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La Giornata Parlamentare. L’Italia punta su diplomazia e de-escalation a Hormuz. Referendum, ultimi duelli tv e interviste 

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Stretto di Hormuz: il Ministro della Difesa Guido Crosetto indica tra le ipotesi immaginabili quella di una missione dei caschi blu, anche se nell'esecutivo non si nascondono le difficoltà di una simile prospettiva. Rush referendum: Meloni va da Fedez e il centrosinistra in piazza del popolo.

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L’Italia punta sulla diplomazia e sulla de-escalation a Hormuz

Puntare sulla diplomazia, sul dialogo, per arrivare a soluzioni multilaterali. Sono le parole d’ordine ricorrenti nelle considerazioni, sempre all’insegna della cautela, con cui nel Governo si maneggiano il conflitto in Iran e i suoi risvolti. A partire dalla sicurezza dello Stretto di Hormuz: il Ministro della Difesa Guido Crosetto indica tra le ipotesi immaginabili quella di una missione dei caschi blu, anche se nell’esecutivo non si nascondono le difficoltà di una simile prospettiva. Innanzitutto, per la presenza di Cina e Russia nel Consiglio di sicurezza, e poi perché il coinvolgimento dell’Onu può avvenire solo con un cessate il fuoco immediato, che al momento non appare messo in conto da Usa e Israele. La linea è quella ribadita da Giorgia Meloni: “L’Italia non partecipa a questo attacco nei confronti dell’Iran e non intende partecipare” dice in una puntata del Pulp Podcast di Fedez, “Il nostro lavoro è favorire una de-escalation”. In quest’ottica non trova sponde italiane l’appello lanciato a più riprese da Donald Trump; il presidente Usa da tempo non viene citato dalla premier, che descrive una “evidente crisi del diritto internazionale, con decisioni unilaterali che si moltiplicano e istituzioni sempre meno efficaci”. 

Difficile attendersi prese di posizione formali, ma di fatto l’Italia si è dissociata dall’offensiva lanciata da Usa e Israele, invisa alla gran parte degli italiani, come dimostrano anche i sondaggi interni, guardati sempre con attenzione. L’ultimo contatto diretto con i vertici dell’amministrazione di Washington resta la telefonata fra il vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio, il 4 marzo, cinque giorni dopo l’inizio della guerra. Hormuz è in cima alle priorità affrontate anche nei contatti internazionali della premier, che con i suoi Ministri sarà alla consueta colazione di lavoro al Quirinale, alla vigilia di un delicato Consiglio Ue. La fregata italiana Rizzo resta distante, impegnata nella missione Aspides nel Mar Rosso, che “può essere rinforzata per assicurare la tranquillità nel passaggio in quella stessa zona e nello stretto di Suez”, specifica Crosetto. 

Per Tajani, la crisi nello stretto tra la penisola arabica e l’Iran, snodo chiave per i commerci mondiali, va risolta per via diplomatica. “Non so quanto sia conveniente, anche dal punto di vista militare, andare a infilarsi in un golfo, in uno stretto complicato. Non facciamo una battaglia di Salamina al contrario. Non è che i Paesi si siano detti contrari a mettere in sicurezza Hormuz, hanno detto di no a una missione che poteva sembrare quasi un ingresso in guerra in quel canale”, precisa Crosetto, spiegando che “tutti i Paesi auspicano una missione multilaterale. Magari le Nazioni Unite si mettessero alla testa di questa cosa”. L’Italia teme un’escalation anche in Libano, dove Tajani auspica che non si ripeta la situazione “inaccettabile” di Gaza; il Ministro condanna anche gli “atti di bullismo” contro i caschi blu diUnifil, sulla base italiana a Shama sono caduti i detriti di razzi. “Le alternative sono due” avverte Crosetto “o in qualche modo gli Hezbollah vengono disarmati da una missione multilaterale delle Nazioni Unite o li disarma Israele con la guerra, come sta facendo adesso”. 

Insomma, per Unifil servirebbero nuove regole di ingaggio. Nel frattempo, Roma smobilita il personale non essenziale nell’area del Golfo. Dopo l’attacco del drone all’hotel di Baghdad dove alloggiavano alcuni militari italiani della Nato Mission Iraq, che punta alla stabilizzazione del Paese, è partita una nuova operazione di evacuazione “quasi totale” dei nostri soldati. Trasferiti in Kurdistan, si sposteranno in Turchia prima di essere rimpatriati, spiega Crosetto. Si lavora anche al supporto a favore dei Paesi del Golfo, dall’ipotesi sulla batteria missilistica Samp-T ai sistemi anti-drone.  

