Truenumbers è l’appuntamento settimanale con la rubrica curata dal portale www.truenumbers.it, il più importante sito editoriale di Data Journalism in Italia, fondato da Marco Cobianchi. Una rubrica utile per saperne di più, per approfondire, per soddisfare ogni curiosità, ma sempre con la precisione che solo i numeri sanno dare. Per leggere tutti gli articoli della rubrica Truenumbers su Key4biz clicca qui..
Tra gennaio e luglio sono state 713, superate anche le 9 impiccagioni al giorno in Iran
Tutti gli occhi sono puntati sull’Iran. La nuova ondata di proteste contro il regime guidato dall’ayatollah Ali Khamenei ha incontrato fin da subito una repressione violenta e sanguinosa. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, dall’inizio delle manifestazioni le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 544 persone, di cui 483 manifestanti, e arrestato oltre 10.681 cittadini. Numeri che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a parlare di “linea rossa” superata e a evocare possibili opzioni militari per favorire un cambio di regime, richiamando esplicitamente il precedente del Venezuela.
Il bilancio resta parziale e probabilmente sottostimato: un blackout quasi totale di Internet impedisce verifiche indipendenti. I media di Stato hanno parlato di 96 confessioni forzate, pratica che in Iran precede spesso la condanna a morte. Le esecuzioni diventano così uno strumento diretto di repressione, come nel caso del ventiseienne Irfan Soltani, indicato come il primo manifestante giustiziato durante le proteste. Ma i dati Onu mostrano che questa dinamica è precedente all’attuale crisi: le esecuzioni sono descritte come strumento deliberato di paura e controllo, con processi dei Tribunali Rivoluzionari a porte chiuse e una scarsa trasparenza. A confermarlo è un altro dato che arriva dalle Nazioni Uniti: solo l’8% delle esecuzioni è riconosciuto ufficialmente dalle autorità dell’Iran.
Iran, pena di morte a livelli record
Secondo le Nazioni Unite, il ricorso alla pena di morte in Iran accelera dopo il 2021 e nel 2025 tocca il livello più alto dal 2015. Tra gennaio e luglio 2025 sono state accertate 716 esecuzioni, pari a 3,4 al giorno; mantenendo questo ritmo, il totale annuo potrebbe essere stato di circa 1.230 esecuzioni.
Sempre secondo i report delle Nazioni Uniti in alcuni momenti la media ha superato le 9 impiccagioni al giorno, un andamento che gli esperti Onu hanno definito “su scala industriale”. Il rapporto segnala inoltre che molte condanne violano gli standard del diritto internazionale, soprattutto per tipologia di reato, assenza di processi equi e uso estensivo della pena capitale.
La pena di morte come repressione
Nel 2025 il quadro normativo si è irrigidito ulteriormente: nuove leggi hanno esteso l’uso della pena di morte per il reato di “spionaggio” e criminalizzato contenuti online considerati “false informazioni”. Secondo il rapporto ONU, questa stretta è coincisa con una fase di forti tensioni interne e con lo scontro militare con Israele a metà 2025.
I dati mostrano un effttivo aumento delle condanne capitali legate alla sicurezza dello Stato: nel periodo analizzato sono state registrate 10 esecuzioni per spionaggio, 8 delle quali dopo il 13 giugno, cioè durante o subito dopo l’escalation militare. Un elemento che rafforza il legame tra contesto di crisi e ricorso alla pena di morte come strumento repressivo.
La mappa dei reati puniti con la morte
Come si vede anche dal grafico, le esecuzioni per droga rappresentano la quota principale: 347 casi nel periodo iniziale analizzato dal rapporto ONU a conferma di una forte accelerazione. Seguono gli omicidi, con 310 esecuzioni basate sul principio del qisas, il meccanismo di giustizia retributiva che affida ai familiari della vittima la scelta tra pena di morte e perdono in cambio di un risarcimento. Secondo le Nazioni Unite, le esecuzioni per droga colpiscono in modo sproporzionato comunità marginalizzate e minoranze etniche, rafforzando il carattere selettivo della pena capitale in Iran.
Più distaccati i numeri relativi ai reati di sicurezza (35 esecuzioni) e allo stupro (24 casi). Le Nazioni Unite sottolineano che molte di queste condanne non rispettano gli standard internazionali sui diritti umani, soprattutto quando la pena capitale viene applicata a reati che non rientrano nella categoria dei “crimini più gravi”.
Le minoranze e l’uso politico della pena capitale
Il rapporto ONU segnala una sovrarappresentazione delle minoranze etniche tra i condannati a morte in Iran. I Baloch, che costituiscono solo il 2–4% della popolazione e vivono soprattutto nel sud-est del Paese, rappresentano il 19% delle esecuzioni per reati legati alla droga. Si tratta di una minoranza sunnita in uno Stato a maggioranza sciita, già colpita da marginalizzazione economica e istituzionale, su cui la pena di morte ha un impatto sproporzionato. Il rapporto richiama inoltre la situazione della comunità baha’i, oggetto di accuse di “spionaggio sionista”, arresti domiciliari e confische di beni, all’interno di un quadro più ampio di repressione delle minoranze.
