Il 16 aprile 2026, al convegno IoT meets AI: nuove opportunità, nuove responsabilità organizzato dalla POLIMI School of Management, l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano ha presentato i dati sul mercato italiano dell’IoT nel 2025: 10,9 miliardi di euro di valore complessivo, con una crescita del +12% rispetto all’anno precedente. È un risultato che distanzia nettamente l’andamento del mercato digitale nel suo complesso, cresciuto nello stesso periodo del +3,2%, e che si accompagna a un aumento del 13% nel numero di oggetti connessi attivi in Italia, arrivati a 175 milioni: un totale di circa tre per abitante.
I servizi basati sull’IoT, ovvero le soluzioni che sfruttano i dati raccolti dai dispositivi per generare nuove funzionalità e modelli di business, hanno raggiunto un valore di 4,5 miliardi di euro, a conferma di una filiera che, invece di limitarsi alla diffusione dell’hardware connesso, si consolida attorno alla capacità di estrarre valore dai dati.
Il settore delle Utility guida la classifica per fatturato con 1,87 miliardi di euro e una crescita del +18%, trainata principalmente dallo smart metering idrico: nel corso del 2025 sono stati installati un milione di nuovi contatori, portando la quota sul parco totale al 24%, mentre prosegue in ambito elettrico e gas la sostituzione degli smart meter di prima generazione con dispositivi più avanzati. Contribuiscono al risultato anche le applicazioni IoT per le infrastrutture energetiche, cabine primarie e secondarie, dighe e acquedotti. Al secondo posto si colloca la Smart Car con 1,76 miliardi di euro e una crescita del +6%: a fine 2025 erano 6,5 milioni i veicoli connessi in modo nativo tramite SIM in Italia, pari al 15,8% del parco circolante, mentre le box GPS/GPRS installate hanno raggiunto quota 10,6 milioni. Seguono lo Smart Building (1,4 miliardi), la Smart Factory (1,16 miliardi, +12%) e la Smart City (1,03 miliardi), che chiude l’anno senza variazione rispetto al 2024.
L’industria punta sull’AI, ma il Piano Transizione 5.0 frena
Il dato più discusso al convegno riguarda l’adozione dell’IoT in ambito industriale e il suo intreccio crescente con l’intelligenza artificiale. Il 71% delle grandi imprese manifatturiere italiane ha già avviato almeno un progetto IoT, contro il 59% delle medie imprese, e le intenzioni d’investimento per i prossimi anni sono in crescita: il 73% delle grandi e il 64% delle medie prevede di sviluppare nuove iniziative. L’intelligenza artificiale, come prevedibile, è entrata a piè pari in questo contesto: poco meno di una grande impresa su tre (30%) utilizza oggi soluzioni di Industrial AI, con un incremento dell’11% rispetto al 2024, mentre le medie imprese hanno raddoppiato il tasso di adozione in un solo anno, passando dal 6% al 12%.
Gli ambiti applicativi più diffusi sono la cybersecurity e il riconoscimento delle immagini (55%), seguiti dalla manutenzione predittiva (49%) e dall’ottimizzazione della produzione (45%). Il 40% delle imprese che hanno avviato progetti di questo tipo dichiara ritorni sull’investimento già misurabili, segnale che l’integrazione tra IoT e AI non è ancora solo una scommessa sul futuro.
Su questo quadro pesano però le difficoltà legate al Piano Transizione 5.0. Oltre un terzo delle imprese (36%) indica nelle complessità burocratiche il principale ostacolo all’accesso ai fondi; il 29% non è riuscito a misurare con la precisione richiesta i risparmi energetici necessari per accedere agli incentivi; il 21% ha preferito restare sul Piano 4.0, considerato più consolidato e prevedibile.
Restano in sospeso 1,5 miliardi di euro di incentivi richiesti ma non ancora allocati, con una lista d’attesa di circa 7.000 aziende che avevano già presentato progetti conformi. Lo stanziamento aggiuntivo previsto dal governo dovrebbe coprire interamente questa lista, e la dotazione complessiva del nuovo piano per il triennio 2026-2028 è stata portata da 8,4 a 9,8 miliardi di euro.
Reti alternative e satelliti, la connettività IoT cambia forma
Sul fronte delle infrastrutture di connettività, i dati dell’Osservatorio mostrano una composizione del mercato in cui le reti alternative al cellulare hanno ormai un peso prevalente. Le applicazioni IoT su rete cellulare rappresentano il 39% del mercato complessivo, per un valore di 4,3 miliardi di euro, con una ripresa del +7% nel 2025; la quota restante, pari al 61% e a 6,6 miliardi di euro, è coperta da tecnologie alternative, che crescono a un ritmo più che doppio (+16%).
Tra queste, il WiFi è la tecnologia più diffusa con il 31% delle connessioni totali (+15%), seguita dal Bluetooth (22%, +14%) e dalle reti LPWA (Low Power Wide Area: reti progettate per connettere dispositivi che trasmettono piccole quantità di dati su lunghe distanze consumando pochissima energia) su protocolli LoRaWAN, NB-IoT e Sigfox, che hanno superato i 10 milioni di connessioni a fine 2025 con una crescita del +20%.
Un’evoluzione di particolare rilievo riguarda le reti non terrestri (NTN, Non-Terrestrial Networks), che estendono la connettività 5G ai satelliti in orbita bassa e consentono comunicazioni dirette anche in aree non raggiungibili dalle infrastrutture terrestri. L’integrazione tra reti LPWA e costellazioni satellitari, già attiva in alcuni scenari come lo smart metering e il monitoraggio ambientale, amplia ulteriormente le possibilità di copertura globale.
Come osserva Antonio Capone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio, la convergenza tra 5G e NTN apre la strada a soluzioni che combinano copertura capillare e basso consumo energetico, due requisiti spesso difficili da soddisfare simultaneamente con le sole reti terrestri. Sul fronte normativo, il Data Act è diventato pienamente applicabile in Italia il 12 settembre 2025 e introduce regole precise sulla proprietà e sull’accesso ai dati generati dai dispositivi connessi: il 32% delle grandi imprese si sta già adeguando, il 25% prevede di farlo a breve, mentre le medie imprese restano più indietro, con solo il 14% già in linea.
I nodi ancora aperti, dalla Smart City allo Smart Building
La crescita del mercato IoT si accompagna a una trasformazione più profonda del modo in cui le imprese italiane concepiscono la raccolta e l’utilizzo dei dati. Il passaggio da una logica di semplice connessione dei dispositivi a una di integrazione con l’intelligenza artificiale è ormai avviato, anche se con velocità diverse a seconda della dimensione aziendale. Il 53% delle grandi imprese e il 33% delle medie ha già integrato soluzioni di AI e IoT nei propri processi o intende farlo entro un anno; sul versante dei servizi, i 4,5 miliardi di euro raggiunti confermano che la valorizzazione dei dati raccolti dagli oggetti connessi è diventata una componente autonoma del mercato, non più accessoria rispetto all’hardware.
Restano aperti alcuni nodi strutturali.
La Smart City chiude il 2025 senza crescita, con il 31% dei comuni italiani che ha avviato almeno un progetto IoT, e la carenza di personale qualificato e di competenze adeguate si conferma il principale ostacolo all’avvio e al consolidamento delle iniziative.
Lo Smart Building rallenta a +2%, penalizzato dalla rimodulazione degli incentivi legati al Superbonus e dalla normalizzazione della domanda dopo i picchi degli anni precedenti, anche se per il 2026 sono attese novità normative che potrebbero rilanciare il comparto.
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