicode è l’ente che li regola—sono quasi 2.800 e esprimono ogni sorta di concetto. Più spesso nascono dalle proposte delle tre società più attive nel campo: Apple, Samsung e Google. L’immagine in alto è una “errata corrige” della Google, che prima aveva sbadatamente piazzato il formaggio sotto anziché sopra la carne del cheeseburger—un errore non perdonato dagli utenti. I vegani invece hanno ottenuto di far togliere la fettina di uova sodo dall’emoji che rappresenta l’insalata.

Ora è in corso un aspro dibattito tra linguisti accademici sulla possibilità che, con le onnipresenti faccine, stia emergendo una nuova lingua a tutti gli effetti. Mentre alcuni la considerano solo una possibile forma di punteggiatura emotiva—come gli XOXO, i “baci e abbracci” di una volta—altri ne intravedono un idioma slegato dalle lingue nazionali, una sorta di creolo ideografico globale.

Emerge anche una grammatica. Chi usa la nuova lingua per le comunicazioni articolate inizia quasi sempre con la faccina dell’emozione: quella piangente poniamo—per fare un esempio—seguita forse dal teschio che può significare un guasto, e poi forse il pittogramma del telefonino per indicare cos’è rotto, chiudendo con le due mani unite in preghiera (“speriamo bene”). Quattro “caratteri” che raccontano un piccolo fatto quotidiano. Alice nel Paese delle Meraviglie è stato tradotto con 25mila caratteri emoji. Il nuovo testo sarebbe in teoria leggibile—in silenzio, ovviamente, non ci sono le parole—in tutto il mondo. Il cantautore italiano Alberto Fortis—che onora gli amici con lunghi e incomprensibili scritti di faccine—asserisce di avere iniziato la traduzione della Divina Commedia. Esistono scuole online che propongono di insegnare la nuova lingua con la formula “un carattere al giorno”, come il cinese.

Quelli seccati dalla predominanza mondiale della lingua inglese si augurano di vederla presto rimpiazzata dal nuovo idioma universale… È una speranza probabilmente destinata a essere delusa. Gli emoji somigliano nell’uso funzionale ai gesti che accompagnano la normale lingua parlata. Danno calore alla conversazione, ma si prestano poco ai discorsi complessi.

*Nota Diplomatica ‘La lingua muta’ di James Hansen.

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