Una dinamica simile riguarda i Curdi: pur rappresentando circa il 9–10% della popolazione, sono coinvolti in oltre la metà delle esecuzioni per reati di sicurezza, categorie che il rapporto Onu definisce ampie e spesso usate contro il dissenso politico. Nello stesso periodo sono stati arrestati oltre 330 curdi.
La repressione colpisce inoltre i cittadini afghani: almeno 58 sono stati giustiziati (57 uomini e 1 donna) e oltre 1,5 milioni sono stati rimpatriati o deportati nel solo 2025. Secondo le Nazioni Unite, molti di loro affrontano un rischio elevato di persecuzioni al rientro, in particolare le donne, in un contesto di forte instabilità e assenza di tutele.
Detenzione e controllo del dissenso
La repressione non si ferma alle piazze. Prosegue nelle carceri, dove la detenzione diventa uno strumento di controllo. Il rapporto delle Nazioni Unite descrive pratiche che violano in modo sistematico gli standard minimi sui diritti umani in Iran.
Dopo l’attacco dell’aviazione israeliana alla prigione di Evin, le autorità hanno trasferito forzatamente 170 uomini nel carcere di Greater Tehran e 70 donne in quello di Qarchak. Le condizioni sono critiche: sovraffollamento, carenza di cibo e acqua, assenza di cure mediche. Il rapporto segnala anche la presenza di bambini fino a 4 anni detenuti con le madri, in violazione degli standard internazionali.
Torture e abusi nel sistema carcerario
L’Onu ha documentato torture e maltrattamenti sistematici. Le violazioni si concentrano soprattutto nelle prime fasi della detenzione. Le autorità usano confessioni forzate. Ricorrono ad abusi fisici e, in alcuni casi, a violenze sessuali. Il rapporto segnala anche l’uso di pene corporali previste dalla legge iraniana. Il 31 luglio 2025 le autorità hanno amputato quattro dita a tre uomini per furto. Nello stesso periodo hanno inflitto 44 condanne alla fustigazione.
La repressione della società civile
La stretta su società, libertà e diritti civili che accompagna le proteste in corso è iniziata nei primi mesi del 2025. Il rapporto ONU segnala un ulteriore irrigidimento dopo l’attacco israeliano e il successivo intervento degli Stati Uniti. In quel periodo sono stati arrestati circa 21.000 cittadini; i detenuti stranieri risultano 2.774 in totale, secondo i dati ufficiali.
In parallelo, il quadro normativo si è fatto più severo. Nuove iniziative legislative hanno ampliato la definizione di spionaggio. La norma include ora la diffusione di informazioni e i contatti con media esteri o della diaspora. Il rischio penale si estende così a giornalisti, attivisti e cittadini comuni.
Il controllo digitale come arma
La repressione passa anche dal controllo digitale. Il quadro emerge prima del blackout informativo imposto durante le proteste in corso. Il rapporto dell’ONU segnala minacce giudiziarie per semplici “like”, commenti o interazioni sui social. Le autorità impongono inoltre l’installazione di applicazioni statali su dispositivi personali, soprattutto a dipendenti pubblici e operatori sanitari.
La pressione supera i confini nazionali. Le Nazioni Unite documentano una repressione transnazionale. Oltre 45 operatori dei media risultano minacciati in 7 Paesi. Le autorità colpiscono anche i familiari di giornalisti e attivisti all’estero, con intimidazioni e ritorsioni usate come strumento di pressione sul dissenso.
La repressione lungo le frontiere
Alle frontiere, le forze di sicurezza iraniane risulta che abbiano compiuto uccisioni extragiudiziali che colpiscono soprattutto le comunità più vulnerabili. Secondo le segnalazioni raccolte dall’Onu, tra 11 e 17 kulbar – corrieri curdi che trasportano merci lungo i confini montuosi – hanno perso la vita, insieme ad almeno 71 sukhtbar, i trasportatori di carburante attivi soprattutto nelle regioni orientali del Paese.
A queste morti si aggiungono i decessi in custodia, spesso dovuti a negligenza medica, ritardi nelle cure o condizioni di detenzione incompatibili con la tutela della vita. Il rapporto segnala inoltre pressioni e intimidazioni sulle famiglie delle vittime, scoraggiate dal chiedere chiarimenti. Le indagini indipendenti sulle responsabilità delle autorità risultano assenti o inefficaci, alimentando un clima di impunità.
Fonte: Onu
I dati sono aggiornati a settembre 2025