L’Italia cerca una strada contro l’Ets, ma in Ue è ancora in minoranza

Ambizioni green e tenuta industriale: il risiko dell’Ets, riacceso dalle tensioni petrolifere nello Stretto di Hormuz, amplia le linee di frattura tra i Ventisette. Il Governo italiano si muove per costruire una sponda in vista del vertice dei leader, coinvolgendo i Paesi dell’Est, l’Austria e la Grecia, ma resta in minoranza. La preoccupazione per l’impatto sulle bollette del sistema europeo delle emissioni di CO2 “è diffusa”, è la tesi contenuta in un non paper promosso dall’Italia insieme con altri otto Paesi, concordi nel mettere a punto “iniziative comuni” per ridurre l’impatto del meccanismo sui costi dell’energia in patria. Pur continuando a evocare una sospensione sul termoelettrico, la posizione italiana si è così progressivamente sfumata: il punto di caduta, ha osservato a Bruxelles il Ministro Gilberto Pichetto Fratin, può essere anche una “soluzione diversa”, purché sufficientemente robusta da raffreddare i prezzi. 

La linea si scontra però con il fronte formato da NordiciSpagna e Portogallo, determinati a preservare l’impianto dell’Ets e sostenuti, nelle linee generali, anche da Berlino, orientata a circoscrivere gli interventi ad “aggiustamenti lievi”, in particolare a tutela dei settori più esposti come la chimica. “La maggioranza dei leader ritiene l’Ets indispensabile non solo per la transizione, ma anche per le strategie d’investimento”, ha riferito un alto funzionario Ue, delineando gli schieramenti su uno dei “capitoli centrali” del confronto. “La natura dell’Ets è assimilabile a una tassa”, è tornato però a denunciare Pichetto, ricordando come per l’Italia l’onere superi i 7 miliardi e, a causa dell’architettura stessa del sistema, “non sia riducibile”. Alla luce del rialzo dei prezzi di gas e petrolio, la richiesta resta quella di una “correzione” incisiva. Il governo di Viktor Orban si spinge già a dettagliarla, proponendo di escludere le centrali a gas dal sistema, prorogare oltre il 2034 le quote gratuite per le industrie energivore e rinviare al 2030 l’introduzione dell’Ets2, destinato dal 2028 a essere applicato a trasporti ed edifici, in nome della “tutela della competitività”. Proprio il terreno delle quote gratuite si profila come il punto su cui l’Italia potrebbe trovare maggiore convergenza, in virtù del favore di Friedrich Merz a sostegno delle industrie più strategiche. 

Al tavolo dei leader, Ursula von der Leyen muoverà le prime pedine illustrando la futura revisione della riserva di stabilità del mercato, nuovi benchmark per una decarbonizzazione definita “più realistica” e un ponte finanziario verso la Industrial Decarbonization Bank, nel tentativo più urgente di contenere la volatilità dei prezzi senza intaccare l’architettura del sistema. Ma, fatta salva la maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato già pronta, nel breve periodo non sono previsti interventi Ue sul design del mercato elettrico. E anche la riforma complessiva dell’Ets arriverà soltanto a luglio. “L’unica via d’uscita dalla situazione attuale è una maggiore indipendenza energetica”, ha ribadito il Commissario Ue al clima Wopke Hoekstra, confermando una rotta ormai consolidata: più investimenti nelle reti, più rinnovabili, più nucleare, maggiore capacità di stoccaggio, un’impostazione accompagnata dal richiamo a “garantire la prevedibilità”; gli investimenti, è il messaggio, vanno tutelati evitando scossoni all’Ets. 

Rush referendum: Meloni va da Fedez e il centrosinistra in piazza del popolo

Tra duelli tv e interviste che non ti aspetti la campagna referendaria si avvia alle battute finali prima del voto di domenica e lunedì. “Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia”, quindi “non mi dimetterei perché è mia intenzione terminare il mandato” e “separare le carriere significa rafforzare il principio costituzionale del giudice terzo e imparziale”, ribadisce la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra. L’intervista del rapper, sul referendum e non solo, è di per sé una novità che accende il dibattito anche perché i responsabili della trasmissione fanno sapere che altri, come la segretaria del Pd Elly Schlein, hanno declinato l’invito, mentre il leader M5S Giuseppe Conte non ha risposto. 

Da Sky Tg24 passa invece il primo faccia a faccia tra il ministro Carlo Nordio e l’avvocato Enrico Grosso, presidente del Comitato per il No promosso dall’Anm. “La riforma non prevede alcun assoggettamento del Pubblico ministero all’esecutivo” e in più “grazie al sorteggio si recide il vincolo delle correnti nel Csm”, assicura il Guardasigilli al quale Grosso risponde che “il problema non è l’indebolimento del Pm ma di tutti i magistrati”. “Se vince il No non avrà nessun effetto né sul Governo né sul Parlamento” afferma Nordio “ma non sarà più possibile continuare con quelle riforme che dovrebbero allinearci con l’Ue”. E a chi gli chiede un pronostico sull’affluenza alle urne, il titolare di via Arenula risponde di augurarsi “almeno il 50-60%”. I toni restano accesi e non mancano scontri e polemiche: la bufera del giorno si abbatte sul senatore di FdI Franco Zaffini che in un convegno per il Sì al referendum si lascia scappare che “quando caschi davanti alla magistratura è come se ti diagnosticano un cancro”. Immediata la replica di Angelo Bonelli di Avs che stigmatizza le parole “indecenti e inaccettabili”; Emma Pavanelli del M5S parla di “vergognosa furia delirante” e la responsabile giustizia del Pd Debora Serracchiani taglia corto: “Non c’è limite al peggio”, mentre accomuna tutte le opposizioni la richiesta di una presa di distanza da parte della premier Giorgia Meloni sulle parole del senatore FdI. 

