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La Giornata Parlamentare. Cosa è successo a Erbil? Urso e Renzi trasformano il Senato in un ring

Arbil, Erbil, Iraq, Medio Oriente

Arbil, Erbil, Iraq, Medio Oriente

Colpita una base italiana a Erbil. Crosetto e Tajani rassicurano

Poteva andare molto male per il contingente italiano impegnato nella base internazionale di Erbil in Iraq ma per fortuna, l’attacco non ha provocato danni al personale. A ricostruire la vicenda è il comandante del contingente nazionale della missione Prima Parthica Stefano Pizzotti: “Nella notte tra l’11 e il 12 marzo 2026, a mezzanotte e 40 circa ora locale si è verificato un attacco con un drone su Erbil, nel Kurdistan iracheno, sede dell’Italian National Contingent Command Land. Già a partire dalle 20.30, il contingente italiano era stato attivato dalle forze della coalizione per un allarme di minaccia aerea e i militari italiani presenti all’interno della base, seguendo le procedure di sicurezza previste, avevano raggiunto le zone protette assegnate”. La notizia in Italia circola nella tarda serata, quando il parlamentare di Avs Angelo Bonelli in tv, legge un messaggio inviato dal ministro della Difesa Guido Crosetto a tutti i leader delle opposizioni, dopo aver avvisato la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri e il resto del governo. Le antenne di Palazzo Chigi e Farnesina si attivano subito per capire cosa stia accadendo, chi possa aver colpito la base e perché. 

“Continuo a seguire con attenzione quanto accaduto alla nostra base di Erbil, sono in costante contatto con i Ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto per monitorare la situazione”, scrive su Meloni, che anche a nome del Governo esprime “solidarietà e vicinanza ai nostri militari, rimasti illesi a seguito dell’attacco: l’Italia è orgogliosa del coraggio e della professionalità che mettono nel lavorare quotidianamente per la pace e la sicurezza nei molti teatri di crisi”. Al Tg1 Crosetto dice che si è trattato di un attacco deliberato, perché “quella è una base della Nato nell’Aeroporto di Erbil, quindi è anche americana, per cui erano già avvenuti nei giorni scorsi degli incidenti o dei tentativi d’attacco”. Il ministro della Difesa annuncia che il contingente sarà ridotto, sebbene precisi che la decisione non è dettata dagli eventi delle ultime ore ma presa da tempo: “Abbiamo già fatto rientrare 102 persone in Italia da quella missione, ne abbiamo spostate una quarantina in Giordania e degli attuali 141 era già in fase di programmazione un rientro, che non è facile perché non è possibile mandare un aereo, quindi deve avvenire via terra, probabilmente via Turchia”. Anche il consolato a Erbil sarà “alleggerito”, spiega Tajani al question time in Senato. Il vicepremier conferma che sono già partite le indagini per accertare dinamica e responsabilità, ma anche in Parlamento ribadisce la posizione del nostro Paese: “L’Italia non è coinvolta in nessuna guerra e non abbiamo alcuna intenzione di farci trascinare in una guerra cui nessuno ci ha chiesto di partecipare” e conferma al Tg4 che i militari italiani a Erbil “verranno spostati in tempi rapidi”. 

La vicinanza al contingente italiano arriva dalle alte cariche istituzionali e da tutte le forze politiche. “Esprimo ferma condanna per l’attacco alla base dove sono dislocati militari italiani impegnati nell’addestramento delle truppe locali”, dichiara il presidente del Senato Ignazio La Russa. “Solidarietà, a nome mio e della Camera dei deputati, ai nostri militari”, dice il presidente Lorenzo Fontana, “Siamo loro vicini, con gratitudine e riconoscenza”. Il pensiero è comune, dalla maggioranza alle opposizioni, con i dovuti distinguo sulle rispettive posizioni in merito all’attacco congiunto di Usa e Israele in Iran e la risposta di Teheran che ha coinvolto diversi Paesi dell’area del Golfo, sebbene non avessero preso parte alle operazioni militari. Tra l’altro, si tratta di partner commerciali di primo piano anche per l’Italia. 

Nelle ultime ore Teheran si è riorganizzata eleggendo come nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, figlio del leader ucciso dai bombardamenti. La sua prima uscita pubblica ha confermato la linea di durezza: “Hormuz continuerà a essere chiuso”, non solo, ha aggiunto, “l’Iran crede nell’amicizia con i vicini, ma continuerà ad attaccare le basi statunitensi”. Dall’Italia è Tajani a commentare: “C’è una guerra in corso, è ovvio che faccia dichiarazioni che, però, non so quanto possano essere gradite al resto del mondo, neanche a quei Paesi cui poteva fare riferimento”, dice il Ministro degli Esteri. Che va ancora più nello specifico: “Non credo la chiusura di Hormuz sia un segnale che possa essere gradito alla Cina, così l’Iran rischia di isolarsi sempre di più”. 

