È scontro in Ue sugli Ets, ma von der Leyen apre a Meloni sul dl bollette
La revisione dell’Ets resta fissata a luglio ma lo scontro produce un compromesso che per il momento sembra soddisfare anche l’Italia: Giorgia Meloni, infatti, incassa una prima apertura al decreto bollette, non ancora notificato a Bruxelles. La corsa alla competitività continentale è tornata sul tavolo dei leader Ue sotto la pressione del nuovo shock dei prezzi dell’energia. Dopo settimane di tensioni crescenti, la premier si è presentata all’Europa Building sostenuta da un fronte di nove leader, in gran parte dell’Est, chiedendo correttivi rapidi e sostanziali al mercato delle emissioni di C02. Ma da Parigi le aperture sono rimaste limitate alla “flessibilità”, mentre da Berlino è stata ribadita una linea netta: nessun intervento strutturale su un mercato che “esiste da 20 anni ed è un grande successo”, ha tagliato corto Friedrich Merz, di fatto, un alleato in più al muro green rafforzato dall’affondo di Pedro Sanchez contro chi “usa la crisi in MO per indebolire la politica climatica” e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, affatto incline a retromarce.
La premier è ripartita dal faccia a faccia con il cancelliere alla vigilia del Consiglio Ue. Un incontro di mezz’ora, anche per riorientare l’asse sulla competitività, costruito con il belga Bart De Wever, verso una lettura più pragmatica del Green Deal. All’indomani, però, la disputa sulla revisione del mercato della CO2 si è rivelata “molto controversa”, nella definizione offerta dal capo del governo tedesco. E, pur attenuata rispetto alla richiesta iniziale di sospensione del meccanismo per il termoelettrico, Giorgia Meloni insieme ai leader di Visegrad, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria è tornata a chiedere interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Chiamata a mediare, Ursula von der Leyen ha evitato strappi, tenendo il punto per salvaguardare un sistema che, ha ricordato a più riprese ai leader, nei suoi vent’anni di vita si è dimostrato “efficiente”. Nel medio periodo si lavora a un nuovo quadro di riferimento per contenere volatilità e impatti diseguali dell’Ets tra i Ventisette, agendo su rafforzamento della riserva di stabilità, nuovi benchmark e un possibile fondo ponte per i Paesi più fragili.
La revisione complessiva resta invece fissata a luglio, nonostante la pressione italiana per anticiparla a maggio. La riforma, ha sottolineato von der Leyen, “affronterà questioni rilevanti per l’Italia, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie ad alta intensità energetica”. Nell’immediato, tuttavia, per fare scudo al caro energia è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina; la è misura accompagnata dall’incoraggiamento ai Paesi membri a “interventi mirati” di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore, aprendo la strada anche al via libera Ue sul decreto bollette del governo.
Meloni pienamente allineata all’Ue su Hormuz
Nessuno strappo su Hormuz. La Premier Giorgia Meloni, al di là della dichiarazione congiunta di Gran Bretagna, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone diffusa da Downing Street, non ha cambiato idea sulla linea da tenere sulla guerra in Iran, che, al vertice dei 27, è emersa come nettamente maggioritaria: al pressing di Donald Trump l’Europa risponde che c’è, ma solo dopo una tregua e, punto per nulla marginale, solo sotto l’ombrello delle Nazioni Unite. I 27 si sono ritrovati a Bruxelles con due certezze: la prima è che quella di Usa e Israele all’Iran non sia la guerra dell’Europa: non è una guerra che rispetta il diritto internazionale, in un momento nel quale l’Ue, dopo qualche inciampo lessicale, è tornata a presentarsi come la principale trincea del multilateralismo. Il pranzo tra i 27 e il segretario generale Antonio Guterres è stato anche un appuntamento simbolico. La seconda certezza, per l’Ue, sta negli effetti potenzialmente drammatici del conflitto. E non solo sul fronte energetico.
Meloni, poco prima di decollare per il Belgio, ha firmato una lettera con la premier danese Mette Frederiksen: “Non possiamo rischiare che si ripeta il fenomeno dei flussi di rifugiati e migranti verso l’Ue a cui abbiamo assistito nel 2015-2016. Ciò non solo costituirebbe una catastrofe umanitaria, ma rischierebbe anche di incidere sulla sicurezza e sulla coesione della nostra Unione”, hanno avvertito chiedendo ai vertici comunitari un pre-coordinamento se, col protrarsi del conflitto, dovesse presentarsi il rischio di un’ondata migratoria sulla scia di quanto accade con la guerra in Siria. La lettera potrebbe essere solo il calcio d’inizio di un piano Ue e non è un caso che sia stata illustrato da Meloni e Frederiksen alla riunione con i cosiddetti Paesi like-minded sulla migrazione che ormai usualmente precede il Consiglio Ue.
