Internet e protocolli

Internet in Italia, il viale del tramonto di SixXS e la notte buia di IPv6

La situazione di IPv6 in Italia dopo l’annuncio della chiusura di SixXS, il popolare servizio di tunnel broker attivo dal 1999.

di Dario Centofanti, consulente indipendente di cybersecurity certificato come Systems Security Certified Practitioner (SSCP) da (ISC)2 |

SixXS (6 Access) è un servizio gratuito creato nel 1999 da Jeroen Massar e Pim Van Pelt con l’obiettivo di sperimentare l’allora nuovo protocollo di rete IPv6 e consentire a tutti gli utenti di provare la connettività IPv6 anche se non raggiunti direttamente da questa tecnologia.

 

E’ di questi giorni la notizia che SixXS cesserà le sue attività entro dieci settimane. L’annuncio dal titolo “Il tramonto di SixXS” è stato inviato il 21 Marzo via email a tutti gli utenti registrati e anticipa che la missione di SixXS si è in qualche modo esaurita. Per questa ragione è stata scelta la data simbolica del 06/06/2017 per interrompere definitivamente il servizio.

 

Più di 50.000 utenti in oltre 140 paesi nel mondo hanno utilizzato i servizi di SixXS in questi 18 anni di attività attraverso la presenza di 65 punti di accesso (POP). “Siamo enormemente orgogliosi dei risultati che abbiamo ottenuto insieme, ed anche del fatto che così tante persone hanno conosciuto IPv6 grazie ai nostri sforzi congiunti” hanno dichiarato i fondatori di SixXS Van Pelt e Massar nel loro comunicato.

 

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I POP di SixXS nel mondo. Source: https://www.sixxs.net/sunset

 

Cosa è IPv6

 

IPv6 viene a volte definito come “la nuova internet”. Si tratta di un protocollo di rete che sta progressivamente sostituendo l’attuale internet IPv4 — così come oggi la conosciamo — a causa dell’esaurimento degli indirizzi IP disponibili a livello globale.

 

Attualmente in Italia la disponibilità di IPv6 tra i servizi dei principali fornitori di contenuti web è di circa il 50%, prevalentemente erogati dai grandi players internazionali quali Google, YouTube, Facebook, Microsoft, LinkedIn, Netflix, Wikipedia, Yahoo e molti altri ancora, tra cui tutta la galassia afferente alle CDN di Akamai.

 

A dispetto di questa forte disponibilità di servizi, l’utenza residenziale italiana connessa nativamente in IPv6 è ancora molto scarsa: appena l’1% degli utenti domestici sono raggiunti da questa tecnologia. In altri paesi europei come Germania, Belgio, Svizzera e Portogallo gli utenti connessi in IPv6 sono già in media il 22% ed in costante e progressivo aumento. Le cause di questo divario sono da ricercare nell’inerzia dei nostri ISP nazionali che non vedono in IPv6 una attività profittevole su cui investire risorse, ma di questo torneremo a parlare più avanti.

 

Per fare fronte a questa inerzia tecnologica, nel corso degli anni gli utenti più evoluti si sono attrezzati per veicolare IPv6 dentro le normali connessioni IPv4 — quelle presenti in ogni ADSL domestica — utilizzando appositi tunnel forniti gratuitamente da realtà denominate tunnel broker come SixXS o come Hurricane Electric.

 

La prima implementazione di un tunnel broker IPv6 è stata dell’italiana CSELT (oggi TILAB di Telecom Italia) da parte di Ivano Guardini autore nel 2001 di RFC3053 — ma come abbiamo visto questo vantaggio competitivo con il resto del mondo è stato ben presto vanificato ponendo oggi l’Italia tra gli ultimi paesi in Europa ad adottare la tecnologia di IPv6.

 

Attraverso un tunnel è possibile incapsulare il traffico dati IPv6 della rete locale dentro pacchetti IPv4 che viaggiano su internet fino al più vicino POP del tunnel broker. Il POP estrae il traffico IPv6 e lo inoltra a destinazione. Non si tratta di una soluzione ottimale e performante quanto quella che potrebbe fornire nativamente l’ISP ma di un compromesso con prestazioni ridotte, adatta comunque per studiare e sperimentare il protocollo IPv6 dentro una piccola LAN aziendale o domestica. In Italia dal 2004 il POP di SixXS si trova a Torino presso ITGATE ed è gestito da Marco d’Itri, uno dei più autorevoli esperti italiani del settore.