Tensione tra Renzi e Urso in Aula Senato durante il question time

Seppur quasi deserta, l’aula del Senato diventa un ring in pochi minuti. A innescare il match nel pomeriggio sono le accuse incrociate tra Matteo Renzi e il ministro Adolfo Urso che durante il question time si rimpallano i rapporti con il regime iraniano. Ma alla solita dialettica dell’ex premier stavolta si contrappone una violazione del regolamento da parte del Ministro. Urso azzarda una controreplica, non prevista per gli esponenti del Governo (nel question time l’ultima parola spetta ai parlamentari autori della domanda) e contrattacca il leader di Italia viva. Tra urla e proteste, sale la tensione e finisce nella battaglia pure la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli, contestata duramente dalle opposizioni per la gestione dell’aula. 

Un extra match va in scena a fine seduta con senatori di PdIv e M5S che invocano più imparzialità e rispetto delle regole, specie nei rapporti tra Governo e Parlamento. A scaldare l’aula sono le parole di Renzi: rivolgendosi al Ministro delle Imprese denuncia che nel 2016 “non faceva il parlamentare, ma aveva una società che si occupava di investimenti in Iran, faceva l’amico degli iraniani: lo definì amico dell’Iran Matteo Salvini, non io”. Da qui l’accusa di occuparsi del Governo iraniano, e non dell’Italia. Urso aspetta che il suo microfono sia di nuovo acceso e anziché rispondere all’interrogazione successiva (del senatore Nave dei 5S) invita gli studenti in tribuna a cercare su Internet le parole “Renzi e Rohani” (l’ex presidente iraniano) e scandisce: “Colui che parlava prima è lo stesso che si inginocchiò a Rouhani al Campidoglio”. Scatta subito l’alt di Ronzulli che sta presiedendo l’aula e che stoppa il Ministro ricordandogli di essere “fuori tema”. Urso prova ad andare avanti e la senatrice di FI gli intima che “non può interloquire” con il senatore. Un istante dopo i renziani, e non solo, protestano e Ronzulli reagisce a tono. Dice a Renzi di comportarsi da “tifoso” e che gli altri senatori sembrano “sugli spalti” di uno stadio. 

Per l’ex segretario del Pd, la colpa di Ronzulli è lampante: “Non ha redarguito in tempo il Ministro Urso che violava il regolamento del Senato, il che denota un’ignoranza istituzionale”. E rammenta che “il Parlamento è di tutti, non del centrodestra”. Quindi ne fa “un problema che riguarda la presidenza del Senato” citando l’insulto del presidente Ignazio La Russa sentito, nei giorni scorsi, in un fuorionda in aula contro Antonio Nicita del Pd. Ronzulli si difende dicendo di aver “tolto il microfono al Ministro” e di essere intervenuta “immediatamente”, forte dei resoconti e della diretta su Rai Parlamento oltre che dei complimenti di Graziano Delrio per la gestione dell’aula. Ma più tardi è Raffaella Paita, capogruppo di Iv ad affondare il colpo: chiederà che Ronzulli venga esonerata dalla gestione del question time.

Meloni rilancia il Sì e chiarisce “Non vogliamo liberarci della magistratura”

Nel giorno in cui tende la mano all’opposizione sentendo tutti i leader per dare la disponibilità del Governo ad aggiornarli costantemente sull’evoluzione della crisi in MO, Giorgia Meloni chiede anche una mano agli italiani in vista del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo. Dal palco allestito al Teatro Parenti di Milano per l’evento a favore del Sì organizzato da FdI, la premier si rivolge agli italiani perché, confessa, “noi ce la stiamo mettendo tutta per modernizzare questa nazione, per farle voltare pagina, per consentirle di tornare a stupire il mondo, però stavolta non ce la facciamo da soli. Stavolta c’è bisogno di voi”. A pochi giorni dal voto l’invito è chiaro: “Non restate a casa, non voltatevi dall’altra parte, non disinteressatevi. Ci sono momenti nei quali una nazione deve sapersi guardare allo specchio e decidere se restare com’è o se provare a diventare migliore. Questo è esattamente uno di quei momenti. Cinque minuti, una croce sul Sì e insieme possiamo aprire una pagina nuova per la giustizia italiana e per la nostra nazione”. 

La presidente del Consiglio aprendo il suo intervento non può fare a meno di sottolineare che le giornate sono scandite dalla crisi in Medio Oriente: “siamo concentratissimi sulla diplomazia da mettere in campo per evitare un ulteriore allargamento e sulle risposte che dobbiamo dare alle possibili ripercussioni per la nostra economia e quindi per i cittadini”. La guerra in Iran, tuttavia, non deve portare a “rinunciare a dedicare la giusta attenzione che merita il traguardo epocale di riuscire finalmente a riformare in Italia anche la giustizia”. Finora, sottolinea, non c’è riuscito nessuno e “non devo ricordare quante volte in passato gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati a causa dell’interdizione esercitata dai vertici dell’Anm o dai gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica”. La riforma “serve a far recuperare alla magistratura quel prestigio che in questi decenni è stato compromesso e umiliato dalle logiche correntizie e corporative, e a restituire ai cittadini piena fiducia nei confronti della giustizia”.