Tra i botta e risposta e le stoccate sale anche lo scontro sul tema par condicio con i sostenitori del No che lamentano condizioni di assoluto squilibrio: il Pd chiede all’Agcom una “sanzione esemplare” per l’intervista andata in onda lunedì sera su Rete4 alla presidente del Consiglio che viene descritta dai parlamentari dem in Commissione di Vigilanza come “un vergognoso monologo di mezz’ora con un conduttore primo fan”. “Va ristabilito equilibrio, garantendo pari spazio e condizioni alle posizioni del No” attacca da Avs Peppe De Cristofaro, “perché l’informazione va salvaguardata dalla battaglia politica, e i media non possono diventare tifosi e trasformarsi in megafono del potere e del governo”. Il rush finale del fronte del NO passa da Piazza del Popolo, a Roma, dove oggi si riuniranno Comitati e leader politici comeSchlein, Conte, Fratoianni e A Bonelli di Avs, oltre al segretario della Cgil Maurizio Landini. “Vi aspettiamo tutte e tutti per difendere insieme la nostra Costituzione”, è l’invito che corre via social in un video della segretaria Pd Elly Schlein, mentre dal Movimento 5 stelle Giuseppe Conte suona la carica: “I parlamentari di FdI chiedono di andare a caccia di voti clientelari, sono davvero disposti a tutto e dobbiamo reagire. Votiamo No”. 

La Biennale assicura il rispetto delle sanzioni alla Russia, Giuli valuta 

A meno di 48 ore da uno degli eventi principali della fase preparatoria della Biennale, la presentazione del Padiglione Centrale restaurato, resta alta la tensione tra l’istituzione e il Governo per la partecipazione della Russia. La Fondazione ha annunciato di aver inviato tutte le carte chieste dal ministero della Cultura, ribadendo che “nessuna norma è stata violata e che le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come nostro dovere”. La documentazione è ora al vaglio del Ministro Alessandro Giuli, per verificare se effettivamente le leggi siano state rispettate. Verrà esaminata in particolare la corrispondenza con le autorità russe, per capire in che modo sono state definite l’organizzazione e la gestione della performance degli artisti. La Biennale ha sempre sostenuto di aver semplicemente preso atto della comunicazione arrivata da Mosca, che avrebbe chiesto, come da prassi, di partecipare alle mostre in quanto proprietaria di un padiglione. 

Il Ministro, prima ancora di chiedere l’invio delle carte e le dimissioni della rappresentante del Mic nel Cda dell’Ente veneziano, aveva sottolineato che il Governo è tenuto a rispettare l’autonomia della Biennale. È però opinione diffusa nella maggioranza, ad esclusione della Lega, che in questa situazione debba prevalere l’interesse nazionale, in linea con la politica estera del Paese. Non è chiaro, comunque, fino a che punto possa spingersi il ministero: il commissariamento in passato si è verificato per diverse fondazioni liriche solo in caso di gravi violazioni di legge o di dissesto finanziario. C’è chi ha ipotizzato la possibilità di dichiarare persone non gradite gli artisti russi, presenti solo nella fase che precede l’apertura ufficiale del 9 maggio per registrare una performance che sarà poi proiettata nel padiglione, impedendone così l’ingresso nel Paese. In realtà dalle forze di governo è piuttosto arrivato l’auspicio che sia il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco a fare un passo indietro chiudendo le porte alla Russia, ma al momento da Venezia arrivano tutt’altri segnali. 

È evidente, in ogni modo, che la questione travalica le stanze di via del Collegio Romano e coinvolge i piani alti del Governo, tanto che sarebbe previsto un incontro tra il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari e Alessandro Giuli per decidere i prossimi passi. Oggi il Ministro dovrebbe sciogliere la riserva sulla sua presenza giovedì alle 12 alla presentazione del Padiglione Centrale, sede delle mostre allestite dai curatori scelti dalla Biennale. Una sua assenza farebbe molto rumore, anche perché l’edificio è stato riqualificato con i fondi stanziati proprio dal Mic nell’ambito del Pnrr. La vicenda divide non solo la maggioranza, ma anche l’opposizione. Il leader della Lega Matteo Salvini torna a difendere l’operato della Biennale, schierandosi contro “la russofobia”, proprio mentre i parlamentari M5S in Commissione Cultura stigmatizzano la decisione di escludere Svetlana Zakharova, étoile del Bolshoi di Mosca, dal Gala di danza di Roma, definendola “censura culturale”: una doppia presa di posizione che spinge il senatore del Pd Filippo Sensi a rimarcare la “convergenza gialloverde”, “anche su Zacharova, come su Biennale e gas russo”.

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