Meloni è giunta ad un Consiglio Ue privo di vere decisioni e segnato dallo scontro sulle rinnovabili. Il vertice di Aiden Biesen è sembrato già lontanissimo; anche la riunione sulla competitività inaugurata da Italia, Germania e Belgio con un folto gruppo di Paesi si è svolta in un formato ristretto. È stato un vertice che ha registrato il prepotente ritorno dell’asse franco-tedesco, sigillato dalla cena di lavoro di mercoledì sera tra Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, un lungo incontro servito a fare il punto e ad avvicinare le parti sul dossier energia e anche sul progetto del super-caccia. Ieri c’è stato l’incontro tra la Meloni e Merz; tra i vari temi i due hanno parlato anche di Iran: la guerra ha avvicinato le posizioni di Roma e Berlino rispetto a Donald Trump ma qualche distanza resta.
Le sorelle Meloni suonano la carica sul referendum
Giorgia Meloni e sua sorella Arianna scendono in campo nel rush finale della corsa al voto per il referendum che domenica e lunedì deciderà la sorte della riforma Nordio, non quella del Governo, perché dire il contrario “è una trappola” e soprattutto “non è un affarone”. È questo il messaggio cruciale che le due sorelle rilanciano, ciascuna dal proprio palco. Per la premier, è la tana di Fedez e Mr Marra, lo studio dove registrano il loro podcast Pulp. Per Arianna, è il palazzo dei congressi all’Eur dove si ritrova il popolo della destra, dalla vecchia guardia di FdI ai giovani del partito, che chiude così la corsa referendaria in un evento, “Roma per il Sì”, promosso dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo. La presidente del Consiglio accetta l’invito di Fedez e difende la scelta sui social: “Quando non parlo, dicono che scappo. Quando parlo, contestano il luogo, il mezzo e chi mi intervista. Il sospetto è che preferirebbero semplicemente che io non esistessi”, quindi chiosa: “Mi spiace, ma non posso accontentarli”. Poi nello studio con i due intervistatori ai lati, parla per quasi un’ora.
Spazia dalla guerra ai rapporti con gli Usa, dall’Europa al caro benzina e alle accise mobili. Non si sottrae sul referendum e prova in tutti i modi a restare nel merito della riforma. Quella è la “trappola” tesa dal fronte del no che “ha lavorato per farlo diventare un referendum contro il Governo” usando come lo slogan “Vai a votare per mandare a casa Meloni”. Quindi chiarisce: “Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia”. Difende la riforma perché “di buon senso” e “più semplice e immediata di quel che si creda”. E la slega dal suo incarico a Palazzo Chigi: “Non mi dimetterei perché è mia intenzione terminare il mandato e confrontarmi al cospetto degli italiani” alle Politiche del 2027. E all’ennesimo passaggio su questo, diventa più diretta immaginando di parlare a un elettore del fronte opposto: “Se tu oggi voti no solo per mandare a casa la Meloni, ti ritrovi che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone”. Concetti su cui punta anche la sorella Arianna, responsabile della segreteria politica.
La scomparsa di Umberto Bossi scuote la politica
La notizia della scomparsa di Umberto Bossi piomba in serata e addolora la politica. Il cordoglio attraversa tutti i fronti, dagli amici e compagni di avventura politica ai rivali. A partire dal Capo dello Stato alla premier Giorgia Meloni, sino a Matteo Renzi. Il partito, erede di quella Lega Nord che Bossi fondò nel 1989, è “profondamente scosso e addolorato” e si stringe “con affetto e commozione” ai suoi familiari. Lacrime e gratitudine da Matteo Salvini che gli dedica parole commosse e una foto insieme. Nell’immagine postata sui social i due si stringono la mano e Bossi sorride in camicia verde. Salvini assicura a Bossi che il popolo leghista “continuerà a camminare sulla strada che hai tracciato: quella della libertà” e ricorda: “Avevo 17 anni quando ti ho incontrato e mi hai cambiato la vita. Oggi ne ho 53 e ti saluto, nel giorno della festa del papà”. E fa sapere che sono annullati tutti gli appuntamenti di oggi previsti in Veneto per il referendum.
Dal Quirinale, il “sincero cordoglio” del presidente Serio Mattarella che ricorda come “il fondatore e animatore della Lega Nord è stato protagonista di una lunga stagione politica”. E rimarca: “L’Italia perde un leader politico appassionato e un sincero democratico”. Ad associarsi alla vicinanza ai parenti e alla sua comunità politica è anche la premier Giorgia Meloni: “Umberto Bossi, con la sua passione politica, ha segnato una fase importante della storia italiana e ha dato un fondamentale apporto alla formazione del primo centrodestra”. Va in questo senso anche il messaggio di Antonio Tajani, fra i primi leader a esprimersi: “Con tutta Forza Italia piango la scomparsa di Umberto Bossi, leader storico e fondatore della Lega”, scrive il vicepremier e segretario azzurro, ricordandolo come “grande amico di Silvio Berlusconi, politico di grande intelligenza” e “un protagonista di primo piano del cambiamento in Italia”. Il presidente del Senato Ignazio La Russa confessa: “Perdo un amico”. Nella comunità del Carroccio sono in tanti a far sentire il loro dolore.
