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La Giornata Parlamentare. Golfo, l’Italia invierà mezzi per la difesa aerea. Cresce il ‘No’ al referendum?

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Meloni: "non vogliamo entrare in guerra". L'Italia invierà aiuti militari per la Difesa dei Paesi del Golfo. Le opposizioni attaccano Tajani e Crosetto e invocano la Premier in Aula. Il centrodestra è preoccupato per la rimonta del No.

La Giornata Parlamentare è curata da Nomos, il Centro studi parlamentari, e traccia i temi principali del giorno. Ogni mattina per i lettori di Key4biz. Per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca qui. 

Meloni parla chiaro: non vogliamo entrare in guerra

L’Italia non è in guerra e “non vuole entrarci”. Giorgia Meloni riferirà in Parlamento sulla situazione in Iran e nel Golfo l’11 marzo, ma mentre le opposizioni la chiamano in Aula a una voce sola, lei chiarisce prima in radio la posizione dell’Italia. Al momento, ribadisce, invierà aiuti militari (“per lo più di difesa aerea”) nel Golfo, in termini di mezzi e non di uomini. Intanto, la Farnesina chiude temporaneamente l’ambasciata italiana a Teheran, trasferendo il personale a Baku, in Azerbaigian. “Si è appena conclusa la missione che ha coinvolto circa 50 italiani di Teheran, hanno appena passato il confine azero. Tra questi il nostro Ambasciatore e i diplomatici perché, per motivi di sicurezza, abbiamo deciso di chiudere temporaneamente l’Ambasciata d’Italia a Teheran e però il personale diplomatico si trasferisce a Baku, dove continuerà a tenere i rapporti con l’Iran. Quindi presso l’Ambasciata d’Italia in Azerbaijan ci sarà anche l’Ambasciata d’Italia presso l’Iran”, informa il ministro Antonio Tajani in serata. In merito alle basi militari in Italia, al momento non c’è nessuna richiesta per un loro uso più esteso. La questione, eventualmente, passerà dal vaglio del Parlamento

Per l’utilizzo delle basi, ricorda la premier, “Tutti si stanno attenendo agli accordi bilaterali, la stessa portavoce spagnola ha detto che c’è un accordo bilaterale con gli Stati Uniti, che non viene messo in discussione, questo vale anche per noi”. Mercoledì sera, la presidente del Consiglio ne ha parlato al Quirinale con il presidente della Repubblica, senza divergenze, assicura. I contrasti con Sergio Mattarella sono “totale fantascienza”, commenta. Meloni ha sentito anche il presidente francese Emmanuel Macron: i due leader “hanno ribadito il comune impegno per sostenere le Nazioni del Golfo colpite dagli ingiustificabili attacchi iraniani e la sicurezza di Cipro e a evitare un’escalation militare in Libano”. Meloni ha avuto con Volodymyr Zelensky un approfondito scambio di vedute sullo stato di avanzamento del processo per il raggiungimento di una pace giusta e duratura per l’Ucraina e sui prossimi passi da compiere. Palazzo Chigi ribadisce come per i due “sia indispensabile l’unità di vedute tra partner europei e americani e il riconoscimento del contributo europeo al processo di pace, il cui esito tocca interessi europei fondamentali ed è determinante per la stabilità e sicurezza del continente”. 

In radio, la premier conferma il costante contatto con i Paesi alleati e con tutti i leader del MO, ricordando che la priorità resta la messa in sicurezza delle decine di migliaia di italiani che sono nell’area: militari, diplomatici, turisti. “Stiamo cercando di dare assistenza a chi è rimasto bloccato. Abbiamo organizzato i primi convogli, cerchiamo di farli partire da aeroporti sicuri”. In base ai dati aggiornati a oggi dalla Farnesina, nella regione si registra la presenza di circa 8.900 turisti italiani, cui si sommano gli oltre 6000  in Thailandia e alle Maldive. Intanto, la sottosegretaria agli Esteri, Maria Tripodi, ha partecipato al Consiglio Affari Esteri straordinario con i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), per fare il punto con i partner dell’area, obiettivo di azioni ritorsive iraniane a seguito dell’escalation innescata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele. Nei lavori, i Ministri hanno discusso dei danni causati dagli attacchi iraniani, che hanno colpito infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi, servizi essenziali e aree residenziali. L’Italia ha negoziato e sostenuto l’adozione di una dichiarazione congiunta Ue-Gcc, per ribadire la piena solidarietà europea ai partner del Golfo e affermare l’urgenza di una de-escalation delle tensioni nell’intera regione, inclusa la situazione in Libano, ribadendo l’impegno per la stabilità regionale, la protezione dei civili e il pieno rispetto del diritto internazionale, del diritto umanitario e dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Si guarda, in particolare, ai rischi connessi a un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transitano oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno. 

