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La convergenza tra telco e media alla prova delle regole

Antonio Nicita

Il Rapporto I-Com 2015 su reti e servizi di nuova generazione si è concentrato quest’anno sugli scenari di business e sul ruolo delle policy in Europa e in Italia alla luce dei processi di convergenza tra telco e media. Si tratta di un’impostazione di ricerca senza dubbio apprezzabile, specie per un regolatore, quale quello italiano che fin dalla sua nascita ha assunto il profilo di autorità convergente.

Oggi non è più possibile pensare separatamente alle regole per le telco e i media. Profonde interdipendenze si manifestano ormai sia dal lato dell’offerta, con i continui processi verticali di integrazione proprietaria e contrattuale, sia dal lato della domanda, con un consumatore sempre più interessato alla fruizione ubiqua, persino in mobilità, di contenuti ad elevata capacità di banda, indipendentemente dalla piattaforma trasmissiva e dal terminale con il quale si connette.

Tipicamente, i processi di convergenza telco-media, pongono il tema del confine dei mercati rilevanti, con un perimetro destinato ad allargarsi al crescere della varietà dei prodotti e servizi oggetto di integrazione. Il paradigma di riferimento è quello dei mercati multi-versante, ma il tema che si pone è se i vantaggi della convergenza di traducano in un ampliamento della libertà di scelta dei consumatori all’interno di una data offerta e come tale libertà vada rapportata ad un possibile restringimento della libertà di scelta tra offerte concorrenti.

E’ una vecchia e non sopita questione che si era già posta all’inizio degli anni duemila, sull’ondata delle concentrazioni verticali negli USA. Allora, tuttavia, l’approccio antitrust era quello più semplice e si fondava su perimetri certi, e tutto sommato stabili, dei mercati rilevanti. Il divieto di esclusive e/o la promozione di wholesale offer a vari livelli di disaggregazione, tanto sulle reti quanto sui contenuti, diventavano cosi rimedi tipici nelle forme di must carry e must offer.

Oggi il quadro è profondamente diverso perché questi fenomeni avvengono nel cosiddetto ecosistema digitale, con l’ingresso prepotente di nuove forme di aggregazione, distribuzione, fruizione, valorizzazione dei contenuti, il tutto all’ombra della rivoluzione nell’advertising generata da una profilazione sempre più sofisticata.

Guardando all’accesso ai contenuti, occorre comprendere se eventuali esclusive sui contenuti siano davvero giustificate o mantengano caratteristiche di foreclosure e se, anche sotto il profilo della replicabilità tecnica, si debba procedere ad offerte wholesale con banda dedicata per canali HD. Ancora, con riferimento ai contenuti sportivi premium, veri e propri driver della domanda, bisogna chiedersi se la legge Melandri non debba esser superata in favore di un sistema più semplice legato ai mercati piuttosto che alle diverse piattaforme trasmissive, con maggiore spazio per nuovi entranti.

Va compreso se non sia il caso di garantire maggiore certezza agli investimenti in opere europee in cambio di forme di flessibilità, anche pluriennale, nel rispetto delle quote, favorendo accordi pluriennali tra i vari stakeholders dell’industria e riducendo l’ambito delle deroghe. Sempre in tema di quote di investimento occorre capire come estendere gradualmente gli obblighi anche a nuove modalità di fruizione e di trasmissione che sfuggono alle casistiche tradizionali, per rilanciare l’industria nazionale.

Bisogna chiedersi se la tutela del pluralismo politico-sociale e culturale sia solo un residuo ingombrante dell’era analogica o non debba piuttosto essere, magari con regole più leggere ma non meno efficaci, una preziosa bussola che orienti il confronto democratico nel rapporto con i media anche nell’ecosistema digitale.

E ancora ci si deve domandare se il monitoraggio degli ascolti e il proliferare delle “audi” siano compatibili con la complessità dei nuovi sistemi di profilazione o non si debba piuttosto procedere, con il coinvolgimento di tutti, ad una misurazione unitaria, moderna e complessiva dell’attenzione, metodologicamente più avanzata, più trasparente ed aperta al nuovo e, magari, anche alla concorrenza.

Iniziamo a chiederci se la libertà di scelta di un consumatore interessato alla fruizione di everything, everywhere sia ancora compatibile con ostacoli alla interoperabilità dei decoder, dei software e delle piattaforme che impediscono la piena mobilità nonché la “portabilità” dei contenuti.

E infine se, anche per liberare domanda per la banda ultra larga, il nostro paese debba continuare ad avere il record della capacità trasmissiva impiegata per gli usi televisivi e non si debba invece procedere ad un’allocazione efficiente delle frequenze, con un’opportuna azione di refarming di stampo europeo procedendo rapidamente alle compensazioni e alle riallocazioni utili al sistema industriale italiano.

Insomma, le domande di fronte a noi sono tante. E’ vero che una regolazione pensata in contesti diversi deve aggiornarsi per non costituire un freno allo sprigionarsi della concorrenza nell’ecosistema. Ma ciò va fatto senza dimenticare le finalità pro-concorrenziali e di tutela del pluralismo che costituiscono, ancora oggi, requisiti indispensabili affinché i processi di convergenza siano equilibrati e vantaggiosi per l’industria e per i consumatori.

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