La leader di FdI prova poi a ridimensionare l’effetto negativo sulla campagna referendaria provocato dalle ultime affermazioni di Giusi Bartolozzi. “Non facciamo questa riforma perché ce l’abbiamo con qualcuno. Voglio essere molto chiara: qui nessuno ha in mente di liberarsi della magistratura” è il messaggio con cui la premier si smarca dal capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio. “Quello che noi abbiamo in mente è sistemare quello che non funziona, anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini”. Anche quelli che vorrebbero vederla lontana da Palazzo Chigi. È a loro che Meloni manda un “consiglio”: “A quelli che non mi votano, che mi detestano, dico di non cadere nella trappola perché non c’è alcuna possibilità che io mi dimetta in nessun caso. Quindi se non amate questo Governo, ma condividete la riforma, consiglio di votare Sì anche se il Governo non vi piace. Tra un anno quando si andrà a votare alle elezioni politiche avrete comunque l’occasione di mandare a casa il Governo, però intanto indipendentemente da chi guiderà il prossimo avrete portato a casa una giustizia riformata, più giusta, più efficiente, più meritocratica e più libera. Se invece votate No, vi tenete questo Governo e pure una giustizia che non funziona. Non mi pare un affarone”. 

Anche perché se la riforma “non passa stavolta molto probabilmente non avremo un’altra occasione” e allora “ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini che incideranno sulla vostra vita ogni giorno”. Non solo, ci saranno “immigrati illegali, stupratoripedofilispacciatori rimessi in libertà”, e poi “antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria”, fino ad arrivare a “figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco”, parole che richiamano a tutti quei casi di cronaca commentati dalla premier per attaccare il sistema attuale e spingere il fronte del Sì. 

Meloni chiama i leader di opposizione sul MO ma non mancano le tensioni

Il tavolo tra Governo e opposizioni sulla crisi in Medio Oriente per ora prende la forma di un coordinamento telefonico. Dopo lo scontro in Parlamento, e dopo un nuovo scambio di accuse, ieri pomeriggio Giorgia Meloni ha sentito i segretari dei partiti di centrosinistra, promettendo di aggiornarli “per le vie brevi” sulle evoluzioni della crisi in MO. “Sarebbe opportuno”, è l’input della premier, “remare insieme per rendere più forte la voce dell’Italia in questo momento, delicato come pochi altri nella storia recente, che pone davanti a difficoltà enormi ed evoluzioni continue. Che preoccupano ancor più dopo l’attacco alla base italiana ad Erbil. Lo scenario sarà al centro del Consiglio supremo di difesa, convocato al Quirinale questa mattina alle 10.00 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Colle e Governo condividono i timori di un conflitto di cui è ancora complicato prevedere gli sviluppi. Sul tavolo ci sono le ricadute sulla sicurezza interna ed energetica, gli aiuti ai Paesi del Golfo, a partire dall’invio di un Samp-T agli Emirati, ma anche la situazione dei militari italiani dislocati nell’area infiammata dall’offensiva di Usa e Israele all’Iran. 

L’attacco alla base in Iraq, di cui il Ministro della Difesa ha avvisato i segretari di opposizione con un messaggio, una prassi avviata in autunno con la vicenda di Flotilla, rende ancora più grave la situazione delineata anche nelle comunicazioni a Senato e Camera, in cui Meloni ha proposto un tavolo a Palazzo Chigi. Un’ipotesi arenatasi rapidamente tra scintille e tensioni. “Meloni sta facendo tutto da sola”, puntualizza Elly Schlein, “Noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Ora deve posare la clava. Gli italiani non meritano questo spettacolo. Lei il mio numero ce l’ha”. A stretto giro, con una nota, la premier ha respinto l’accusa di aver usato “la clava” e rivendicato “un appello al dialogo sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali”, nonché “condizioni surreali per sedersi al tavolo”. Giuseppe Conte ha spiegato di “dubitare di questa nota” e che “il tavolo, quello più istituzionale, più trasparente c’è ed è al Parlamento”. In serata Meloni ha contattato i segretari del centrosinistra uno per uno, con una mossa che sarebbe stata condivisa anche con il Quirinale. Sullo sfondo ci sono anche sondaggi interni al governo secondo cui Donald Trump e questa guerra sono invisi a quasi l’80% degli italiani. 

La strategia della premier mira anche a dare l’idea di una presa di distanza da questo conflitto e dalle accuse degli avversari di essere “l’ancella di Trump”. A Palazzo Chigi in questi giorni si lavora soprattutto al coordinamento con FranciaGermania e Gran Bretagna. “Siamo concentratissimi sulla diplomazia da mettere in campo per evitare un ulteriore allargamento della crisi e sulle risposte a possibili ripercussioni sull’economia”, ha spiegato la Meloni nel tardo pomeriggio a Milano dal palco dell’evento organizzato da FdI per il referendum. Quasi in contemporanea, la Schlein a Venezia annunciava di aver ricevuto da lei una telefonata: “Siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che sarà necessario in una situazione molto preoccupante anche per l’attacco alla nostra base a Erbil”. La premier ha chiamato anche Giuseppe ConteAngelo BonelliNicola FratoianniCarlo CalendaMatteo Renzi e Riccardo Magi

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