Le opposizioni attaccano Tajani e Crosetto e invocano Meloni in Aula

Nell’aula di Montecitorio prima e del Senato poi, ancora prima di entrare nel merito delle comunicazioni dei Ministri degli Esteri e della Difesa Antonio Tajani e Guido Crosetto sulla crisi iraniana, le opposizioni protestano per l’assenza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ma, alla Camera, sono spaccate in tre: Pd, M5S e AVS presentano una risoluzione unitaria, Italia viva una autonoma e Azione e il Partito liberaldemocratico di Marattin un’altra ancora. Al Senato le risoluzioni di minoranza sono due: quella di Pd-M5S-AVS e quella di Iv. La premier, pochi minuti prima che si apra la seduta della Camera, concede un’intervista a una radio: “Parli al Paese attraverso il Parlamento invece che alla radio, qual è la linea politica?” è la contestazione di Anna Ascani. Peraltro, a giudizio di Maria Elena Boschi, “se fosse qui a sentire la replica di Tajani si metterebbe le mani tra i capelli”. Le opposizioni hanno tuonato contro “la morte del diritto internazionale prima e dell’Europa politica poi” chiedendo nella risoluzione unitaria di Pd-M5S e AVS di non concedere l’utilizzo di basi a “forze armate americane presenti sul territorio italiano per attacchi militari contro l’Iran”: è il momento di massima tensione in aula. 

Dai banchi delle opposizioni gli gridano “vergogna” e Tajani visibilmente spazientito, dopo essere stato interrotto più volte da mugugni e urla, ribatte che lui non si deve vergognare “di niente” e che altri, magari, “sì”, quelli, ad esempio, che “non hanno rispettato il Parlamento quando hanno mandato gli aerei italiani a bombardare nei Balcani”. “Era il presidente del Consiglio Massimo D’Alema che era parte, onorevole Provenzano, del suo partito”. E quelli che, insiste il ministro all’indirizzo dei 5 stelle, sono andati “in ginocchio da Trump e dalla Merkel”; Riccardo Ricciardi gli risponde di “sciacquarsi la bocca” prima di nominare il Movimento. Intanto, la segretaria dem Elly Schlein si chiede se sia “normale che il ministro Tajani venga qui a fare appelli all’unità mentre Giorgia Meloni va alla radio ad attaccare le opposizioni”; il Governo, attacca, deve essere chiaro nel dire oggi, ora, che non appoggia “una guerra che viola il diritto internazionale”. 

Poche scintille al Senato, soprattutto suscitate dall’intervento del leader di Iv Matteo Renzi, che accusa Tajani di “mediocrità. Siamo oltre la politica, siamo all’avanspettacolo. Manca che ci dia la ricetta delle tagliatelle e ci chiederemo se c’è nonna Pina alla Farnesina o c’è la gloriosa tradizione della diplomazia italiana”. La replica del vicepremier: “È facile andare nel Golfo per fare conferenze ben pagate” ma “è molto più difficile tutelare i cittadini italiani”. Renzi però ne ha anche per Guido Crosetto, a suo dire preso di mira da “qualcuno all’interno dei servizi d’intelligence”, come dimostra il fatto che da due anni “su alcune testate ci sono le veline di un conflitto tra il ministro Crosetto e il sottosegretario Mantovano”; laconica la replica del titolare della Difesa: “Ho piena fiducia in Alfredo Mantovano”, commenta. Quanto alle risoluzioni sulle comunicazioni, alla Camera l’opposizione di centro propone suoi documenti autonomi, più vicine a quella di maggioranza: Italia viva chiede l’impegno per la de-escalation mentre Azione e il Pld chiedono di aumentare gli investimenti sulla difesa. Un pezzo di queste risoluzioni ottiene il parere positivo del Governo e passa, mentre la risoluzione del campo progressista viene invece bocciata. Al Senato, come da regolamento, approvata la risoluzione di maggioranza restano precluse quelle di minoranza. 

Il centrodestra è preoccupato per la rimonta del No

A poco più di due settimane dal referendum sulla giustizia, anche nei sondaggi il No è dato in crescita, soprattutto se l’affluenza dovesse attestarsi sotto il 50% degli aventi diritto. Tanto che se Antonio Tajani sprona i suoi a fare di più per la riforma della giustizia è la stessa Giorgia Meloni che in radio, dopo avere ampiamente affrontato il dossier della guerra alle porte dell’Europa, lancia un accorato appello al voto: chi la vuole, la separazione delle carriere, se poi il 22 e il 23 marzo non spenderà quei “cinque minuti” per depositare il suo sì nell’urna, “non potrà lamentarsi”. “Ora o mai più” dice la premier alla radio di prima mattina, elencando quelli che a suo avviso sono i pro della riforma, sempre gli stessi che il ministro Carlo Nordio va raccontando in giro per l’Italia e di recente pure il sottosegretario Alfredo Mantovano: la fine delle correnti grazie al sorteggio del Csm, che “garantisce minore dipendenza dalla politica”, e il premio al “valore dei singoli magistrati”, come sostiene anche il Consiglio nazionale di FI che si è riunito proprio per lanciare la volata finale in vista dell’appuntamento elettorale. 