Un messaggio intimo e commosso viene dal presidente della Camera Lorenzo Fontana: “Nel giorno della festa del papà è venuto a mancare il padre della Lega, per me un padre politico. La scomparsa di Umberto Bossi mi riempie di un dolore profondo e lacerante”. Rivela che il Senatur “è stata la ragione del mio approdo in politica. Fin da giovanissimo mi ha affascinato con le sue idee e il suo impegno, lasciando un segno indelebile nella storia del nostro Paese”. Addio a “papà Umberto” anche da Roberto Calderoli che lo definisce “un secondo padre, da un punto di vista umano e politico”. Si associa Luca Zaia; il decano della Liga veneta è convinto che il grazie a Bossi non può essere solo di parte: “Non è il Nord che deve dire grazie a Umberto Bossi ma tutto il Paese”.
E continua: “Se la politica ha dovuto affrontare una ‘questione settentrionale’, in buona parte è stato merito della voce roca di Umberto che ne è stato il megafono”. Nello schieramento opposto non mancano pensieri e riconoscimenti; Giuseppe Conte: “E’ indubitabile che Bossi sia stato un protagonista della storia politica recente”; Pier Ferdinando Casini: “Un indomito lottatore, un uomo rude e scomodo, ma anche profondamente buono che merita il rispetto anche dei suoi oppositori”; Elly Schlein: “Condoglianze mie personali e di tutto il Pd”; per finire con Matteo Renzi: “L’ho conosciuto personalmente tardi ma ne ho apprezzato la tempra e la passione umana e politica. Che riposi in pace”.
Il nuovo caso Delmastro sarà esaminato in Commissione Antimafia
Lo scontro sul referendum si sposta sul caso che tira in ballo il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e i suoi presunti affari con la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per reati di mafia nell’ambito di una indagine sul clan camorristico dei Senese. Le opposizioni compatte attaccano Giorgia Meloni: era a conoscenza “della vicenda da un mese”. E la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein chiede alla premier di “prendere posizioni chiare” e, soprattutto, di farlo prima del referendum. Anche il leader dei cinquestelle Giuseppe Conte chiede alla premier di non restare a guardare e di “rivendicare il primato della politica”: “Delmastro si deve assolutamente dimettere, come fa un presidente del Consiglio a tenerlo ancora al suo posto?”. Angelo Bonelli di Avs parla invece di una situazione di una “gravità inaudita” e cita un altro elemento che chiama in causa il sottosegretario: “Delmastro non ha comunicato alla Camera, come la legge prevede, il fatto che possedeva azioni di una società. Ogni deputato è obbligato a farlo. Perché non l’ha fatto?”.
Alla domanda si aggiungono quelle del collega di partito Nicola Fratoianni sul suo rapporto con la famiglia Caroccia. E in rete spunta anche una foto che ritrae i due in uno dei ristoranti gestiti in passato dal condannato. Il clima resta quindi incandescente nell’immediata vigilia della due giorni referendaria: il parlamentare di FdI non utilizza mezzi termini e definisce “la mafia una montagna di merda”, rivendicando il suo percorso politico, “il livello di scorta” e i tentativi di aggressione da parte “dei tanti mafiosi che stanno negli istituti penitenziari”. Probabile che la questione, chiuse le urne, si trasferisca in Commissione Antimafia. Le opposizioni hanno già chiesto un intervento e, in base a quanto filtra, la prossima settimana saranno valutate in Ufficio di presidenza le richieste per una sua audizione. Agli atti dell’Antimafia, tra l’altro, già da tempo ci sarebbero i faldoni relativi all’indagine sul clan Senese, una maxi-indagine portata avanti dai pm della Dda di Roma e arrivata a conclusione con la pronuncia della Cassazione nel febbraio scorso. Non c’entrerebbe invece con la vicenda in questione l’incontro che si è svolto a piazzale Clodio tra la presidente dell’Antimafia Chiara Colosimo e il procuratore capo Francesco Lo Voi: il faccia a faccia, durato oltre un’ora, secondo quanto è emerso sarebbe stato fissato da tempo e rientrerebbe in quelli che periodicamente si tengono tra i vertici dell’ufficio e la Commissione. Al netto dei formalismi non si può escludere che nel corso del colloquio sia stato affrontato anche il nuovo caso Delmastro.