 

Lo sviluppo di IPv6 nel mondo

 

Per un decennio il settore è stato scenario di forti diatribe tra fornitori di contenuti e ISP che si sono rimbalzati le responsabilità dello sviluppo di IPv6, impegnandosi in una moderna versione del paradosso dell’uovo e della gallina:

  • I fornitori di contenuti affermavano che l’investimento in IPv6 sarebbe stato inutile perché non vi erano grandi ISP che offrivano connettività in IPv6.
  • Secondo gli ISP l’investimento in IPv6 era infruttuoso perché non esistevano ancora contenuti disponibili in IPv6.
  • Entrambi sostenevano che i clienti finali non erano interessati a IPv6 e che quindi non vi era alcuna giustificazione commerciale per questo investimento.

 

SixXS ha contribuito in maniera significativa ad interrompere — almeno parzialmente — questo circolo vizioso offrendo connettività IPv6 direttamente agli utenti che hanno quindi potuto iniziare a sperimentare e a condividere il proprio know-how con la community.

 

Oggi, come abbiamo avuto modo di approfondire anche in precedenti articoli come “La sicurezza nei data center di Google“ e “I data centers di Facebook“, i principali fornitori di contenuti hanno già attrezzato tutte le loro infrastrutture per erogare i servizi con IPv6. Google, Facebook e Microsoft hanno inoltre già abbandonato l’utilizzo di IPv4 all’interno dei loro data centers ed operano esclusivamente in IPv6.

 

Differente è invece la situazione degli ISP — soprattutto quelli più grandi — dove l’implementazione di IPv6 viene ancora posticipata e le eventuali richieste degli utenti vengono dirottate proprio su servizi di tunnel broker come quello fornito da SixXS, creando di fatto un nuovo paradosso in cui le attività dei tunnel broker vengono suggerite dagli ISP come soluzione al problema della loro inerzia tecnologica.

 

Questo ha portato Jeroen Massar e Pim Van Pelt alla conclusione che SixXS non è più in grado di contribuire alla soluzione del problema e che il suo stesso successo come tunnel broker sta ostacolando gli obiettivi iniziali del progetto di SixXS di favorire e facilitare la migrazione degli ISP verso IPv6.

 

La situazione in Italia

 

Come abbiamo visto la diffusione di IPv6 in Italia è del 1% (esattamente 0,99% secondo le più recenti stime di Google) e nella pubblica amministrazione è pari a zero, contro una diffusione europea media del 22% e mondiale del 18%.

 

Il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), attraverso l’Istituto Superiore delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione (ISCOM), nel quadro delle attività istituzionali nel settore della Internet Governance, ha avviato già dal 2012 un tavolo tecnico con le associazioni degli operatori, degli ISP e con gli organismi che operano nella governance di internet, allo scopo di affrontare la problematica da un punto di vista tecnico e con una prospettiva di lungo periodo, avviando la definizione di una road map in previsione della transizione al protocollo IPv6. Il tavolo tecnico, operativo dal 2012, avrebbe dovuto prevedere una relazione finale per il 2014. Ad oggi — Marzo 2017 — sul sito del MISE di questa relazione finale non vi è traccia, come neppure vi sono documenti circa le attività svolte dal tavolo tecnico dell’ISCOM nel corso degli ultimi 5 anni.

 

L’annuncio della chiusura di SixXS sta però lentamente risvegliando dal letargo la community nostrana che in questi giorni ha iniziato ad interrogarsi su quanto fatto nell’ultimo decennio in favore dello sviluppo di IPv6 in Italia. Esemplificativo è il progetto ipv6italia.it, il Chapter italiano dell’IPv6 Forum — un consorzio internazionale che si propone di favorire ed accelerare l’adozione del protocollo IPv6 a livello globale — che appare abbandonato dal 2013 e la cui utilità — per ammissione del suo stesso curatore oramai in pensione — è stata in questi anni pressoché nulla.

 

Conclusioni

 

Le responsabilità di questa situazione di stallo nello sviluppo di IPv6 in Italia sono probabilmente da ricercare congiuntamente sia nell’inerzia cronica dei grandi ISP, come anche negli organismi nazionali che operano nella governance di internet che poco hanno fatto nel corso del tempo per promuovere valide iniziative in questa direzione.

 

SixXS ha rappresentato in questi anni una rara opportunità per molti — me compreso — di studiare e sperimentare le tecnologie e i protocolli IPv6 sulle proprie reti domestiche ancor prima di poterlo fare in ambito professionale.

 

Un doveroso ringraziamento a Jeroen Massar e a Pim Van Pelt per quanto fatto a in favore di tutta la community internazionale nel corso di questi 18 anni di attività di SixXS. Grazie di cuore.

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