La sinistra invece si ritrova a “mentire”, è la tesi della premier e del centrodestra, perché non ha argomenti nel merito per criticare la riforma, e ha politicizzato la partita perché sul piano tecnico non saprebbe “cosa dire”, ripetono anche i suoi. Meloni poi ha puntato il dito contro quei “giudici che bloccano” espulsioni e rimpatri di migranti illegali che sono anche, e cita un caso specifico, “stupratori”: dove sono, si chiede, “le femministe?”. Non si fa aspettare la risposta delle deputate del Pd, che rinfacciano a Meloni invece di “usare il dramma degli stupri per la campagna referendaria”, facendo riferimento anche a un post di FdI che ha rilanciato il messaggio della premier. A cercare di abbassare i toni “seguendo le sagge indicazioni di Sergio Mattarella” ci prova intanto il Guardasigilli, che si dice pronto anche a “stringere la mano” al procuratore generale Aldo Policastro, dopo le tensioni di inizio febbraio. Nordio non teme che i venti di guerra che arrivano dal MO, dopo gli attacchi di Usa e Israele all’Iran, possano distrarre dal referendum. 

Ma il timore, a taccuini chiusi, è piuttosto diffuso nel centrodestra, mentre il sondaggio Ipsos che vede il No prevalere con affluenza al 42% non è passato per niente inosservato. Anche a Sanremo “ha vinto il sì”, scherza il presidente del Senato Ignazio La Russa, riferendosi al titolo della canzone di Sal da Vinci. Ma per centrare un risultato che sembrava assai più scontato solo poche settimane fa, dicono tutti nel centrodestra, bisogna spingere nelle ultime due settimane di campagna elettorale. La stessa Meloni, è l’auspicio assai diffuso nel suo partito, potrebbe partecipare a un evento pubblico a Milano, il 12 marzo, organizzato da FdI, una maratona a sostegno del sì in teatro (al teatro Parenti) cui dovrebbe partecipare tutto lo stato maggiore del partito, Ministri compresi. 

Vannacci ribadisce la sua posizione sull’Ucraina e la distanza da Putin

Contatti seppure “sporadici” con il mondo dei Maga, intenzione di partecipare a qualche evento che ruota intorno all’area trumpiana, nessun legame con Vladimir Putin nonostante le ottime relazioni intessute con Mosca quando ricopriva l’incarico di addetto per la Difesa alle ambasciate di Russia, Bielorussia, Armenia, Turkmenistan. Posizione chiara sulla guerra in Ucraina: si risolve accettando le condizioni della Russia. Roberto Vannacci traccia i contorni di Futuro Nazionale rispondendo per due ore alle domande dei corrispondenti stranieri a Roma, russi compresi, nella sede della stampa estera a Palazzo Grazioli. Due ore di conferenza nonostante una sala non gremita anche perché in contemporanea alla Camera ci sono le comunicazioni dei Ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani sugli aiuti italiani ai paesi del Golfo nel mirino dell’Iran dopo l’attacco di Usa e Israele a Teheran. È tanta la curiosità dei corrispondenti verso l’europarlamentare eletto con la Lega di Matteo Salvini con più di 500mila preferenze e poi uscito per fondare un partito tutto suo che in Europa è già andato più a destra di tutti i partiti del centrodestra italiano aderendo al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, lo stesso di Afd. 

L’ex generale annuncia che “il primo vagito di Futuro Nazionale sarà con l’Assemblea costituente di giugno, probabilmente a Roma”: in quell’occasione sarà presentato il programma. Il partito punta ai delusi dal Governo Meloniche ha “tradito” e “infranto” alcuni “baluardi” della destra ma i partiti dell’attuale maggioranza restano “l’interlocutore naturale”. Ma è sulla politica estera che piovono domande; quella su “dove ci ha portato la guerra in Ucraina, quale è il bilancio adesso e cosa può fare l’Europa” arriva dal corrispondente dell’agenzia russa Ria: Vannacci ribadisce che “la guerra in Ucraina ci ha portato a un disastro e chi ne paga le conseguenze sono gli ucraini e poi gli europei” e che “la pace giusta non è mai esistita: nella storia dell’umanità ho sempre visto la pace del vincitore”. Ricorda che “oggi quasi il 20% del territorio ucraino è conquistato dai russi” quindi “bisogna accettare le condizioni russe”. Ne snocciola tre da cui secondo il suo parere deve partire il tavolo negoziale: “La neutralità ucraina, non rinunciare ai territori conquistati militarmente, non dislocare in Ucraina i sistemi Nato”. 

Interpellato sui suoi presunti legami con la Russia, l’europarlamentare le bolla come “farloccherie” della sinistra. E chiarisce: “Non sono filo-russo, non mi paga Putin, non ho la villa in Crimea. Le accuse di essere filoputinista mi fanno ridere, qualcuno ci campa, lo faccia, non mi disturba più di tanto”. La corrispondente dell’agenzia Tass gli chiede se alle prossime elezioni politiche pensa di far parte della coalizione di centrodestra “e magari anche di migliorarla” sottolineando come abbiano “cose in comune ma anche divergenze ad esempio sulla crisi ucraina”. È l’occasione per Vannacci di ribadire che “il supporto incondizionato in termini di armi ed economia all’Ucraina non porta bene all’Europa e che è meglio una sconfitta oggi che una disfatta domani. Vorrei portare questo pragmatismo all’interno della coalizione”.

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