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L’11 giugno 1982 esce nelle sale E.T. l’extraterrestre

Tutti abbiamo in mente l’immagine benevola dell’alieno E.T.: occhioni lucidi e capo inclinato nell’ascolto del suo giovane amico Elliot. In pochi sappiamo, però, che E.T. è il frutto dell’immaginazione di un italiano.

Nel 1981, Steven Spielberg chiama un abilissimo artigiano americano: voleva coinvolgerlo negli effetti speciali di un film a cui stava lavorando. L’estetica di quella proposta, però, era parecchio antiquata: l’alieno era un lucertolone al sole degli anni ’60, cioè cattivo e repellente. Il regista lo rifiuta e convoca Carlo Rambaldi (1925-2012), che allora era già uno dei maggiori esperti di effetti speciali sulla piazza. Il ferrarese, dopo aver lavorato in Italia con Comencini, Avati e Dario Argento, si era trasferito a Hollywood dalla metà degli anni ’70; qui creerà i suoi piccoli e grandi miracoli meccatronici (solo per citarne uno, King Kong), lavorando a stretto contatto con Ridley Scott, Oliver Stone e David Lynch. 

Ma torniamo a E.T. e al suo design. Sapete come Rambaldi è arrivato a quel volto? Come Leonardo, attraverso gli studi anatomici. Ma non se ne andava per obitori in cerca di morti; quegli occhi sono arrivati dopo decine di schizzi realizzati sul cranio della sua gatta sonnecchiante.

Pedala immaginazione, pedala. Anche mentre “telefoni” – pardon rimani -, sul divano di casa. 

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